Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Dove sono andate a finire le tue gambe? Le mie? Non so…

Durante i primi trentacinque o quarant’anni

della nostra vita, ci siamo impegnati a salire una

lunga scala per raggiungere la cima di un edificio;

poi, una volta attivati sul tetto, ci accorgiamo che

abbiamo sbagliato edificio

Joseph Campbell

Ian Testa è in ascensore. Uno di quelli in cui, quando era ancora bambino, bisognava mettere 5 lire. La cassetta per le monetine è ancora lì, anche se non serve più. Preme il numero 7. Questo non è un ascensore di quelli normali. Oltre che salire e scendere, va anche a destra e sinistra, oltre che in diagonale. Ian non si scompone. Al settimo piano le porte si aprono e Ian mette piede sul pianerottolo, gli occhi fissi sul pesante mazzo di chiavi, alla ricerca di quella giusta.

Entra e chiudi la porta…arriva una voce flebile ma imperativa insinuandosi dal portoncino blindato accostato. Ian esegue l’ordine senza farsi troppe domande. Appena entra, come fosse una tenda su di una finestra lasciata aperta, intravede una sottana che scompare in cucina, a metà del lunghissimo corridoio malamente illuminato. Chiudi la porta, lo ammonisce una voce di donna.

Ian lascia il suo mazzo di chiavi su di un mobiletto, accanto ad una vecchia foto di lui bambino. Un primo piano ingiallito nel tempo che corre a perdifiato, con lui sospeso nello sforzo di trattenere il pianto. Ha un graffio sulla guancia. Sa, per testimonianza altrui, che era stata la madre, per errore, mentre, con piena intenzione, lo prendeva a schiaffi. Era piccolo, in quella foto, non più di diciotto mesi.

Allora? Ian strappa gli occhi dallo sguardo magnetico del bambino che era stato e segue la voce fino in cucina.

Entra, dice una sagoma dandogli le spalle, mentre con l’indice gli ordina di mettersi a sedere. L’odore del caffè si spande per il cucinino.

Nonna? Ma tu sei morta.

Finalmente si volta e può vederla in volto. È lei. Sorride.

Sì, la vecchia nonna è morta e sepolta. Ma, si sa, nessuno muore veramente, una volta che sia nato. Dal nulla, forse, si può venire ad essere, ma dall’essere non si tornerà mai veramente nel nulla. Non si cancellano le tracce, neppure nei secoli dei secoli. Sugli oggetti, nelle stanze, per le strade, nella testa, nei gesti, nei movimenti e nelle parole delle persone che rimangono, rimarranno sempre delle tracce. E queste, poi, si appiccicheranno ad altri ancora, senza soluzione di continuità. Chi poi non è in grado di percepirle, queste tracce, beh, peggio per lui, poiché sarà lui ad esser morto.

La cucina non è splendente e piena luce come era sempre stata, ma come raccolta in una luce ovattata. Ian va verso la finestra che affaccia sul mare, da sempre gonfia di vento, e a cui da bambino amava affacciarsi, mentre le donne di casa, nelle lunghe vacanze estive, parlavano intorno al tavolo. Non gli piaceva stare col padre, il nonno, gli zii, i cugini. Erano rozzi e rumorosi, mentre loro parlavano a bassa voce e, senza lasciar che si sentisse solo, lo lasciavano ai fatti suoi. Guardava, guardava, guardava. E annusava l’aria.

La nonna posa delicatamente la tazzina sul tavolo, Amaro? Ma più che domanda è una affermazione.

È tardi, nonna, per il caffè. Fuori, infatti, il sole è già invisibile dietro il monte che affonda le radici nel mare.

Bevi e guardandolo duramente, Tu di me non ti devi dimenticare.

No.

Chi all’improvviso lascia la vita, di colpo torna. La notte, ovviamente. I morti tornano. Devono tornare per tenere svegli tutti quelli che credono d’esser svegli e, invece, dormono. Chi vive deve morire, chi muore, in fondo, non muore veramente. Non c’è bisogno di un dio creatore per cogliere questa semplice verità.

Eri un bambino splendente, guarda, e indica una foto sistemata sul televisore antico, di quelli col tubo catodico. Piccolo, come in quella in corridoio, ma senza segno sul viso e gli occhi splendenti e non lucidi nel pianto trattenuto. Ero splendente, pensa, alzandosi in piedi. E guardati adesso, lo accarezza la vecchia mano.

Sei dimagrito, gli dice il nonno, entrando in cucina, succhiando una sigaretta con le labbra raggrinzite.

Ian si aggrappa alla finestra, quella che da bambino gli dava un gran senso di libertà.

