Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Della miseria dell’Io e del suo necessario scacco – in dieci tempi

  1. L’Io, che da sempre fa di tutto per coincidere con se stesso e sempre a se stesso mira, pure quando pare volgersi ad Altro, ecco che inesorabilmente si trova al punto di partenza, sotto scacco. Nel suo (tentativo di) essere A=A, all’Io, nella sua (illusoria) fusione con se stesso, capita che non sopporti più d’essere un Io, d’esser sempre presso se stesso. Avvinto da tale dolore, da senso di soffocamento o angoscia, a un certo punto sente la spinta a fuggire la prima persona singolare che tanto aveva idolatrato, ipnotizzato com’era. Irrompe, questa insofferenza per se stesso, soprattutto nel momento del successo, o subito dopo, quando la soddisfazione tanto attesa e così agognata tradisce se stessa, la propria vacuità. È così l’Io si scopre più povero che da principio, incapace di procacciarsi vero nutrimento – questo Io, decisamente frastornato, si sente (ma solo per un colpo di fortuna) come se tutto quanto fosse accaduto ad Altri e non a lui stesso. Lui chi?
  2. Nel suo estremo tentativo di non rinunciare a sé, questo Io, che mira a se stesso senza ottenere vero appagamento (punto 1), si risolve per la via della grigia eminenza per segretamente godere, ossia indirettamente, dello splendore dell’Altro eletto a suo Padrone (che può prendere le più svariate sembianze), cui lascia il peso della scelta e il rischio del fallimento (intollerabile per l’Io), ma riservandosi – l’Io – di apparire come in filigrana in ogni successo del Padrone, che non avrebbe mai realizzato nulla di rilevante senza l’apporto di tale Io. Segretamente questo Io mira a distruggere il suo Padrone, giorno dopo giorno corrode, scalfisce e senza rendersene ben conto – e sempre con simulata gentilezza – lo sopravanza. E così, per conseguenza, intorno a questo Io i discorsi grattano via il velo del nascondimento, smascherando la sua falsa volontà di velarsi. Tutti, anche il Padrone, e persino l’Io fino a quel momento sicuro di sé e all’oscuro delle sue vere intenzioni, ecco, tutti capiscono che il gioco non può più esser giocato, e che l’Io, nel profondo, vuole rovesciare il Padrone, smettere le vesti del Servo – e imporre una Signoria di cui ha però un timore tale da paralizzarlo e farlo tremare fin nelle fondamenta. Questa è la sua intima e necessaria contraddizione. Impossibilitato ad esercitare una aperta Signoria (punto 1) e naturalmente ostile alla propria Servitù, l’Io, ormai incapace di credere in se stesso, si lascia andare alla malinconia.
  3. Questo dolore smaschera l’intelligenza dell’Io (ingrassato fino alla malattia) per quello che è sempre stata, al servizio di un’Altra intelligenza, sempre stra-ordinaria. Risvegliato dal mito dell’autonomia, l’Io comprende d’aver sempre misurato se stesso e l’Altro seguendo criteri che cadevano fuori di lui. All’Io che realizza infiniti progetti e intende se stesso come schiaccia sassi, la Realtà appare infine come un Fantasma. Colto da terrore, arretra. Privo di energie, non ambisce più alla distruzione del Padrone, poiché – da cane randagio che è a lungo stato – non si rifugia più nei privilegi che offre la schiavitù. Questa prima forma di liberazione non è però libertà, bensì ancora: dolore che pare privo di causa e scopo.  
  4. Pertanto (punti 2 e 3) – l’Io ormai pieno di vergogna di e per se stesso, si ritrova con le spalle al muro e, nell’impossibilità di retrocedere ancora e nella sua ignoranza della cosa più importante, tenta una nuova metamorfosi, e temendo di sfigurare ancora, non può far altro, nella sua ansia di dire e non dire, di darsi un altro nome. Pertanto è, al tempo stesso, tanto misero da nascondere il nome proprio, quanto mosso da un tale desiderio di onnipotenza, da battezzare se stesso una seconda volta, fingendosi padre di se stesso nel darsi un nome nuovo di zecca, pensato per metafora, etimologia e stranezze varie. Ma tale disperato tentativo di darsi nuovo fondamento è destinato allo scacco più amaro, poiché l’Io ulula e l’anima, o demone (sia concesso d’usare un termine fuori moda), geme.
