Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Del tirare le somme. Ma che significa tirare le somme?

Rendersi finalmente conto di aver fatto di Tutto, mosso dalla paura di esser Nulla, nella speranza di essere almeno Qualcosa – questo si può definire il principiare di un tirare le somme?

Oppure, starsene seduti sul letto con lo sguardo fisso sul tappeto sfilacciato, mentre al di là della parete tutti parlano a bassa voce per non farsi sentire da te e rendersi conto che loro e non tu, hanno ragione, e scorgere, con stupito terrore, lo spettro del padre nel proprio modo di camminare e guardare le cose: questo è tirare le somme?

Oppure, rendersi conto che la vita, per come si svolge giorno dopo giorno, non è quella un tempo sognata e che a nulla serve affannarsi a cercare in tutti i luoghi e le tasche possibili, perché è impossibile trovare – sempre che la si l’abbia mai avuta – la chiave per uscire. Tirare le somme è, a tratti, il piombare in una contraddizione apparentemente insolubile: è considerarsi troppo giovani per rinunciare e troppo vecchi per cambiare; è l’impossibilità di formulare un giudizio definitivo su di sé; è il diabolico perseverare in uno scrivere perché non si è in grado di tirare le somme pensando che scrivere (confessando di non esserne in grado) renda come per magia capaci di farlo.

Cacciato fuori di casa dall’angoscia, la domenica, quando il mondo finge d’esser qualcosa e invece è solo il suo rumoroso nulla; camminare veloce mentre il vento soffia forte increspando la superficie delle pozzanghere; mentre l’ululato soffocato dell’acqua corre veloce sotto il manto d’asfalto butterato, scoppiato, pieno di rughe, lì dove la superficie si apre al gorgoglio dei tombini. Incedere costeggiando le facciate scure di palazzi chiusi in se stessi, sotto la pioggia che inizia a cadere, in un’esplosione di pura violenza, mentre il timido ombrello piegato sotto il gioco degli elementi fa quello può. Ne prendi atto, mentre qualcuno esce di casa in pantaloncini e tu non hai coraggio di sorridere, perché non puoi permetterti ormai di sorridere di nessuno e perché siete soli, tu e l’uomo, e l’espressione tirata del suo volto altro non è se non la tua ombra.

Quando si tirano le somme, quanto arriva il momento in cui, legittimamente, si può essere in grado di tirarle? Quando non c’è più via di scampo? Quando grande è il pericolo e, come sempre accade in ogni momento di rottura, si apre la via verso il nuovo? O si debbono tirare – le somme – solo quando tutto è finito? Il tirare le somme è in fondo necessario e vitale, poiché nell’atto stesso di tirarle, le somme, ciò che da principio si presenta come un chiudere, per magia, si rivela essere un aprire a quanto ancora non si può sommare – a quanto è fuori dal computo, dalla gabbia.

Le scarpe di bagnano e si appesantiscono, le calze intrise d’acqua rendono il passo sempre più pensante. Piove come non avesse mai piovuto prima. Un aereo decolla e pensare che quello che si sta facendo è tutta una finta. Pensare che è meglio tornare a casa, perché in fondo non si è poi così romantici, né i pensieri tanto profondi o i bernoccoli sulla fronte tanto metafisici. E questa consapevolezza è forse un tirare le somme. Può esserlo, sul metro del bruciore di stomaco, la desolazione che attanaglia? Tracciare una linea sotto giorni mesi anni, sotto un progetto, delle ambizioni, degli obiettivi e poi far di conto. Sai far di conto? Questo significa tirare le somme?

E presentarsi a casa, completamente bagnato, nella vana speranza che nessuno sia lì ad accoglierti e, invece, sprofondare nella vergogna, schiacciati sotto lo sguardo dei figli, della moglie – ma non vergognandosi per questo o quello, bensì in generale. Lì dove la vergogna si presenta come una sentenza che infiamma le tempie – è questo un tirar le somme? Rifugiarsi nuovamente in camera da letto e, buttati a terra i vestiti bagnati, nascondersi sotto le coperte, chiudendo gli occhi nella speranza di addormentarsi e finire lì la giornata. Controllare il respiro, mentre la porta viene aperta e poi richiusa. Sentire qualcosa – qualcuno – salire sul letto. Peso piuma. Un respiro leggero. E poi ancora qualcosa – qualcuno – che sale sul letto. Più pesante. Il respiro leggero. Due corpi stesi, uno per parte, a recintare da un mondo senza confini, in cui è impossibile raccapezzarsi. Non aprire gli occhi, perché forse è possibile sapere senza dover verificare e credere senza dover vedere.

Tirare le somme è possibile e necessario lì dove il meno fonda il più, il nulla l’essere, il vuoto il pieno, la solitudine la prossimità, la fine di un anno l’inizio di quello nuovo, la ricerca del sonno la necessità della veglia, la stanchezza l’energia, la potenza l’atto, il pensiero l’azione, il rifiuto l’accettazione, l’ignoranza il sapere, la menzogna la verità, l’illusione la consapevolezza.

Tirare le somme è, in fondo, il giungere a un risultato che è già da sempre il principio per una nuova operazione dello spirito.

2 commenti su “Del tirare le somme. Ma che significa tirare le somme?

  1. Renza
    gennaio 5, 2022

    Già, che significa” tirare le somme”? A me fa pensare a quei signori che , seduti ad un tavolo, trafficano compìti con riga e squadra… Tirare le somme in un’ esistenza? Mi verrebbe da dire : A che serve? Credo che l’ importante sia l’ onestà del proprio vivere. Lascio a te, che sei filosofo, Vico , citato da Claudio Pavone, in esergo al suo saggio “Una guerra civile”, a sua volta “rubato” dal diario carcerario di Vittorio Foa ( cito tutto a memoria) ” Per varie e diverse vie che sembravano traversie ed erano in fatti opportunità. Buon anno, Tommaso!

    • tommasoaramaico
      gennaio 5, 2022

      Dici bene. Tirar le somme è, di fatto, impossibile – ogni tentativo inevitabilmente si risolve nel suo rovesciamento. Forse si possono “tirare le cuoia”, ma anche qui, non è il singolo a far di conto, bensì gli altri. Il vivere, in poche parole, sfugge ad ogni atto contabile e, come ricordi tu bene, non ci sono righelli o squadre che tengano. Ti saluto (e rispondo al tuo Vico) con un motto dallo Zarathustra di Nietzsche – un passo che da già da ragazzo (cosa di per sé sintomatica) mi ripetevo spesso: “Questo fu la vita? Orsù! Da capo!” Buon anno a te.

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 1, 2022 da con tag , , .

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