Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Articolo 602

Questo raccontino – Articolo 602 – aveva visto la luce qualche tempo fa, ma era presto sprofondato nel nulla. Gli offro seconda vita. Boccheggiante. Stessa cosa, senza troppa convinzione, avevo fatto con un altro pugno di parole raccolte sotto il titolo L’indicazione (QUI). Era apparso, poi s’era inabissato – quindi una bella mail mi ha legittimamente chiesto conto di un agire pieno di contraddizioni. E così l’ho nuovamente tirato fuori dal nulla. Non sto a dire di chi fosse la mail, né il come o il perché. [Mi] Basta sapere, per il momento, che ha avuto un significato. Tutto quello che ha un significato deve essere preso in carico. L’estate, col suo tempo da buttare, porterà consiglio…

* * *

Roma, 26 novembre 2019,

ai sensi dell’art. 602 del Codice civile, che stabilisce i criteri per redigere in forma privata un testamento del tutto legittimo, io Elodie Monreaux, nel pieno possesso delle mie facoltà, dispongo che alla mia morte nulla del poco che possiedo vada a te, Ivan Villan.

Non stupirti, Ivan, nel leggere questo documento. Non è un gioco, né uno scherzo, ma un testamento olografo, ossia un testamento a tutti gli effetti, che può essere scritto anche sotto forma di lettera. Per essere valido deve rispettare alcuni criteri: deve essere firmato, datato e, su tutto, scritto di pugno dal testatore, che sarei io. Sai perché non sono andata da un notaio? Perché ho i capelli sporchi, cicatrici sul collo in due punti, sono sottopeso di 12Kg, incredibilmente stanca e perché nostra figlia si è addormentata solo adesso, dopo l’ennesima crisi di pianto di due ore. Non ho tempo, né energie, per cose del genere, io. La porta della casa in cui non metterai mai più piede è chiusa a chiave, il cellulare a cui non ti rispondo da settimane è spento e in questo momento siedo tranquillamente in cucina, al tavolo a cui non mangerai mai più. Come sempre più spesso mi accade, deglutisco per mandare giù qualcosa che non c’è e mi viene da sorridere nel dichiarare di essere nel pieno possesso delle mie facoltà. Dovrei piuttosto ammettere di essere in balia di forze demoniache, accecata dalla paura, dall’odio e dalla sete di vendetta. Sono vere entrambe le cose, perché questo furore che mi scuote mi rende estremamente lucida.

I medici mi hanno assicurato che non morirò a causa di quanto mi è accaduto. Ci credo, ma sento comunque il bruciante bisogno di scrivere questo testamento, che non sarà una semplice disposizione dei miei averi, ma anche e soprattutto una dichiarazione di intenti. Non sono pazza, bensì pienamente consapevole di agire in modo contraddittorio, e di scrivere, spinta dalla paura di morire, di obiettivi che necessitano di una vita che durerà ancora a lungo. Più sopra non ci sono riuscita, lo faccio adesso: 5 maggio 1989, ho una fitta allo stomaco nello scrivere la mia data di nascita, perché cazzo, come potevo aspettarmela a trent’anni una cosa del genere? Porto la mano al collo, lì dove il mio corpo è stato prima intaccato dalla malattia e poi inciso dai medici, per essere ripulito. Non riesco a trattenermi e di continuo torno a seguire la cicatrice sulla pelle che porta la traccia della recente battaglia e ogni volta vengo presa dai brividi. Possono rassicurarmi quanto vogliono, ma se è accaduto una volta allora può accadere ancora.

Ti ricordi quando sono svenuta la prima volta, tre anni fa? Era un campanello d’allarme, quello, ma noi non avevamo avuto orecchio per captarne il senso, e i dottori, esami del sangue alla mano, avevano fatto spallucce. Non era nulla. Non pensavamo a queste cose noi due, ma a Sophia, nostra figlia, e alle cose che ci aspettavano. Pensavamo al futuro. Il futuro è arrivato, ma ha un aspetto diverso da come l’avevamo immaginato. Dopo quasi tre anni sono iniziate le palpitazioni e i tremolii, poi sono svenuta nuovamente. Quasi senza rendermene conto, in soli due mesi, sono andata a sbattere contro mille analisi e due operazioni. Sei pulita, mi aveva assicurata il chirurgo, sorridendo. Neppure lo ascoltavo, non riuscivo a pensare ad altro che al gelo che mi aveva avvinta mentre l’anestesia faceva effetto.

