Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Un mondo dove esiste anche Timmy Tim

Tutto chiuso in se stesso, si limita a camminare per strada, un sandalo davanti l’altro, i pantaloncini tagliati subito sotto le ginocchia e una maglietta nera, accaldato. Timmy Tim attraversa la strada, dopo aver atteso che l’omino verde scalzasse quello rosso, sul semaforo dedicato ai pedoni. Eppure, eppure. Un furgone, all’incrocio, svolta a sinistra, immettendosi a tutta velocità in Via quattro novembre. Verde per il furgone bianco butterato di ruggine, verde per Timmy Tim che avanza lento, con le mani affondate nelle tasche e lo sguardo a terra, contro le strisce sbiadite dell’attraversamento pedonale. Si sa, il pedone ha sempre la precedenza. Ma i due tipi sul furgone non lo sanno o fingono di non sapere o, semplicemente, non gliene frega un cazzo. Quest’ultima opzione, a breve, si rivelerà quella esatta. Senza frenare e, come si dice, facendogli il pelo, gli sfrecciano accanto. Timmy Tim sente il vento sul viso, lo sente insistente contro gli occhi ben aperti sull’asfalto pieno di rughe. Si blocca lì, sulla strada, e alza lo sguardo, limitandosi a fissare il furgone che rilascia un brutto fumo nero dalla marmitta traballante, prima di una frenata rumorosa. Timmy riprende a camminare per i fatti suoi. Cioè, è quello che vorrebbe fare. Il problema è che dalle spalle inizia a sentire qualcuno che urla, che urla contro di lui – Timmy prega che no, che la cosa finisca lì. Non vuole guai, non ne vuole altri. Non oggi, non ora. Ma i due tipi appena scesi dal furgone lo vogliono, vogliono lui e non si accontentano di vederlo allontanarsi a testa bassa, il che sarebbe già qualcosa. Del resto, stava facendo la figura del vigliacco. No, no, quelli vogliono che la storia evolva in dramma vero e proprio. Non bastano minacce e parolacce che, a riassumerle, vogliono stabilire che: 1. non è nelle competenze di Timmy Tim il guardare o l’esprimere contrarietà, seppur silenziosamente; 2. loro fanno quello che vogliono e che la ribellione, anche se solo accennata come perplessità, non è ammessa. Chi è lui, secondo loro, per poter anche solo ragionare o sentire qualcosa in merito al fatto che era quasi stato investito? Nessuno. A loro avviso. Con queste convinzioni di fondo i due uomini, grandi e grossi, i ventri gonfi di ernie si piazzano davanti a Timmy Tim, immobile di fronte al bar che fa angolo.

Quale è il problema? Semplice. Questa non è una storia, non è un film o cose del genere. Questo è il mondo vero, quello pieno di spigoli, sorprese, motivi di gioia e desolazione. E in questo mondo vive anche gente come Timmy Tim, che ha un corpo, è fatto di carne e ossa e che sebbene sia alto solo centosettanta centimetri, si porta dentro una energia veramente esplosiva. Vale a dire: è un individuo incline alla violenza. E pertanto, essendo tutto vero e non uno di quei film dove inizia musica assordante per accompagnare la scena, qui, all’angolo fra Via quattro novembre e Via del lavoro, proprio davanti al bar, sotto lo sguardo inorridito di qualche anziano che cerca di passare la giornata, improvvisi si levano schiocchi e ringhi e urla di dolore. Perché? Semplice: i due si avvicinano troppo, facendo scattare il sistema di allarme che Timmy Tim si porta dentro. E i pianti e le preghiere dei due tipi sovrappeso non servono a nulla, non cambiano la situazione, perché Tim deve arrivare lì dove il suo corpo sa di dover arrivare; vedere quello che c’è da vedere e udire, annusare, tastare e pestare fino a privare d’essere il nemico. Si arresta, Timmy, dopo una trentina di secondi, sempre che vi sia orologio al mondo che possa ragionevolmente misurare il tempo della violenza.

Un vecchio già si sente male e una signora di passaggio non riesce nemmeno ad urlare, la mano stretta in un pugno nella morsa dei denti, tanto è piena d’orrore. Una volante di passaggio – guarda un po’ le coincidenze – si ferma in mezzo alla strada. I poliziotti scendono di corsa, una mano presso la fondina. Timmy rimane immobile. Non scappa, non si agita, e con gli occhi puntati sul marciapiede, aspetta quanto accadrà. Non è troppo difficile giustificare l’accaduto. Uno dei due, quello messo peggio dopo il pestaggio, aveva dei precedenti e, in ogni caso, nel retro del furgoncino gli agenti trovano cose che erano riuscite a catturare la loro attenzione. Timmy Tim non se ne cura. Si limita a salire sulla volante, quando gli fanno cenno. Un’ambulanza e un’altra volante arrivano a distanza di pochi secondi l’una dall’altra.

