Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

La vita è un ergastolo? Zorba il greco

C’è un numero sterminato di libri e, ovviamente, una interminabile tradizione – filosofica, religiosa, culturale nel senso più ampio del termine – che dà testimonianza della vita come d’una vera e propria condanna. Pagine e pagine che ne rilevano e dimostrano l’assurda e assoluta gratuità; che denunciano l’inutile sofferenza che la connota e la definisce; che per questa spietata diagnosi, non offrono terapie o cure: è impossibile liberarla dal dolore – almeno qui, in questo mondo, in questa vita. C’è poi tutto un altro filone, che con titanico sforzo, ravvisa proprio in questa sofferenza la molla di ogni nostro agire, la spinta, lo slancio, la tragica nobiltà dell’essere umano. Una cosa è certa: ogni ricerca spirituale nasce dal dolore (inteso nella sua più ampia accezione); anche se, bisogna ammetterlo, non sempre il dolore conduce o apre ad una ricerca spirituale di liberazione o accettazione.

Il titolo di questo (spero) breve post, non è altro che la ripresa del ringhio d’un marinaio, di uno dei tanti personaggi senza nome o volto del romanzo Zorba il greco di Nikos Kazantzakis. Nel leggere quel breve passaggio, quelle poche parole, mi sono perso nella questione: la vita come ergastolo: la vita come condanna, il dolore per la condanna, il motivo della condanna, la possibilità di uscire di prigione, verso quel qualcosa che si può chiamare in tanti modi – libertà, verità, realizzazione di sé – ma che, in fondo, riconduce tutto ad un’unica diade: felicità e senso. Non ne ho cavato fuori nulla di buono – ed è un bel problema. Ma insomma, le risposte non sono cosa di questo mondo, figurarsi di questo post…

Zorba è un uomo: un po’ di carne, una manciata di ossa, violente e travolgenti passioni. La voce narrante è quella d’un intellettuale, anzi, d’un topo di biblioteca, d’uno che cerca di comprendere la vita, piuttosto che viverla. I due poli del romanzo offrono due opzioni sulla vita: per il secondo è un problema da risolvere, per l’altro è il suo stesso gioco.

…la vergogna, quando il mio amico mi aveva chiamato “topo di biblioteca”. Aveva ragione! Io, che amavo tanto la vita, come avevo potuto impegolarmi da tanti anni tra carte e inchiostri! […] e da allora cercai pretesti per tralasciare le carte e gettarmi nell’azione. Provavo ripugnanza e vergogna per avere come stemma spirituale quel miserabile roditore.

E Zorba? Beh, lui è semplicemente un uomo. Ha vissuto.

Non sono forse un uomo? Ed essere uomo vuol dire essere cieco: sono caduto anch’io nella fossa dov’erano caduti quelli che mi avevano preceduto. Mi sono sposato. Sono rotolato nel precipizio. Sono diventato capofamiglia, ho messo su casa, ho fatto dei figli. Problemi. Per fortuna c’è il salterio.

Il protagonista dichiara, nomina i suoi padri spirituali: Nietzsche, Omero, Bergson e poi Zorba. E Zorba è l’amore – ma anche l’odio – per la vita; Zorba è l’esperienza che fonda la conoscenza, piuttosto che la conoscenza che scandaglia – in un titanico sforzo destinato al fallimento – il molteplice prima di risolversi (il che non accade mai) nell’azione. Zorba è questa stessa azione, il vitalismo, l’ebrezza, la musica (con il suo inseparabile salterio), è l’amore per la vita che può darsi solo se è stata superata la paura della morte, del fallimento, del dolore, solo se il dubbio che paralizza è ormai alle spalle. È l’uomo in carne e ossa.

Guardavo Zorba che a mezzanotte ballava nitrendo e gridandomi di saltar fuori anch’io dal comodo guscio della mia assennatezza e dell’abitudine, e di partire con lui per i lunghi viaggi – e restavo immobile, tremante. Mi sono spesso vergognato della mia vita, perché ho sorpreso la mia anima a non avere il coraggio di fare ciò che la suprema follia – l’essenza della vita – mi gridava di fare; ma non mi sono mai vergognato tanto della mia anima come di fronte a Zorba.

Uccidere, commettere adulterio, soffrire la fame, rubare – Zorba è la summa dell’istinto, del carattere primitivo e respingente – di fronte a cui il narratore sente però tutta l’insufficienza e la debolezza della propria (pretesa) saggezza, poiché non è solo colui che si è limitato a pensare, piuttosto che agire, ma è anche colui che si è precluso una vera saggezza, quella in cui i pensieri sono fatti di carne e sangue. Il suo sapere impallidisce di fronte alle domande di Zorba. È colui che invece di innamorarsi d’una vera donna, si limiterà a leggere un romanzo d’amore.

Non sto qui a fare il sunto della trama – è un gran bel romanzo, meglio leggerlo: ci sono viaggi, guerre, imprese fallimentari, amori impossibili, la morte – e tutto è sapientemente miscelato dalla prima all’ultima pagina. Quello che mi interessa è la questione dell’ergastolo in cui ci si può cacciare nell’affannosa ricerca della felicità e del senso. Come può la vita essere al tempo stesso una prigione e un flusso incessante (che richiama il pensiero di Nietzsche, così come di Bergson), una forza inesauribile che spinge il mondo in avanti? Come può essere una forza che pungola la vita e le sue stesse catene e cinghie e legacci? Come può essere rottura di ogni argine, o forma (falsa identità, ruolo sociale, comodità, convinzione) e sudditanza alle convenzioni sociali e ai ruoli, con tutta la miseria che ne deriva?