Tutto quanto è sui miei conti correnti andrà a Sophia, la mia unica figlia di cinque anni. Dato che non siamo sposati, purtroppo non posso togliermi la soddisfazione di negarti il godimento di questa casa da cui ti ho sbattuto fuori a calci in culo. Non sorprenderti se alle volte mi rivolgo a te con qualche volgarità, sono volute, voglio che rimangano fissate nel tempo, sono necessarie per qualificarti per quello che veramente sei. Mi pare ancora troppo poco l’averti aperto quella ferita sulla guancia con le chiavi della macchina prima di mandarti via di casa. Quasi posso vedere e distinguere ogni singola goccia di sangue che ha macchiato la tua camicia, eppure sento di non aver pareggiato il conto, con te che non ti sei fermato davanti ai risultati delle analisi, all’operazione. A te, Ivan Villan, padre di mia figlia, non andrà nulla di ciò che possiedo, essendoti macchiato ai miei occhi di colpe imperdonabili. Due mesi sono passati, ma ricordo tutto come fosse appena accaduto. Fresca di anestesia, in stato di semimorte, appena tornata a casa e ancora in preda a tachicardie e svenimenti, forse mossa da qualche spirito o entità superiore o forse perché puzzavi di baldracca, avevo trovato le forze per alzarmi dal letto e, mentre tu cercavi di calmare la bambina che si era messa a dare testate contro lo spigolo della porta, ho preso il tuo cellulare, scoprendo che qualche cagna che avevi raccattato chissà dove, ti inviava messaggi con allegate foto del suo culo con tanto di didascalia – Il mio culo ti aspetta. Completamente pazza avevo giurato che ti avrei ucciso e che avrei fatto di tutto per rovinarti. Ti minacciavo, scossa da orrendi tremolii in tutto il corpo. Ricordi le mie dita ossute che sembravano lunghissime e sul punto di spezzarsi, tanto ero dimagrita? E tu? Solo dopo interminabili interrogatori conditi di urla e svenimenti avevi ammesso che era iniziata insieme alla storia delle analisi. Ed io sono proprio uscita fuori di testa. Urlavo fino a far bussare i vicini, fino a far accorrere mio padre, che quella volta ti ha preso a calci in culo sul pianerottolo, mentre io mentivo, Mi ha picchiato, quel bastardo. L’ha fatto, quello schifoso. Uscivi di casa pieno di lividi e graffi, piangendo, e io continuavo ad urlarti contro dal balcone, mentre eri per strada. Ti ricordi? Mi butto giù con la bambina, così urlavo, pazza che ero. E tu ti allontanavi con la schiena curva, senza voltarti, e dopo quella sera di te non avevo avuto più notizie per intere giornate. Rimanevo sola con Sophia, che stava uscendo pure lei fuori di testa. Si pisciava sotto e balbettava, mentre io, devastata, non facevo altro che vaneggiare, piangere e vomitare a terra. E poi era venuto l’altro casino, quello della pillola. Fatico a fare il conto dei giorni da che sono tornata a casa, ma ancora rabbrividisco a ripensare a quello che ho passato.

Lascio il mio amato orologio a Caterina, mia sorella, mentre la mia catenina andrà a Lia Fricou, amica di sempre, la prima persona che ho baciato sulla bocca e l’unica donna cui ho permesso, prima che mi rendessi conto di non essere interessata alla cosa, di infilarmi una mano nelle mutande. È stato il nostro segreto per quasi vent’anni, adesso non ha più senso che lo tenga per me. Ti dirò una cosa ancora. Non posso fare a meno, mentre scrivo, di portare una mano allo stomaco, lì dove è caduta quella pillola che mi ha resa radioattiva. Per tre interminabili giorni sono rimasta chiusa in una stanza, con la televisione perennemente accesa, il vassoio del cibo che mi veniva passato dalla parete, attraverso una fessura. E poi sono venute le due settimane lontana da Sophia, giorni in cui non sapevo se disperarmi sapendola priva di madre o impazzire definitivamente al pensiero che tu, come certamente deve essere stato, la lasciavi sola o la narcotizzavi per poter andare a prenderti quel culo che aspettava solo te. Non una persona cercavi, ma un culo. Era come un fantasma spaventoso, si aggirava in quella stanza d’ospedale che era la mia cella; era un pipistrello impazzito che cozzava contro le pareti e il soffitto. Posso vederlo anche adesso, se chiudo gli occhi. Era, ed è, pura carne, gronda sudore. Mi graffiavo il viso e le braccia fino a obbligare le infermiere a urlarmi di smetterla con l’altoparlante – Si calmi signora, tuonavano, minacciavano provvedimenti e io nascondevo la testa sotto al cuscino per la vergogna. Con le guance, le braccia e la fronte piene di lividi e graffi, dopo quei giorni passati al di fuori del tempo e dello spazio, sono andata a stare dai miei genitori, che mi hanno accolta senza riuscire a dire una sola parola.