Nemmeno in commissariato parte la musica, quando Timmy fa un cenno del capo ad un agente in piedi dietro un vetro macchiato. Questa, è bene ripeterlo, è la vita reale. Non c’è niente da ridere o su cui fare facile ironia. Timmy Tim, a ogni modo, non ha nulla da ridere, anzi, è sempre piuttosto serio, pensieroso. Lo era prima del pestaggio, lo era mentre picchiava, lo è adesso che la storia è già praticamente alle sue spalle. Lo chiudono a chiave in una stanza singola. Meglio non correre il rischio che il solito brivido salga dalla schiena su fino alla testa per poi mettere in azione le sue braccia e gambe. Timmy Tim siede, in attesa, senza pensare a nulla di particolare o contare i secondi, dando del lei a quelli in divisa, perché Timmy aveva studiato e le buone maniere gli erano state insegnate ed era addirittura un ragazzo pacifico e tale si reputava, almeno fino a quando qualcuno non andava a rimestare nello stagno del suo animo, facendo venire a galla quanto era depositato sul fondo, dormiente. Con un occhio solo, ma dormiente.

Parla con chi deve parlare, risponde a chi gli fa domande, firma dove gli chiedono di firmare, ma la sua mente oggi è proprio un colabrodo e non trattiene nulla o quasi di quanto gli sta accadendo. E cosi, nel momento in cui gli dicono che può andarsene, non sa bene se sta uscendo di prigione, da un commissariato o una caserma…e non sa nemmeno dopo quanto tempo, perché il tempo, per lui, è tutto fuorché misurabile.

E fuori, come sempre, come era già accaduto altre volte, si ritrova al cospetto della madre, che se ne sta lì con il cuore spezzato. Essendo la realtà, non c’è musica o cose del genere. Ci sono solo lui e la madre. E sì, certo, ci sono un mucchio di persone, per strada, ma è come se non ci fossero, perché per Timmy e Rosy, la madre, tutto il casino circostante non conta niente. Le persone sono ridotte a rango di comparse, mentre il mondo intero, di per sé infinitamente grande, non è nulla di più di un granello di polvere nei loro occhi lacrimosi. Timmy, nei suoi ventiquattro anni, è poco più che un ragazzo, anche se a lui pare d’esser in vita da un’era tanto è il peso che grava sulle sue giornate. E insomma, nel trovarsela lì davanti, con il cuore per l’ennesima volta spezzato, Timmy inizia frignare di brutto e il suo cuore – lo sente – si spezza a sua volta, facendo specchio riflesso con quello di mamma Rosy. E via con le promesse di coccodrillo, i non lo faccio più, i mi dispiace, i mi faccio troppo schifo. Qui bisogna dire tutta la verità: è la solita solfa, ma, almeno da principio, ci credono entrambi. Ci crede Timmy, che sentenzia e promette solennemente, così come ci crede Rosy, che ascolta con gli occhi chiusi e le labbra umide di lacrime miste a muco. Il problema, però, è che l’incantesimo dura poco, troppo poco, perché quella era veramente una replica e quindi dallo strazio pieno di slancio verso un futuro migliore, scivolano, appena consapevoli, in una tristezza e in un rammarico che puzzano di bruciato – chiusi come sono nella gabbia della ripetizione.

Timmy, che in fondo è capace di una certa introspezione, inizia ad esser triste perché sente che il suo cuore non si è spezzato veramente e forse, pensa, non deve essersi spezzato veramente nemmeno quello della madre. E insomma, se il cuore della madre (non quello di qualcuno in generale, perché è di quello della madre che si sta parlando e ragionando), ecco, se il cuore della madre non si spezza veramente, autenticamente, come potrebbe spezzarsi veramente, completamente, quello dannato o malato di Timmy? Dove la troverebbe la forza?

Ed ecco che Timmy Tim viene risucchiato da quella brutta fitta allo stomaco che lo fa penare ogni volta che pensa alla madre. Ed eccolo qui, di nuovo incazzato, di nuovo a sentirsi cattivo. Ed è per colpa della madre che ogni volta diventa cattivo fino a perdere il controllo. Lo diventa perché il cuore della madre non è tutto suo e non si spezza a dovere, non come dovrebbe – e così a lui manca la giusta spinta per dare una svolta alla sua vita, per diventare buono, mettere la testa a posto e tenere le mani a posto. Come potrebbe, se in fondo, anzi, al fondo, è graniticamente convinto che alla madre non interessi nulla di lui? È da questa pozzanghera di sfiducia che fa ammuffire le idee e le buone intenzioni che iniziano tutti i guai di Timmy Tim: è per se stessa e non per lui che piange. Si dispera perché lui le dà e le ha sempre dato da pensare, non permettendole di vivere a suo agio. Non ha mai avuto il coraggio, madre ipocrita, di mettere le carte in tavola e parlare chiaro. Un uomo di cui a stento ricordo il volto e il nome, ventiquattro anni fa mi ha messa in cinta sul divanetto posteriore di una vecchia macchina usata. Questa la tua origine, ma adesso, ti prego, ognuno per la sua strada. Non è una buona madre la madre che piagnucola, Tu mi stai uccidendo, nell’orecchio del figlio appena rilasciato dopo un’aggressione. L’ennesima. Si può dire una cosa del genere ad un figlio senza lavoro, amici, senza una donna e un cazzo di niente altro dietro l’angolo della strada, ad aspettarlo, ad incrociare il suo cammino? Ad un figlio che poi si mette a ciucciare bottiglie e ad annusare peggio d’un cane rognoso e sembra sempre raffreddato? Sei tu a voler veder morto me, pensa Tim – col bruciore allo stomaco.

