Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ian Testa – la foglia che cade e l’acerrimo amico

Ian Testa passeggia nel parco vuoto di persone. Sono le sette di mattina e, finalmente, un poco di vento soffia sulle cose.

Il sogno di quella notte si ripresenta per frammenti sparsi. Un treno che avanza lentamente, lui che infila un paio di grandi, vecchie scarpe in una borsa di tela, il dubbio: doveva scendere e non aveva fatto in tempo? O la sua fermata era quella successiva? Comunque, la sera precedente aveva faticato a prender sonno e questa mattina, alle cinque, era già sveglio, distrutto.

Siede su di una vecchia panchina con su incise svastiche e bestemmie. La sera prima, seduto in terrazzo a schiumare in solitudine, il suo timore per la possibile morte dell’amico si era lentamente trasformata insieme all’orizzonte fatto di tetti e antenne, insieme al cielo sporco, attraversato da puntini luminosi che lasciavano ferite bianchissime e soffici. Come il cielo si caricava di tonalità sempre più scure che annunciavano la notte, così, in lui, il pensiero sussultava e veniva attraversato da crepe che lasciavano intravedere un magma dal colore scuro, violaceo, lividi, sangue pesto.

Mentre distrattamente pensava i suoi pensieri e con l’unghia del pollice tirava via dalla fronte qualche goccia di sudore, ecco che il pensiero della morte che si stava forse affacciando nella vita di Daniel, suo acerrimo amico, in lui montava inaspettato sotto forma di ghigno per il definitivo sorpasso. Il sorridente antagonismo che, negli anni, aveva attraversato la loro amicizia, lasciava cadere la maschera e si mostrava per quello che era. Gli sarebbe sopravvissuto, vincendo, superandolo nel conto dei giorni di vita. Si agita in lui questo?

Da ragazzino, alle feste, non tollerava di dover spesso ritornare a casa prima degli altri. Era certo, e non era il solo, ovviamente, che il bello sarebbe arrivato proprio quando lui avrebbe salutato tutti. Perché tutti, in fondo, ti salutano allo stesso modo quando tu te ne stai andando e loro rimangono, sanno di poter rimanere fino alla fine: ti guardano appena, se la godono, non sono per nulla interessati a te. Non tocca a lui andarsene prima ma, forse, a Daniel. Ne aveva goduto, per un istante, così come in passato, forse, aveva goduto d’altre vittorie e patito nell’esser spettatore del suo bene, vissuto come sconfitta.

Ma Daniel non sta andando via prima della festa. Aveva avuto dei gran mal di testa e conati di vomito e il suo medico gli aveva prescritto degli esami. Al vecchio amico l’idea di fare quegli esami non era piaciuta e per questo non gli aveva detto nulla, tenendolo all’oscuro. E Ian era venuto a saperlo da Pamela, la seconda moglie di Daniel. Se lo era lasciato sfuggire così, al reparto frutta del supermercato, perché aveva paura, non capiva e doveva parlarne. Ian aveva giurato che avrebbe mantenuto il segreto sul segreto che doveva rimanere segreto e, invece, come ogni segreto, era stato svelato. Fra le varie cose, con quella rivelazione, Pamela aveva svelato la verità, l’antagonismo, l’intima convinzione di Daniel, che era pure quella di Ian, che in loro, negli anni, erano stati seminati e segretamente coltivati il risentimento e l’invidia, un astio sorridente e profondissimo.

Seduto sulla panchina, distratto da un cane che gli sta annusando il piede abbronzato nel sandalo impolverato, riprende il filo dei falsi pensieri per cogliere, in filigrana, quelli ignorati e grondanti sangue; quelli che tutti, lui compreso, in fondo conoscevano. Daniel potrebbe finire i suoi giorni prima di lui. Disgraziato. Ma quel disgraziato è alquanto annacquato, in lui. La sera prima era convinto fosse di diritto ben piantato nella sua testa, e invece era bastato distrarsi un attimo perché venisse bastonato da ben altri pensieri – che Daniel non aveva detto tutto, che non lo aveva fatto perché non si fidava, che in fondo faceva bene a non fidarsi e che la cosa era reciproca perché anche lui, in passato, gli aveva tenute nascoste certe cose, non così importanti e gravi, mai questioni di vita o di morte, ma degne di nota. Questo silenzio, forse l’ultimo, metteva il sigillo alla loro antica inimicizia. Avevano solo gareggiato, per anni? No, erano stati anche amici. Prima di tutto quello, ma poi, nel tempo – o forse fin dal primo momento – anche altro.

Il vento si alza, per il piacere di Ian, stremato dal caldo di queste ultime settimane. Chiude gli occhi, respira, li riapre. Lo sguardo va agli alberi. Il vento li attraversa in una folata improvvisa e insistente, tre profonde, invasive carezze insinuandosi fra rami e ramoscelli, quindi svanisce. Una foglia. Una sola foglia si stacca dal folto delle chiome.

Si sente in un qualche modo speciale, la foglia, nel suo lento cadere? Deve credersi e sentirsi terribilmente sola. E le altre, lassù, si sentono meglio ancorate come sono a rami e ramoscelli? Se qualcosa sente o sa, l’unica foglia in caduta dovrà certamente essere in preda al panico, all’odio rabbioso, convinta di essere sovrastata da un destino terribile, da una sorte che è solo sua e di nessuna altra. Forse la foglia non desidera altro che esser invisibile, non vista, chiusa nel proprio dolore, certa che gli occhi delle altre foglie renderanno più rovinosa la sua caduta. Chissà cosa prova, adesso, proprio adesso che la sua caduta ha avuto termine, ora che finalmente riposa a terra e se ne sta quieta. Forse, in un momento di maggiore lucidità, starà realizzando di esser contorniata d’altre, innumerevoli foglie, tutte cadute prima di lei. Tutte, necessariamente sbagliando, convinte d’esser state in balia d’una sorte terribile e non d’una legge inaggirabile. Una legge che fa del prima e del dopo poco più di una dolorosa illusione.

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Questa voce è stata pubblicata il agosto 21, 2021 da con tag .

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