Da questo romanzo emergono diversi segnali. Bisogna fare attenzione alla differenza che separa ciò che sai, o credi di sapere, di te e quello che sei. Non bisogna mai perdere di vista che di tale distanza, o iato, si può aver ragione solo gettando un ponte, e che quel ponte altro non è se non l’azione – sintesi ultima che svela il preteso sapere come illusione, rivelando te a te stesso. Coloro che non vivono, arroccati come sono nel pensiero (confondendolo con la realtà), avranno sempre un bel dire, ma il loro dire sarà vuoto e i talenti andranno sprecati. Questa è l’essenza dell’ergastolo, forse. Alcuni potranno chiamare tutto questo alienazione, altri inautenticità, altri ancora nevrosi o – termine spesso abusato, ma carico di senso e storia – vigliaccheria.

L’ergastolo è la posizione di chi cade preda di nefaste riduzioni: da un lato c’è chi crede che il pensiero distrugga la vita, la sua autenticità e spontaneità; dall’altro c’è chi ha il terrore di vivere, poiché teme di perdere il pensiero, la lucidità, ossia la verità delle cose e di se stesso. Ma l’ergastolo, il perdere se stessi, è perdersi nell’unilateralità. Il pensiero privo di esperienza, diventa rigidità, ossessione, insopportabile moralismo, vuoto. L’esperienza sfrenata, acefala, diventa mero consumo del mondo e di sé – è pura idiozia e mai liberazione. È possibile una sintesi? Trovare la chiave per far scattare la serratura e abbandonare il carcere? Solitamente chi sa, non parla; parla, al contrario, chi non sa. Qui si parla?

Si può esser tentati o lusingati da una prospettiva. Riassumo: pensare la vita in profondità, coglierne (cercare di farlo) il senso è come vivere. Splendida sintesi di pensiero e vita o razionalità-realtà. Senza macchia. Tutto torna. C’è però un problema di fondo: questa posizione, che molti sposano in un soffocante matrimonio che dura tutta una vita, prende le mosse dal presupposto che la vita abbia già una dotazione di senso e che a noi tocchi solo scovarlo, spremendo – con metodo – le meningi. E se invece questo senso non fosse già dato? Beh, qui le cose si complicano non poco. Qui, gli amanti delle divisioni senza resto si innervosiscono.

Non basta pensare la vita, piuttosto bisogna intenderla come suscettibile o compiacente al senso che noi vogliamo-possiamo-riusciamo ad attribuirle (e che di fatto le attribuiamo), ma per imprimerle questo senso dobbiamo innanzitutto agire, spesso saltando a piè pari quel pensiero che può saldarsi alla vita solo in un secondo momento, per mezzo dell’azione. Solo così, per mezzo dell’agire, la vita viene finalmente al pensiero – tutt’altro che razionale, ma certamente reale; forse assurda, ma suscettibile al senso; certamente oppressiva, alienante, ingiusta, terribile, ma mai sotto forma di ergastolo, mai come una sentenza definitiva. A meno che…

La vita è un ergastolo? Lo diviene se si cerca di trattenerla, conservarla, preservarla, metterla in un concetto o ricavarla da un concetto o idea già dati. Chi è il carceriere? Beh, l’uomo, vittima e carnefice di se stesso. Illuso che qualcosa possa esser preservato e che le cose debbano esser perpetrate, l’uomo fissa, una dopo l’altra, le sbarre del suo confortevole carcere. Queste sbarre sono fatte di paura e di tutto il sistema di idee che su di essa proliferano. Qui non si sbandiera un vuoto vitalismo. Si procede al contrario con grande cautela – ma si procede: rompere l’unilateralità del pensiero, prendere le distanze dall’ottusità del corpo, perché se pensare non è essere o agire, così essere o agire non sono pensare. Il pensiero recinta e preserva, l’essere irrompe e dissoda. Zorba il primitivo è lo sterco nutriente dell’esangue voce narrante, il sangue che scorre nelle vene, il ventre bramoso. Esiste un vivere autentico che non ottunda il pensiero? Un pensiero che non inaridisca la vita? Zorba lo urla al nostro protagonista: brucia i tuoi libri, vivi. Il protagonista gli dà ragione, ma dice che non può – facendo coincidere, ancora una volta, la vita col suo sguardo sulla vita…

La porta a vetri si aprì; entrò un portuale basso, scuro; era senza berretto, scalzo, inzaccherato.

“Ehi, Kostandìs,” gridò un vecchio marinaio con una mantella blu, “come va la vita?”

Kostandìs sputò infuriato. “Come vuoi che vada?” risposte. “Buongiorno, caffettiere! Buonasera, casa! Buongiorno, caffettiere! Buonasera, casa! Ecco la mia vita. Lavoro, ciccia!” Qualcuno rise, altri scossero la testa, bestemmiarono.

“La vita è un ergastolo,” disse un tale con i baffi, che aveva studiato filosofia…”un ergastolo, accidenti a lei!”

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Questa voce è stata pubblicata il Maggio 19, 2022 da con tag , , .

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