Non sporgerti troppo, lo avverte il nonno, severo. Se cadi sono sette piani.

Si muore? Chiede Ian.

Certo. E io posso mettere solo una cravatta nera. Non posso fare altro.

Ian guarda fuori dalla finestra e vede se stesso. È orami notte e lui è su di una bicicletta che pare non andare. Vede se stesso inarcarsi per spingere sui pedali. Guardami, dice al nonno accanto a lui. Indica.

E perché siamo qui, secondo te? Per questo siamo qui.

Ian non riesce proprio a spingere sui pedali. Nessuna stanchezza. Forza trattenuta. Disperato si ferma, mettendo un piede a terra e guardandosi intorno. L’asfalto è bagnato di umidità su cui fremono i riflessi delle deboli luci dei lampioni. Non arriverà mai in tempo alla metropolitana per prendere l’ultima corsa. Come cazzo ci torna a casa? Gli viene da piangere. Deve mettere a dormire i bambini. Da che parte è la metropolitana? Ha gli occhiali appannati. Dall’altro lato della strada un enorme elefante, o è una sfinge? Alto come una montagna, con gli occhi azzurri, terribilmente severi, di ghiaccio, con l’espressione della madre, lo guarda dalle sue incredibili altezze, schiacciandolo, inchiodandolo sul posto. Scende dalla bici e va a sedersi accanto a se stesso. Lo guarda intensamente. Ha solo diciotto anni. Lo sa per certo. Si riconosce benissimo. Ha i capelli lunghi legati con un elastico viola che s’era fatto dare dalla fidanzata, indossa un paio di pantaloni di velluto presi dall’armadio del padre e il cappotto che era stato del nonno morto improvvisamente un anno prima. Ai piedi un vecchio paio di scarpe da ginnastica. È seduto su di una panchina, le gambe incrociate, a prendere appunti su di una vecchia agenda di una qualche agenzia di assicurazioni.

Si gratta la fronte, mentre riprende il ragionamento, in un ruminio silenzioso. Non aver niente da dire. O aver paura di parlare? C’è qualcuno che ascolta? Il non esser-ascoltati è, in qualche modo, un esser-messi-a-tacere? L’imperativo risuona: silenzio! Ian alza lo sguardo dalla pagina. Nella strada deserta, sotto il sole d’inverno e il vento gelido, intravede, dietro un grappolo d’alberi spogli, la sagoma d’un uomo. Cerca di metterlo a fuoco, senza riuscire. Deglutisce e torna alle pagine della sua agenda. Imparare a tacere e svuotare la testa. Sembrare o diventare stupidi, dopo un folgorante ingresso nel mondo. Il silenzio è profondo, profonda la fossa e l’inquietudine che scuotono i pensieri che poi, se proprio devi parlare, escono fuori alla rinfusa, tutti buchi e contraddizioni e parole smozzicate o del tutto abortire. Non piace, a Ian, rimuginare su queste cose. Gli occhi scattano dalla pagina. Adesso lo riconosce. È il padre. Si è calato i pantaloni e sta pisciando contro un albero. Apre la bocca per chiamarlo, ma la lingua è bloccata, l’aria ingolfata nella gola. Sospeso, esitante, rinuncia e torna alla sua agenda. Esitare viene da haesitare – incagliarsi, fermarsi, essere sospeso, essere attaccato – i miei sogni – quelli in cui mi trovo bloccato, per strada, incapace di muovere un vero passo, lì dove l’avanzare è un arrancare. Come è possibile, al tempo stesso, essere stupido e intelligentissimo, veloce d’una lepre e paralizzato? Alza gli occhi dalla pagina e si accorge che il padre gli è seduto accanto e con un sorriso sprezzante sta leggendo. Dal foglio, dalla sua mente? Ian chiude l’agenda e scatta in piedi, furioso. I padre alza le sopracciglia – numerose rughe da pagliaccio ne increspano l’ampia fronte – pronto a scoppiare a ridere. Ian apre la bocca, da cui non esce nulla. Il padre inizia a sghignazzare, chiudendo gli occhi e buttando la testa all’indietro, senza difesa perché non ha alcune paura di lui. Ian si volta. Non vuole assolutamente assistere alla scena. Guarda da un’altra parte. Vede un bambino piegato sulle ginocchia, sull’erba umida, sotto il sole grigio dell’inverno. Che sta facendo? Ian riconosce Ian. Lo riconosce dal maglioncino a righe. Lo metteva sempre, in terza elementare. Blu, rossa, gialla e ancora, blu, rossa, gialla. Era il suo talismano. Era solo un ragazzino.