  5. L’Io, stupido e inutile, disprezza se stesso poiché non può ancora fare a meno di misurarsi per mezzo del corteo di fantasmi che gli si sono attaccati addosso e che lo costituiscono – velandone appena il vuoto che di cui in realtà è costituito. Fortezza vuota. L’Io, dunque, non può veracemente andare alla ricerca di se stesso, di qualcosa che lui intende come propria essenza. La prima persona singolare prende le mosse da premesse errate: che la sua essenza sia e coincida con una fantomatica unicità. Colui che cerca se stesso deve inevitabilmente dubitare dell’Io, poiché tale essenza è tutto fuorché il particolare, ossia l’universale. L’Io ingrassato a dismisura deve rinunciare alla propria grandezza presunta, mettersi a dieta, digiunare, e così cogliere un progetto che viene prima di lui. Può cogliere se stesso come parte del tutto?
  6. L’Io non può essere fonte del senso e non può neppure onestamente cercarlo, poiché per farlo dovrebbe smettere una volta per tutte i suoi progetti e cedere il passo. A chi? A cosa? Per adesso basti sapere a tale Io che solo dubitando di se stesso e rinunciando ai propri fantasmi, può prendere atto di quanto potrebbe accadere. È così che dalla ghianda emerge la quercia. Non certo perché la ghianda se lo sia prefisso o l’abbia progettato. Così è.
  7. Prima persona singolare e vocazione sono in permanente conflitto (punto 6). Col suo metodo muscolare, sempre pronto alla contesa e al conflitto (anche e soprattutto sotterranei) con altri Io sofferenti e indifferenti, il suo destino è da sempre l’aver perso se stesso. Questo Io misura secondo criteri che nel tempo gli si sono appiccicati addosso, inspessendolo. Anchilosato. Questi fantasmi senza posa urlano, schiamazzano – coprendo e soffocando altre voci. E allora?
  8. L’Io, la prima persona singolare sclerotizzata in sostantivo (contro ogni decenza grammaticale) è attraversato da disagio, sabotato, visitato da sogni, immagini e terrori d’ogni tipo. Di fronte al penoso spettacolo offerto dall’Io, passione rumorosa, arriva il momento di lasciar spazio alla versione che ribolle da tali ospiti sgraditi, capaci di corrodere l’Io, metterlo a tacere, portando il silenzio. E ascoltare.
  9. Colui che si scopre nudo e malato – ormai privo dei travestimenti a lungo portati – deve necessariamente essere paziente. Senza dare ascolto al vociare dell’Altro, dei molti Padroni che si accalcano ad ogni incrocio, deve resistere ad ogni slancio verso il futuro, ad ogni iniziativa, poiché questo resistere allo slancio verso il futuro significa in realtà resistere al passato mascherato sotto le sembianze del nuovo, di cui l’Io, sempre in agguato, è inesorabile e triste veicolo. Agire senza voler vincere, parlare senza voler avere l’ultima parola. Non fare. Tacere. Qualcosa parlerà, si lascerà sentire – forse.
  10. Può la prima persona singolare, l’Io debole e minaccioso, rabbioso fino all’omicidio, ecco, può sopportare una vocazione che non lo nutra? Una vocazione che non ammetta servi e padroni? Una vocazione che faccia del riconoscimento un’appendice, un’eventualità e non il suo Oggetto? Una vocazione che ricordi la ghianda che si fa quercia senza badare alla propria maestosità? All’ombra che dona? Alla bellezza che spande? Una vocazione che è un essere che non esige sguardo e riconoscimento? Un dono a perdere? Un dono che non sa se stesso e dunque non si affanna in futili e sterili aspettative, è dono a se stesso. ricompensa per cui bisogna essere grati. Grato è colui che ringrazia. Ringraziare è lasciare che tale vocazione trovi liberamente se stessa, producendo i suoi frutti. Ringraziare per tale vocazione è non tradirla. Onorarla significa seguirla. Seguirla è lasciarla essere. Donare senza sapere è ringraziare. Nulla di questo è possibile per l’Io (punti 1-9).

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 6, 2023 da con tag , , , , .

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