Sophia, la mia adorata erede universale, piangeva durante le nostre continue videochiamate. Non capiva, disperata, perché ancora non potessi vederla e abbracciarla, mentre tu, codardo, la lasciavi sola davanti al computer per andare a nasconderti in un’altra stanza. Mi piazzavo davanti allo specchio alla ricerca di qualche segno, di qualche luminescenza, di onde o vapori che si levavano dal mio corpo. Nulla. E così non sapevo come giustificarmi di fronte a quella bambina che mi mostrava montagne di giocattoli che senza la mia presenza avevano perduto ogni significato. Cosa facevi tu per lei? Sto facendo di tutto, sto facendo il possibile, mentivi, inondandomi di messaggi, perché già non ti rispondevo al telefono. Ma ormai sono tornata. Sono a casa.

Lascio tutti i vestiti a Rosy, la mia cugina preferita. I libri a Marzio De Meo, perché insomma, è venuto il momento di mettere le cose in chiaro. Anni fa, per un lungo periodo, Marzio è stato per me più di un semplice amico. A lungo ho sognato che lui, e non tu, fosse il padre di Sophia, ma poi, ogni volta, mi svegliavo da quelle fantasticherie perché la bambina, giorno dopo giorno, ti assomigliava sempre di più.

Dispongo che mio padre, senza leggerli, distrugga tutti i miei diari. Non voglio che mia figlia, crescendo, possa leggerli e farsi di me un’idea sbagliata. Le cose, in realtà, non sono andate così male. Perché, in fondo, è nel mio rapporto con te che si concentrano i miei errori più grandi e tutta la mia vigliaccheria. Qualcosa, in me, sapeva di non dover accettare di venire a vivere con te, ma la voglia di andarmene di casa aveva preso il sopravvento e poi, giorno dopo giorno, vanno così le cose, i vecchi dubbi venivano sepolti dalla quotidianità. La colpa è mia, ma questo non mi impedisce di giurarti che farò di tutto per rimanere in vita. E non solo per me o per la bambina, quanto per poter assistere al tuo declino e agli inevitabili fallimenti cui andrai incontro. Non ci sarò più io a tenerti a galla, a riempirti le tasche con i soldi del mio lavoro. Mi godrò la tua disoccupazione e il momento in cui tua figlia, disgustata dalla verità, non vorrà più avere nulla a che fare con te. Non è della mia morte che scrivo, capisci? Questo testamento sancisce la fine di una relazione che non avrebbe dovuto avere inizio e che è invece durata sette anni. Lo so, tutto questo sta assumendo il tono di una vera e propria maledizione.

Sono stremata, mi ronzano le orecchie, ma voglio finire di scrivere tutto quello che ho da dirti. La voce del chirurgo increspa ancora la superficie del mio spirito, purtroppo. Spesso mi volto. Anche adesso lo sto facendo. Non c’è nessuno, ovviamente, qui con me. Non voglio sentirmi dire nulla dei risultati delle ultime analisi, della presenza di altra schifezza al collo. È successo giusto ieri. Grandi come due lenticchie, ha sospirato il chirurgo che poi, con un pennarello nero dalla punta enorme, mi ha disegnato un bersaglio sul collo, dicendomi dove gli attrezzi lucenti e affilati nuovamente passeranno in azione. Non me lo aspettavo. Sono crollata, ieri, anche se il dottore continuava a ripetermi, Non morirai, passando disperatamente dal lei al tu. Ero sola, in quello studio, e a casa mi sono rifatta sulla bambina. L’ho picchiata, per la prima e, giuro sulla mia anima andata in frantumi, per l’ultima volta. Le mie mani lo hanno fatto. La uccido, ho pensato per un attimo, così lui vedrà cosa sono capace di fare. Poi sono rientrata in me, ed eccomi qui a scrivere.

È l’una di notte e credo di aver scritto tutto, o quasi. Sophia piange nel sonno, parla una lingua incomprensibile rivolgendosi a non so chi. Questo qualcuno, però, deve farle molta paura o essere fonte di una delusione e di uno sconforto senza fondo. Temo che abbia paura di me, di quello che già sto diventando senza di te. Come morta, ti dico che se vuoi, puoi tornare qui a casa, con me e la bambina. Sta scritto, da questo momento. Per me è sufficiente. Non ne farò parola. Devi essere tu a tornare, adesso, già questa sera, anzi, in questo momento, mentre sono ormai alla fine di questo testamento. In caso contrario, quando lo leggerai, sarà già troppo tardi. Sto aspettando, adesso. Se suonerai al citofono di casa, quanto scritto sopra sarà nullo e questi fogli declassati a mera testimonianza di un dolore che tu avrai prima portato e poi scacciato via da me. Ma già vedo che non stai suonando e che non sei, come dovresti, in ginocchio sulla strada. Così non è. Il tempo che passa invano è già da sempre scaduto. Dunque, ti auguro tutto il male che sono in grado di pensare e che tu non riesca mai a leggerlo, questo mio testamento, che tu muoia prima di me.

In fede,

Elodie Monreaux

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 30, 2022 da con tag , , .

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