Fa cenno di sì, Timmy Tim, quando la madre ripete ancora, Tu mi vuoi uccidere. Apre gli occhi oltre la spalla di lei. I suoi occhi si illuminano nel pensare un pensiero che già molte volte aveva pensato. Ucciderla. Questo sì che potrebbe spezzare il suo cuore e gettare le basi per un vero cambiamento, per renderlo finalmente buono. Stringe la madre e attraverso gli occhi lacrimosi guarda al mondo che potrebbe riprendersi veramente di lì a una ventina di anni. A quaranta o quarantacinque anni, se i suoi conti sono esatti, potrebbe finalmente diventare un uomo. La prigione, il silenzio, la privazione della libertà, le idee che si purificano nel tempo, filtrate dalle sbarre. La madre non si sarebbe accorta di nulla, avrebbe semplicemente chiuso gli occhi e restituito il respiro al mondo. E lui? Dopo il cuore spezzato e il lungo processo di guarigione, si sarebbe finalmente liberato del Timmy Tim triste e cattivo che da sempre rendeva insopportabili le giornate a sé e agli altri.

Tu mi vuoi morta, ripete ancora la madre sciogliendo l’abbraccio per guardarlo negli occhi, ostinandosi a mantenere viva una scena che Timmy ha già abbandonato. Fa un passo indietro, infatti, non appena incrocia gli occhi scintillati del figlio. Arretra con la gamba destra, in tutta la sua formosa bellezza di cinquantenne che ha vissuto, vive e vuole vivere ancora godendo dei suoi seni, dei suoi fianchi, delle sue cosce. Più la guarda, più la fronte di Tim frana sul naso, mentre gli angoli della bocca si avvicinano alle orecchie. Lei vuole vivere, questa è la verità. Fa un passo in avanti, mentre la madre arretra ancora. Ma a lui non lo ha insegnato come si fa, a vivere. A se stessa pensa, alla sua misera, lurida vita che desidera vivere. Ma questa è la vita vera e nella vita vera le cose possono succedere come non succede. Si può uccidere, all’improvviso, ma per oggi non accade nulla e Timmy Tim si volta, per andarsene. Punto.

4 commenti su “Un mondo dove esiste anche Timmy Tim

  1. Ivana Daccò
    settembre 26, 2021

    Vorrei dirti qualcosa ma non posso. E’ perfetto! Non c’è altro da dire, e nulla è stato occultato.
    Fa male? Anche. Anche no. Come può far male il reale?

    • tommasoaramaico
      settembre 27, 2021

      Grazie Ivana. Terrò a freno la mia naturale curiositas, rinunciando ad indagare sul tuo non-detto. Del resto il non-detto, il non-visto, il non-pensato (e mi fermo qui) sono la molla che sbalza in avanti.

      • Ivana Daccò
        settembre 27, 2021

        L’ho ben detto che non sapevo come esprimere ciò che il tuo racconto mi dava. I ritratti della madre e del figlio: ci sono ritratti che vengono dipinti in tutti i loro particolari, e ci sono disegni, pochi tratti a carboncino, dove ciò che manca è perfettamente visibile, ma con potenzialità infinite; dove si chiede a chi legge/guarda di completare il quadro in base alla propria esperienza e al proprio bisogno/desiderio.
        In questi disegni/racconti, dunque, nulla viene occultato e nulla manca, come avverrebbe se l’autore avesse tracciato anche un solo piccolo segno/inserito anche una sola parola in più. Quel “nulla” è davvero “la molla che sbalza in avanti”. Là dove la realtà è chiaramente qualcosa che non esiste, mentre esiste, e come, la nostra costruzione del reale.
        Vedi che confusione? Solo per dire che il tuo racconto mi è molto piaciuto.

      • tommasoaramaico
        settembre 27, 2021

        Ho preso qualche appunto, leggendo il tuo commento così “confuso”. Mi tornerà utile. Nella vita bisogna saper “rubare”.

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 25, 2021 da .

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