Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Non desiderare il regno del padre

C’era una volta un re che era ammalato, e più nessuno ormai credeva che potesse sopravvivere. I suoi tre figli, che erano molto addolorati, scesero piangendo nel giardino del castello dove incontrarono un vecchio che chiese loro il perché di tanto dolore. Gli raccontarono che il padre era così ammalato che presto sarebbe morto e che nulla poteva giovargli. Il vecchio disse: “Io conosco un rimedio: è l’acqua della vita e se la beve guarirà. Ma è difficile trovarla”. Il maggiore disse: “La troverò”.

E così inizia una delle tante storie che hanno per protagonisti un re e i suoi figli, di cui solo il più onesto riuscirà, dopo peripezie, molte prove e tanta virtù, ad uscire vittorioso. Saranno pure simili, queste storie, ma se ce ne sono tante, un motivo ci dovrà pur essere. Per questo anche L’acqua della vita dei Fratelli Grimm è da leggere. Non è nuovo il tema dell’eredità e del saper ereditare (QUI), ma evidentemente la cosa è più complessa di quanto appaia e, anche senza volerlo, è bene inciampare sulla questione con cadenza periodica, simile all’onda che torna e ritorna instancabilmente sulla riva – e questa fiaba va a toccare un nervo scoperto, a gettar altro sale sulla ferita, ad infiammare l’aporia dello spirito.

La vicenda è semplice: ci sono un vecchio re morente, tre figli maschi addolorati, una situazione che pare senza uscita e la possibilità di guarire il sovrano per mezzo d’una impresa: trovare l’acqua della vita. Nel passo riportato manca l’intenzione profonda, e dunque inevitabilmente taciuta, del valoroso primogenito. Dopo aver chiesto e ottenuto con l’insistenza la benedizione del vecchio re per intraprendere la pericolosa impresa, questo sta scritto.

In cuor suo però il principe pensava: “Se procuro l’acqua, divento il prediletto di mio padre ed erediterò il regno”.

Ecco qui che l’intenzione dichiarata svela la radice egoistica: volere il regno del padre; bramare il regno del padre; presumere di poter assorbire il regno del padre; quanto il padre ha costruito. Credere legittimo tale ereditare.

E così, poggiando su queste premesse, inizia e presto finisce l’avventura: incontrato un nano che gli chiede dove fosse diretto, il principe lo maltratta con fare altezzoso, guadagnandosi una maledizione che lo conduce in una gola fra i monti, dove rimane imprigionato. Il secondogenito, vedendo che il maggiore non torna, è, se possibile, ancor più brutale del fratello. Con questo spirito si mette in viaggio.

…pensava fra sé: “Mi sta proprio bene: se mio fratello è morto, il regno toccherà a me”.

Ma è fatalmente destinato a commette gli stessi errori del fratello maggiore. I due principi, arroganti, non credono di doversi misurare con altro e altri regni; sono convinti di dover semplicemente prendersi quanto spetta loro. Sono certi di poter vantare un qualche diritto per il regno del padre e per questo disprezzano, perdono l’orientamento, sono fermi a quanto è loro noto, ma sono convinti di sapere tutto, di conoscere tutto, ed ecco che s’arrestano e l’impresa fallisce.

Come in tutte le storie di questo genere, è sempre all’ultimogenito, che non si aspetta nulla, che, alla fine, la soluzione viene a portata di mano. Non starò qui a narrarne nel dettaglio le molte peripezie. Basti sapere che il giovane principe: farà tesoro dei buoni consigli del nano, trattato con rispetto; entrerà in un castello incantato; si imbatterà in dei leoni, avrà una spada magica e del pane miracoloso; combatterà al fianco di re stranieri, aiutandoli a salvare i rispettivi regni; salverà una bellissima principessa da un incantesimo e, in cambio, lei gli dirà di ritornare da lei dopo un anno per averla in sposa e divenire sovrano del regno che lei gli offrirà in dono; salverà i fratelli imprigionati fra i monti, ma da loro sarà poi  tradito, dato che si impossessano con l’inganno dell’acqua della vita da lui coraggiosamente trovata, mettendo al suo posto dell’acqua di mare; darà quest’acqua al vecchio padre malato, rischiando d’ucciderlo una volta e per tutte; vedrà i fratelli far bere al padre l’acqua della vita:

…i due fratelli andarono dal minore, lo derisero e dissero: “Hai trovato l’acqua della vita? La fatica è stata tua, mentre la ricompensa è nostra; avresti dovuto tenere gli occhi aperti: te l’abbiamo presa in mare, mentre dormivi. Fra un anno uno di noi si prenderà la tua bella principessa; ma guardati bene dal parlare con nostro padre, tanto non ti crederebbe, e se dici una sola parola perderai anche la vita; se taci, invece, ti faremo grazia”.