Il giovane Ian stringe le dita della mano destra attorno al polso della sinistra, Mi si è rotta la voce, mormora, mentre con grande difficoltà riesce a muovere le dita della mano. I capelli troppo lunghi cadono sugli occhi. Soffia da un angolo della bocca per liberare la vista. Ha la fronte sudata. Fa ancora caldo e la scuola sta per iniziare, ma lui, dopo l’estate, non ricorda più con che mano scrive. Come farà a fare i compiti? È la sinistra, però. Deve essere la sinistra. Se dice a casa che si è rotto la voce, chi li sente il padre e la madre. Chi li sente. Ha voglia di piangere, ma non può. Si lascia cadere all’indietro e finisce col culo sull’erba secca e calda. Togliti di qui, qualcuno gli ringhia, di lato, mentre gli arriva un calcio alla gamba. Ian alza gli occhi da terra. È Nadia, una ragazzina più grande che abita al secondo piano del palazzo accanto al suo. Fa la terza media e si diverte a infastidire i bambini più piccoli. Ian serra le labbra. Dovrebbe alzarsi in piedi e urlarle contro di andarsene. Ma ha la voce rotta. Ed è vero, perché le dita della mano non si muovono appena. Ragno ferito, morente. Sente un gran bruciore allo stomaco, che è come la lavatrice quando fa la centrifuga. C’è dentro qualcosa che trema e freme vorticosamente e incessantemente, una potenza incredibile che non può uscir fuori, chiusa ermeticamente com’è. Nadia spiega un foglio, Zitto e ascolta, e inizia a leggere.

È meglio rimanere immobili per non cacciarsi nei guai? Star fermi ed essere bambini perfetti, perché ogni errore, grande o piccolo che sia, sarà pagato e il prezzo, in alcune biografie è così, è sempre salato? La mia testa è piena di pensieri e cavilli e nozioni d’ogni genere, ed è sempre in preda al dubbio. Tutto considero una dieci centomila volte, fino a dissanguare la volontà e a ritrovarmi fermo, come al principio: meglio star fermi e non sbagliare, piuttosto che no. Il mio esitare, ormai costitutivo, richiama, per estensione, il termine haerere, “esser attaccato”, che non è il semplice esser-attaccato-alla-gonnella-di-mamma. No, nel tempo ho conquistato una autonomia così granitica da puzzar di bruciato, che tradisce un non-chiedere-e-fai-da-senza-troppo-rischiare. Attento all’elefante-sfinge che sostiene lo sguardo severo della madre. Ogni azione andata a buon fine dona solo un sospiro di sollievo perché tu non puoi scegliere, temi la libertà, il metterci la faccia, la prima persona singolare. Aborrire persino il proprio nome e fantasticare di darsene altri, uno, due, centomila, puoi chiamarla vita?

Il giovane Ian non capisce. Poggia la mano a terra per tirarsi su in piedi. Ma non ha forza. Cade giù. Nadia, che si era fermata un attimo, riprende la lettura di quelle parole e frasi incomprensibili.

Incapace di aggressività – oh, che cosa brutta – il bambino aggressivo, quello che urla e dice la sua. Per questo viene punito, considerato indegno, cattivo, da isolare, mandar via – ma siamo così sicuri che questo termine non possa avere qualche sfumatura. Esiste una buona aggressività? LA fermezza del no, del per-me-è-così? Da aggredi, ad + gradi, col significato di “andare, camminare” e, ancora, da gradus, ossia “passo” e di qui il “gradino”. Dunque, l’aggressività, quella autentica, non sarebbe altro che un camminare, lì dove il camminare mira a uno scopo, un movimento libero dal trauma e dalla soggezione che fissa in un posto, che inchioda (nel terrore) impedendo il cammino e ogni atto di libertà, che è la libertà di ottenere e guadagnare ciò che si desidera. Poiché dal sanscrito, aggredire, significa gardh – yati, ossia agognare, appetire, andare verso ciò che si vuole o desidera. Aggredire, in origine, aveva il superbo e splendente significato di “andare verso un luogo” o , ancora, “andare verso una persona per parlare”, ossia per esprimere un desiderio, un’idea, uno scopo. Quella buona aggressività, un tempo repressa, s’è imbastardita e incattivita…rende incapaci di agire o, addirittura, di parlare, si tramuta in risentimento, odio strisciante. Avvelena la vita.

Il giovane Ian sta per mettersi a piangere. Me lo ha dato lui. Mi ha detto di leggertelo, Ian segue il dito di Nadia fino ad un bambino che tiene una scapa in mano, leccandone la punta e poi sfregandola mentre si guarda intorno. Chi è? Ian non lo riconosce. Perché nessuno è con lui?

