Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

James Hillman e la mediocre ghianda di Ian Testa. Lo è veramente?

Il sintomo vuole essere contemplato, non solo analizzato […]. Voglio che vediamo i bambini che eravamo, l’adulto che siamo e i bambini che per qualche motivo richiedono le nostre cure in una luce che sposti la valenza da sciagura a benedizione o, se non proprio benedizione, almeno a sintomo di una vocazione.

Pieno zeppo di riferimenti a biografie di scrittori, cantanti, attori, uomini politici e artisti – fra i tanti: Judi Galrland, Woody Allen, Quentin Tarantino, Elias Canetti, Truman Capote, Hannah Arendt – Il codice dell’anima di James Hillman propone una tesi ormai nota, che riassumo in poche parole – ognuno di noi porta dentro una “ghianda”, una vocazione, una ragione di esistere, un’immagine innata di noi stessi e del nostro destino, qualcosa che non viene ereditato, nulla che predisponga geneticamente, ma neppure qualcosa che ci determina a partire dal contesto storico-culturale o dall’ambiente famigliare, che può al più favorire o interferire, ma non condizionare il destino per noi preparato, anzi, da noi scelto. Il destino è qualcosa che ci siamo scelti. Liberati dalle pastoie di un determinismo genetico o sociale, Hillman vuole restituire all’individuo un destino che non è fatalismo e una vitalità che fugge il vittimismo e il fastidioso piagnisteo di chi si presenta come il prodotto (deresponsabilizzato) d’una madre oppressiva, d’un padre assente o tirannico, inevitabilmente segnato da un qualche trauma e via dicendo.

Con indicibile lentezza Ian Testa esce fuori in balcone. Nel lavandino, incucina, ci sono ancora i piatti sporchi da lavare e da ore, nella cesta, i panni umidi aspettano di esser stesi. Che aspettino. Perché questa cosa picchia nella pancia? Cosa picchia? Chi picchia? Ian serra le labbra perché non vuole assolutamente sorridere. Chi picchia? Bella domanda. Per giorni, settimane, mesi, si era lamentato di non aver tempo per far nulla. È rimasto solo a casa un’intera giornata e non ha fatto nulla, nulla è stato. Lascia cadere lo sguardo sul tavolo e le sedie, passa in rassegna i vasi traboccanti fiori che aspettano un poco d’acqua, lo stendino e l’armadietto delle scope. Un suo sospiro, quello che lo accompagna mentre siede, tradotto in parole, suonerebbe: “Tutto qui?”. E per tutto qui intende una casa per sé e la sua famiglia, un lavoro stabile, la salute e tutta una serie di cose che per altri meno fortunati di lui sono un miraggio, oggetto di invidia. Consapevole, se ne vergogna, ma Ian è divorato dall’impressione che qualcosa stia rischiando di andar perduto.

Questo libro [scrive Hillman], ha per argomento la vocazione, il destino, il carattere, l’immagine innata: le cose che, insieme, sostanziano la “teoria della ghianda”, l’idea, cioè, che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta.

Per sostenere la sua teoria richiama Socrate e il mito di Er, presente nella Repubblica di Platone. Semplificando in un modo che rasenta la violenza, si potrebbe dire che prima di nascere – prima che l’anima si incarni in un corpo – ognuno di noi è chiamato a scegliere il proprio destino, la vita che vivrà su questa terra e, quindi, il daimon che ci seguirà e accompagnerà in questo percorso. Il demone, di cui Socrate parlava come di una voce che si portava dentro, non deve però essere confuso con la voce della coscienza per come siamo abituati noi a pensarla – è qualcosa di molto diverso. Per darne un’idea precisa – dato che nel saggio di Hillman i caratteri del demone socratico non sempre emergono in modo nitido – riporto un passo dall’Apologia di Socrate di Platone.

