Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Astinenze, dipendenze, tabagismo

Morto, quasi-morto, dato-per-morto – sempre che vi sia qualcuno disposto, tolto il sottoscritto, a far diagnosi. O, come forse è, si può parlar del necessario vuoto che segna ogni trasformazione o metamorfosi? Ma insomma…

Questo insomma procede da un contorto ragionamento sull’astinenza e sul fatto che ogni astinenza – che qui, meglio precisare, è declinato nella forma dell’astenersi,  del tenersi a debita distanza da – presuppone una qualche forma di dipendenza, un eccesso di prossimità o identificazione e, in aggiunta, che una dipendenza non è riconosciuta per quello che è fino a quando le cose iniziano a non andare per il verso giusto. Ogni dipendenza, da principio, lavora sotto traccia – e i suoi effetti, la sua natura di sanguisuga, emerge, dà segnali di sé, solo quando è ormai ben radicata – quando sfacciatamente prende piuttosto che (illusoriamente) dare energie, quando disperde o, al contrario, ingolfa, condannando all’immobilismo e alla ripetizione.

Ogni dipendenza, a suo modo, rende doppi o, quantomeno, predispone alla viltà, al fare meschino. In coppia con sua sorella, l’astinenza, rende ostili agli altri e a se stessi. Dipende dalla natura della privazione, dell’ostacolo, dall’origine del bastone fra le ruote – se è messo lì dalla mano dell’altro o da noi stessi. Allora si diventa rabbiosi e quando il turbamento procede dall’interno, allora la rabbia, per mezzo d’una nota inversione di marcia, si rivolge contro noi stessi, trasformando la rabbia in senso di colpa. Ed ecco una matassa fatta di pretese, incapacità, brama, mancanza di volizione e dubbi paralizzanti. Ci si scopre non all’altezza di sé o, più precisamente, dell’ideale di sé che, nella sua astratta rigidità, diviene sempre più severo e spietato nei suoi giudizi. Un enorme indice – che è nostro, ma fuori controllo – punta su di noi, gettando un’ombra funesta sulle giornate. Riconoscere l’illegittimità delle pretese di questo giudice, tagliare le unghie affilate dell’Indice-inquisitore è il primo passo. Ma di cosa si sta parlando, propriamente?

Dell’astinenza dalla scrittura e dalla lettura, si parla: di un’astinenza forzata, non pienamente accettata, anche se imputabile a nessun altro che a se stessi. Si tratta d’un vuoto che da spada di Damocle s’è molto prosaicamente mutato in tegola caduta sulla testa. Tale situazione può forse permettere a questo luogo-non-luogo – è di questo che ragiono – di morire definitivamente una volta e per tutte? Magari di germogliare altrove, sotto altre vesti? Oppure lasciarsi andare – sfacciato come è – a una nuova e bizzarra muta, mostrandosi per quel che è (diventato)? Questa è una semplice ricognizione – e si guarda bene dall’essere, come sembra, un mero piagnisteo – e poggia su una certa dose di scetticismo, misto a rancore (verso di sé) e noia.

Questa bizzarra storia della astinenza, al tempo stesso voluta (per vederci finalmente chiaro) e subita (poiché qui non si distingue più nulla), tradisce una rabbiosa dipendenza da un’idea cristallizzata di sé – idea che ha curiosamente intrappolato di chi ha sempre lavorato per non avere niente (o quasi) a che fare con se stesso, di chi ha cercato di evitare ogni tipo di coinvolgimento, di identificazione, di chi è persino arrivato a battezzarsi per la seconda volta, a inventare un nome.

Tutto questo – nonché i fatti attualissimi, fatti di scorte, emergenze, approvvigionamenti – ha riportato alla memoria un evento per lunghi anni rimasto nel dimenticatoio. Un ricordo bizzarro, a metà strada fra il doloroso e il rivelatorio. Non proprio doloroso, perché le cose dolorose sono altre, ma nemmeno pienamente rivelatorio, poiché a quei tempi, quando il fatto accadde, non ero stato in grado di coglierne il vero senso. Nel ricordo capita spesso d’esser fuori tempo.

Sentire senza ancora poter capire; capire senza saper più sentire.

Ai più giovani non dirà nulla lo sciopero del novembre del 1992, quando ormai da diversi giorni, in molte tabaccherie d’Italia, non si trovava più un pacchetto di sigarette. Non che fumassi, ai tempi; ero però un ragazzino delle scuole medie che si trovava al cospetto di una madre tabagista, presentandosi a mani vuote dopo aver corso a perdifiato da una tabaccheria all’altra del quartiere in cerca di sigarette. Non c’erano problemi, allora, nel mandare un bambino a comprare sigarette o alcolici per i genitori, proprio come non c’erano pallini in Tv o le fasce protette. Ricordo film raccapriccianti e incubi seriali, così come tette con capezzoli stellino-coperti spiattellate senza problemi in prima serata. Ma torniamo alla questione centrale.