Il piccolo Ian lecca la scarpa ancora una volta e guarda fra i cespugli con la coda dell’occhio. Aveva dato un calcio a un sasso, rovinando la vernice di una scarpetta nuova. Ha gli occhi velati. È preoccupato. Il vento inizia a soffiare fra gli alberi, spandendo odore di muffa. Il piccolo lecca ancora e inizia a piagnucolare. Un rivolo caldo di urina scorre fra le sue cosce di infante. Un rumore si alza tra i cespugli, che iniziano a tremare. Eccoli, eccoli. Sono i cani, sono loro, sempre loro due. Il piccolo Ian li fissa, immobile e con gli occhi sgranati, il respiro mozzo in gola. Si avvicinano, prima lentamente, poi allungando il collo e le gambe. Sono come elastici, ma abbaiano e hanno i denti e la bava alla bocca. Lo raggiungeranno e lo divoreranno. Corri, arriva un urlo. Corriiii! Il piccolo Ian esce dallo stallo. Lancia la scarpa ormai rovinata e inizia a correre, urlando. Si volta e vede un bambino più grande che gli urla e con la mano gli cenno di scappare. Ian guarda Ian seminare i cani. Guarda Nadia, Vattene e si volta verso un ragazzo dai capelli lunghi. Ian incrocia lo sguardo del bambino ferito alla mano, quindi si volta verso il padre, ormai vecchio, che tiene lo sguardo a terra. Non prova nessuna pena. Si volta verso Ian, seduto dall’altro lato della panchina. Ian si alza, sale sulla bici e guardando ad un’alta montagna si accorge che la sfinge-elefante era solo un’illusione. Mentre svolta, all’incrocio, nota una luce accesa all’ultimo piano di un grande palazzo. Nello schermo di luce, la sagoma d’un uomo. Ian, ancora alla finestra, segue Ian che scompare veloce sulla sua bicicletta, quindi si tira dentro e chiude i vetri.

La nonna, dalle spalle, lo osserva, sofferente e traballante sulle stampelle. È senza gambe.

Nonna, piagnucola.

La vecchia scuote la testa. Non c’è problema, vuole intendere.

Le tue gambe, dove sono?

Non le mie, le tue.

Il nonno conferma, Le tue.

Ian abbassa lo sguardo su quello che rimane. Due legni sottili che paiono sul punto di spezzarsi.

Guarda, dice la nonna, alzando la stampella verso la televisione, Non dimenticare.

Ma è solo un istante, il tempo di incontrare i propri occhi scintillanti, incorniciati in una vecchia foto ingiallita.

Apre gli occhi.

È nel suo letto. Dio, fai che io abbia ancora le mie gambe, pensa. Controlla, con le mani. Le tocca. Può toccarle. Sono le cinque del mattino. Tutti dormono. Cammina lentamente e senza far rumore verso il salone, alza la serranda ed esce in terrazza. Siede e si mette a guardare il pezzo di mondo che gli è toccato in sorte. Tutto qui.

3 commenti su “Dove sono andate a finire le tue gambe? Le mie? Non so…

  1. Renza
    ottobre 11, 2021

    “Voci lontane sempre present”, per parafrasare il titolo di un bel film del 1988 di Terence Davies . Le notti di Jan raccolgono quelle voci, quelle figure, quelle angosce. Perchè è pur vero che non si cancellano le tracce, neppure nei secoli dei secoli., ma è ancora più vero che le tracce, i ricordi fanno male…
    Io vivo il dilemma tra la rimozione e la conservazione, sul piano personale, ovviamente e non su quello collettivo.
    Jan non è tipo da rimozione, conserva e trattiene, nulla vada perduto…

  2. Renza
    ottobre 11, 2021

    Ho tradito il nome di Ian, spero che mi perdoni … l’ oblio lessicale.

    • tommasoaramaico
      ottobre 11, 2021

      È sempre un piacere leggere i tuoi commenti. Le tracce sono sì conservazione e testimonianza del passato (quasi sempre doloroso, se si ha necessità di tornarvi – spesso in un estenuante rimuginio), ma è pur vero che se non si vuole cedere ad una assurda e altrettanto dolorosa coazione a ripetere, allora la traccia può esser vista (e vissuta) come una pista da seguire – così è forse possibile quella piroetta dello spirito che apre al futuro…può essere abbandonato solo quanto è stato fatto proprio; dimenticato quanto ricordato.
      P.s. un nome vale l’altro. O forse no? E, ancora, non ho visto il film. Colmo subito la lacuna. Un saluto.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 9, 2021 da con tag .

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