Vi è in me un che di divino e demoniaco […] ed è come una voce ch’io sento dentro fin da fanciullo, la quale, ogni volta che la sento, mi dissuade da quello che sto per fare, sospingere non sospinge mai…

Il disagio di Ian, ultimamente, ha assunto tonalità diverse e il “tutto qui?” ha preso la forma del “qualcosa non quadra” – punti interrogativi ed esclamativi si sono accumulati, nel tempo, nella bocca dello stomaco fino a formare una sirena senza suono che instancabilmente segnala che qualcosa non va. È una sveglia. È una forma di protesta. Contro cosa? A favore di cosa? Questo lo turba profondamente.

Al di là dei grandi nomi e delle mirabolanti storie che nutrono il testo di Hillman, il lettore comune fin dal principio si ritrova con una domanda che gli ronza in testa: mi è forse toccata in sorte una ghianda mediocre? Non accettandolo, ci si può persino mettere alla ricerca di una ipotetica essenza nascosta da qualche parte, sepolta in noi e dimenticata, forse mai conosciuta, sotto le macerie della propria biografia. Nessuno vuole accettare l’idea che, a differenza dei grandi nomi, si possa essere individui senza vocazione, privi di tratti distintivi, di qualcosa che renda speciali. Il tarlo picchia senza sosta e il fatto che questo ragionamento – che è un sentimento – valga per tutti, non allevia il senso di frustrazione: la maggioranza vive vite comuni e non presenta alcun particolare talento o predisposizione o specifico interesse.

Tutto questo polpettone che fa massa, l’indistinto del gregge, della folla – ecco, che ne è di questi? Più che di “codice dell’anima”, sembra che ci si deva appellare ad un codice a barre: quanto puoi comprare, viaggiare, consumare – di quali e quante cose ti puoi ingozzare? Si affaccia, anzi, riaffiora una sensazione sempre presente ma strisciante – quella di non esser-nulla, di non valer-nulla, di non poter incidere nella realtà, di non poter lasciare il segno. Qui la formula del mal-essere. Di quell’esser-male di cui si fatica tanto a comprendere il senso, anzi, di cui non si riesce a decifrare il “codice”, fino a disperare dell’esistenza stessa d’un codice.

Ma, insomma, questo sarebbe “solo” un errore di prospettiva, secondo Hillman. Al netto di vite eccezionali ed eccentriche, che vivono del loro stagliarsi al di sopra di ogni possibile confusione, ogni essere umano è dotato d’un destino, d’una ghianda unica e irripetibile che può agire sì nell’ordinario, ma sempre rendendolo a suo modo straordinario, ossia unico, non-ordinario, non-replicabile. Vecchio adagio: mai confondere il lasciare-il-segno con il successo per come viene presentato; mai confondere l’essere se stessi con l’essere stra-ordinari in un senso alle volte violento, sfacciato, muscolare – vivere in conformità alla ghianda non implica alcuna superiorità rispetto all’altro: essere se stessi, realizzare la “ghianda” non sarebbe altro che aderire alla propria natura o carattere. La nozione di successo o il voler essere straordinari, riconosciuti, applauditi, di fatto vengono a perdere ogni senso e attrattiva nel momento in cui si vive secondo il proprio carattere, secondo i dettami dell’anima: vivere secondo il proprio carattere, o codice, immagine, anima, essere fedeli, apre di fatto le porte ad una vita felice, ben vissuta.

Ciascuno di noi [scrive Hillman] è al singolare. Per l’anima, l’idea di mediocrità non ha senso[…]. Ciò che determina l’eminenza non è tanto una vocazione alla grandezza, quanto la chiamata del carattere, l’impossibilità di essere diverso da quello che sei nella ghianda, e allora le ubbidisci fedelmente, oppure sei incalzato senza scampo nel suo sogno[…]. La teoria della ghianda afferma che ognuno di noi è un eletto […]. Il carattere non è quello che faccio, ma il modo in cui lo faccio.

Urla nel cortile. Il sole è sceso, ormai invisibile, oltre i cornicioni dei palazzi tutti intorno e la luce, dal basso, fa splendere le antenne e incendia grandi nuvole bianche, mentre nulla può con quelle nere e pensanti, ancora cariche di pioggia. Il portone sbatte. Un vento lieve si alza. Ian chiude gli occhi. E se andasse bene così? Le urla adesso sono in casa. Passare dal fare all’aspettare. Aspettare cosa? Chiudere i rubinetti alle parole e vedere cosa succede. La zanzariera scorre sul binario impolverato. Teo è in balcone. Sono tornati. Il bambino siede sulle sue ginocchia.