La faccio breve. Da più di due settimane erano entrati in sciopero i lavoratori dei monopoli addetti alla distribuzione dei tabacchi e quindi mia madre, come molti altri fumatori accaniti dell’epoca, era rimasta senza sigarette. Meglio, era rimasta con troppe poche cicche rispetto a quelle che le servivano per riempire le sue interminabili e vuote giornate. Io non sapevo, allora, che le sue giornate fossero lunghe e interminabili. Era mia madre, che grilli poteva avere per la testa? Non sapevo che fosse anche una donna. Un bambino fatica a comprendere certe cose. Forse lo sentivo, ne avevo il vago sentimento o pre-sentimento, ma non lo sapevo in senso proprio; mentre oggi so, capisco (forse), ma purtroppo non sento più, non come allora. In ogni caso sono condannato ad esser intempestivo, incapace di coniugare ragione e sentimento. Solo di una cosa ero ben consapevole, quel lontano pomeriggio: di quanto le sigarette fossero vitali per lei, tanto importanti da spingerla a spedire il figlio, me, un ragazzino, a correre tutto il pomeriggio avanti e indietro alla ricerca di una stecca, perché le sigarette che le restavano erano assolutamente razionate fra lei, che non poteva fare a meno di accendere l’una con quella che stava per schiacciare nel posacenere stracolmo, e mio padre che, al contrario, se ne concedeva solo due e mezza al giorno. La prima dopo pranzo, la seconda a metà pomeriggio e una terza, che fumava solo per metà, dopo cena. Mentre lei le voleva tutte per sé. Solo adesso capisco la brama di allora, e il suo esser travolta dalla rabbia. Posso vederla, mentre mi chiede di allontanarmi di alcuni chilometri da casa per andare nella zona del grande deposito di tram e autobus. Aveva sentito che lì le vendevano, le sigarette, e che no, non c’era un tabaccaio dove andare, ma che dovevo cercare per strada, darmi da fare, osservare. Era ai giardinetti dietro al deposito che vendevano le stecche – lì dovevo andare, precisamente. Le tenevano negli zaini, diceva, o al sicuro dietro agli sportelli accostati delle colonnine con i contatori del gas. E io me la ricordo come fossero passati un minuto o due. Ho un’ottima memoria, quindi posso vederla, persa nei suoi trent’anni, o giù di lì, ancora giovanissima, lei che era diventata madre appena ventenne. Me la ricordo, seduta sul divano, quello color panna, in finta pelle, nel suo vestito nero decorato di roselline, le ginocchia scoperte, mentre tentava disperatamente di rollare una cartina con del tabacco puzzolente preso da una vecchia bustina abbandonata da chissà quanto in un cassetto del salone, dopo che mio padre s’era messo e poi subito tolto dalla testa di fumare la pipa. E ricordo le sue indicazioni, mentre bagnava di saliva la carta sottile che non teneva, nel tentativo di salvare il salvabile. Dava istruzioni senza guardarmi nemmeno per un istante e senza cogliere nulla del timore che mi assaliva al solo pensiero della missione che mi stava affidando, perché fuori, oltre i vetri della finestra, stava già facendo buio, ed era freddo e la rimessa non era poi così vicina e io c’ero stato giusto un paio di volte, sempre di giorno e mai solo. Lì non c’erano ragazzini come me, ma adulti che bevevano birra o vino direttamente dalla bottiglia, seduti su panchine devastate, piene di incisioni di cazzi e svastiche e bestemmie. E insomma, io lì non volevo proprio andarci, ma lei era pazza con i suoi capelli tagliati di fresco, nerissimi, che esplodevano in ricci gonfi che andavano in tutte le direzioni, e a me non ci pensava proprio, così come non pensava – povera e sola e pazza com’era, che alle sette in punto mio padre sarebbe tornato a casa da lavoro e che alle otto si sarebbe seduto a tavola, per mangiare, e che in quell’ora in cui non sapeva proprio cosa fare, si sarebbe lasciato andare sulla poltrona per verificare che io avessi fatto tutti i compiti – quei compiti che non avevano neanche lontanamente fatto, perché ero appena tornato da una missione fallita.