E invece la sua vita è in pericolo, poiché il padre ordina ad un suo fedele cacciatore di ucciderlo. Ma il cacciatore non vuole uccidere il giovane principe, che scambia i vestiti col cacciatore e si allontana dal regno del padre.

Ma ecco che i sovrani aiutati dal giovane principe rinnegato, raggirato, tradito e in esilio, inviano ricchi doni. Il vecchio re comprende d’aver agito d’impulso, si dispera, ma il cacciatore gli confida di non aver ucciso il principe, fuggito lontano.

Un anno è ormai passato e i fratelli del giovane principe sono pronti ad andare dalla principessa, che sposerà colui che per primo percorrerà a cavallo il sentiero d’oro che porta all’entrata del castello. Ma entrambi falliscono, poiché non percorrono la via d’oro per non rovinarla e così non vengono fatti entrare al castello, né ricevuti dalla principessa, che non sarà loro sposa. Il giovane principe, al contrario, povero e reietto, cavalcherà il viale dorato, entrerà nel castello, avrà la principessa in sposa e il regno e verrà nuovamente accolto dal vecchio padre, che finalmente potrà conoscere la verità.

Come può questo ultimogenito aver avuto un regno? Beh, di fatto, rinunciando ad ereditare il regno del padre, rinunciando ad attendere e bramare segretamente la morte del padre per fare esplodere il desiderio più intimo e profondo – inconfessabile – appropriarsi del suo regno. Che è quanto voglio i fratelli, alla ricerca dell’acqua miracolosa solo e unicamente per allungare la vita del vecchio re quel tanto che basta per divenire i prediletti e poi sognarne la morte per aver quello che – credono – spetti loro. Il più giovane non attende la morte del padre, non ne desidera il regno. Bensì, per salvare il padre, si perde nel mondo gettando, senza saperlo, le basi per quello che sarà poi il suo segno, quello che verrà fondato sul suo agire e sul suo desiderio. In quel viaggio salverà altri regni e libererà una principessa…e anche qui, i fratelli, questa volta contando sulla morte del più giovane, vorranno impadronirsi di quanto eretto dai suoi sforzi.

E quindi, per assurdo, chi desidera il regno del padre, non erediterà nulla; mentre chi non desidererà il regno del padre, sarà in grado di ereditare l’essenziale: il desiderio, ossia quello d’esser sovrano d’un regno. Ereditare non il frutto del desiderio del padre, ma il desiderio che ha permesso al padre di infondere senso, significato, al mondo. Salvare il padre significa rinunciare al suo regno, poiché solo tale rinuncia apre alla possibilità di fondarne uno proprio – questo, però, apre al pericolo, alle figure bizzarre o pericolose, a nani e leoni; spinge al cammino che deve essere accorto ma deciso, mai esitante (il nostro eroe ad un certo punto si addormenta, rischiando di compromettere il suo cammino), ma neppure arrogante e tracotante (come i due principi che disprezzano e passano oltre il nano o preferiscono costeggiare la strada d’oro, pensando agli averi, piuttosto che attraversarla, in onore della principessa).

Ma insomma, chi è che trova l’acqua della vita? Come la si trova? Cosa è questa acqua miracolosa? Il problema non è (forse) cosa, chi, come, quanto, piuttosto, fino a che punto si è coinvolti nel cercarla. E se questa acqua, in fondo, non fosse altro che il desiderio stesso che spinge alla ricerca? È questo che vivifica la vita? Come possono riconoscere l’acqua della vita coloro che non operano spinti da un desiderio individuale e che misurano se stessi sulla misura degli altri? Come potrebbero – e infatti i due principi non riescono – riconoscere e percorrere la via dorata che porta alla principessa e al regno? La via d’oro non va preservata, ma percorsa – la vita non può esser recintata, accaparrata, messa da parte, arraffata, ma coltivata.

Ovviamente, qui si usa il termine “padre”, “re”, “sovrano” solo perché ci si attiene alla fiaba dei fratelli Grimm, ma non solo il padre è colui da cui è possibile ereditare. Ci sono maestri d’ogni sorta, professori, i libri dei grandi scrittori e pensatori, le opere degli artisti, ma anche le persone comuni, quelli che trasformano il mondo con le loro mani, giorno dopo giorno, gli animali laboriosi, i grandi alberi che ondeggiano al tramonto…tutto quanto accenda il desiderio, che spinge verso la semplicità e, in fondo, ad esser la misura di se stessi.

Lasciate che il vecchio re disponga a suo piacimento del proprio regno, poiché ognuno avrà il proprio, secondo la propria misura e natura, secondo le imprese di cui sarà capace, dei fallimenti che avrà la fortuna di collezionare.

Che fine hanno fatto gli altri due principi? Semplice. I principi che avevano con l’inganno attentato a ben due regni che non spettavano loro (quello del padre e quello promesso al fratello minore), si imbarcarono e presero il mare per non far più ritorno e fuggire all’onta e all’ira del padre di cui avevano bramato il regno.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 16, 2022 da con tag , , , .

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