Bel lavoro con quei pomodori, papà.

Ian segue lo sguardo del figlio verso il grande vaso. La pianta era cresciuta. Aveva dovuto cambiare le stecche, per sostenerla. Era piena di pomodorini, Vero, proprio un bel lavoro.

Posso prendere quelli maturi?

E senza aspettare risposta, Teo corre dentro per andare a prendere una ciotola in cui raccoglierli.

Lia è alle sua spalle. Gli poggia una mano sulla spalla. Baciandolo, avvicina le labbra al suo orecchio, La casa è un disastro.

Ian sorride, Siete stati bene.

Lia fa cenno di sì, Patrizio voleva fare i tuffi con te.

Ian non fa in tempo a registrare l’ennesimo vortice intorno all’ombelico che il figlio esce in balcone. In una sola estate tutta la potenza dei suoi dieci anni che lasciano intuire l’adolescenza, Patrizio ha mutato aspetto. La voce sul filo, fra quella del bambino e quella del giovane.

Come è andata, gli dice Ian cercando di portarlo a sé.

Patrizio si libera, Bene. Poi sorride, cercando di correggere il tiro. Tu?

Ian scuote la testa.

Teo è fuori. È scalzo. Prima di andare dai pomodori, si ferma ad accarezzare le altre piantine. Si ferma su alcuni petali a terra, considerando la situazione, quindi si sposta verso i pomodori.

Siediti con me.

Patrizio fa di no con la testa e senza guardare la madre va verso il davanzale. Poggia il mento e lascia lo sguardo vagare per il mondo.

Lia entra in casa. Teo inizia a staccare i pomodorini più rossi.

Diamo un nome a questi pomodori?

Tipo?

Napoleone.

Bello.

No, chiamiamola Sushi.

Sushi? gli fa eco Ian.

Come il pesce crudo.

Patrizio si volta verso il fratello, verso i suoi sei anni pieni di spontaneità. Trattiene un sorriso perché, proprio come il padre, sembra credere che non si possa mollare la presa.

Teo corre dentro con la ciotola per metà piena di pomodorini. Deve comunicare alla madre il nome della pianta.

Soli e in silenzio se ne stanno di fronte al mondo, dimentichi, forse, di esserne parte.

Papà.

Dimmi.

No, niente.

Sicuro?

Dopo una pausa riprende, sempre dandogli le spalle, Usciamo?

Adesso? Le parole escono da sole, costretto in un automatismo su cui Ian sembra non poter far nulla.

Niente, niente.

Aspetta.

Non fa niente. La voce, il collo, le spalle. Tutto tradisce un pianto trattenuto. Tutti tradisce un sentimento, la certezza d’un tradimento.

Ian si alza dalla sedia e una coltre di polvere e ragnatele vengono scosse, annebbiandogli la vista. E in quella nebbia, muovendo verso il figlio, fatica a coglierne gli occhi diventati sfuggenti, Vuoi uscire?

Non fa niente.

Le campane della chiesa della piazza suonano le sette e mezza.

È tardi, vedi?

Non così tardi.

E poi hai da fare.

No, non ho niente da fare. Vado a mettere i sandali. Ho voglia di camminare.

Andiamo?

Sì, ho voglia di passeggiare con te.

* * *

Ma perché essere qui è molto, e perché sembra / che tutte le cose di qui abbian bisogno di noi, queste effimere / che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri. Ogni cosa / una volta, una volta soltanto. Una volta e non più. / e anche noi una volta, anche una volta sola, quest’essere stati terreni pare irrevocabile.

(R.M. Rilke, Elegie duinesi, IX)

2 commenti su “James Hillman e la mediocre ghianda di Ian Testa. Lo è veramente?

  1. Ivana Daccò
    settembre 9, 2021

    Grazie. Ho letto con molto piacere questo tuo racconto-riflessione.

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 6, 2021 da con tag , , .

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