E ricordo il fumo nero e la fiamma e il tabacco che cadeva sul pavimento in piccoli bracieri che subito diventavano nulla. E ricordo il mio esitare e quanto corte e sottili mi sembrassero in quel momento le mie gambe; e ricordo la muta protesta, il fatto che non avevo intenzione di andare in quel posto, col buio e col freddo, per cercare non si sa da chi, una stecca di sigarette per lei, che subito, vedendomi esitare, alzava la voce, quasi l’avessi aggredita, La ricordo, rabbiosa e delusa, resa cattiva dall’astinenza, dall’imminente esaurimento delle sue scorte e dalla mia riluttanza, mentre si lasciava andare a se stessa. Ricordo di non essere uscito di casa, quel pomeriggio, e di aver sentito delle cose spiacevoli uscire dalla bocca di mia madre. Dietro al piano spiovente della mia fronte, sono proiettati, proprio adesso, il suo volto e la mia pena. Le sue labbra si muovono, le vedo, i lineamenti sono poligoni taglienti, li vedo; la vedo, ma è quasi irriconoscibile. E sento l’eco lontana della pena d’allora, la mia, ma l’audio è corrotto e non posso sentire, udire, il contenuto delle sue parole. Ricordo il pensiero di quanto fossero sottili le mie gambe e braccia e ossute le mie spalle.

E ancora oggi non so, ma sento, in qualche modo ancora bambino. E’ come possedere un biglietto scritto in una lingua sconosciuta, ma con un tratto capace di gettare nell’inquietudine. Si tratta d’un giudizio senza appello che scava una distanza incolmabile fra quel che si è e come invece si dovrebbe essere…e questo corpo, il sentimento di questo corpo, è diventato il contenuto di quel messaggio. E allo stesso modo, dietro e attraverso questa voce si nascondono e parlano altre voci e la testa è un grumo di voci, tutte estranee, che rimbombano e precludono ogni semplicità.

Per questo bisogna tollerare l’astinenza, anche se la zucca vuota è un buon posto per il rimbombar delle voci altrui; perché l’astinenza permette di distinguere le voci altrui come altrui…morto, semi-morto, quasi-morto, moribondo, dato-per-morto. Sono solo parole, voci. Mia madre, solo ora ci penso, tiene delle stecche di riserva in fondo al terzo cassetto del grande comò che occupa una parete nel grande salone doppio. So perché. 1992-2022. Trent’anni. Ancora seduta su quel divano, da cui non s’è mai mossa. Chissà se intuisce, se sente, poiché non le è dato sapere, perché sono qui a donarmi questa astinenza, questo vuoto? La osservo e al tempo stesso è una donna anziana, ma anche quella trentenne, una ragazzina, rispetto a me. L’indice cade, non è poi così grande e minaccioso e le mie gambe, oggi come allora, non possono tradirmi. Il vento, fuori, oltre i vetri della finestra, soffia forte. I gabbiani, che non resistono, volano senza battere le ali. Alcune foglie cadono, certo, ma le chiome si piegano, e l’albero supera la tempesta. Una busta di plastica si slancia verso il cielo, mi domando dove andrà a finire. Magicamente scelta e non solo subita, l’astinenza è come fare il morto a galla – è la paradossale libertà di chi s’arrende alle onde del mare.

3 commenti su “Astinenze, dipendenze, tabagismo

  1. Ivana Daccò
    aprile 6, 2022

    Ricordo bene quel novembre ’92, che per me è stato il punto archimedico dal quale derivare l’inutilità della ribellione verso la dipendenza.
    Da tabagista, relativamente moderata ma irriducibile, sapendo che quello sciopero sarebbe arrivato, mi sono rifiutata di fare scorta, dichiarando che disapprovavo i comportamenti di accaparramento (sic!). Ho sperato in una forza esterna che mi forzasse alla continenza?
    Risultato: mio suocero, non fumatore professione tabaccaio è arrivato, inatteso, con un pao di stecche; mio padre, che aveva accordi sottobanco con il suo tabaccaio, ha fatto altrettanto, sicuro com’era di avere una figlia “scema” che sicuramente non aveva provveduto a mettersi in sicurezza; una mia amica, di ritorno da un viaggio, me ne ha portato una stecca regalo acquistato in un qualche aereoporto.
    Passavo, sigaretta tra le dita, altera, tra disperati; e ovviamente offrivo, in giorni in cui nessuno avrebbe osato chiederlo.
    Da allora, ho capito che la dipendenza, non importa da cosa, è l’essenza delle nostre vite, e ho lavorato a contenerla ma non a eliminarla (in medio stat virtus).
    Vale, tantopiù, per la scrittura: frequentarla, abbandonarvisi, senza farsene un cruccio. Ti ruberà, infine, la vita?. Non proprio: chi nasce morirà; comunque. La vita, invece, non ha un suo contrario. La vita E’, e basta. Ed è relazione: dipendenza.
    Magari, solo un po’, si tratta di scegliere dipendenze “buone” ma, si sa, non è mai davvero possibile sapere cosa, alla fine, sarà stato buono per noi.
    Atendo sempre la tua scrittura.

    • tommasoaramaico
      aprile 6, 2022

      Il tuo non è un semplice commento – ma parte integrante del post. Gradito come sempre, anche se con sempre minor frequenza mi affaccio in questi non-spazi. Un saluto e a presto.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 2, 2022 da con tag , , .

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