Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ian Testa e il Kamikaze di Ferragosto

Seduto sul bagnasciuga con le gambe incrociate, Ian Testa osserva il cocomero arenato nella sabbia sottile, per metà coperto d’acqua. Il sole picchia sul frutto, facendolo scintillare, e sul cappello di paglia che Ian tiene premuto sulla testa, nel vano tentativo di difendersi dalla violenza della luce. Concentrato, con gli occhi puntati al grande cocomero, non si cura di quanto avviene alle sue spalle, sotto un grappolo di ombrelloni dai colori vivaci. Esplosioni di risate, urla di bambini, frammenti di cibo che cadono nella sabbia bollente. Gli altri, però, non si dimenticano di lui.

Qualcuno lo chiama, ancora. Ian chiude gli occhi con un respiro profondo. Una donna che urla auguri di Ferragosto al cellulare gli passa davanti, e distratta inciampa su di una buca lasciata dai bambini, schizzandolo in faccia.

Le cronache riportano che nella seconda metà del XIII secolo Qubilay Khan, imperatore mongolo e nipote del grande Gensis Khan, si mise in testa di invadere e sottomettere il Giappone. Per evitare una guerra dispendiosa e sanguinosa, volle prima tentare la via diplomatica. Inviò degli ambasciatori per convincere i giapponesi a diventare suoi vassalli, a sottomettersi spontaneamente, ma Hojo Tokimune, giovane shogun e valoroso samurai, ovviamente e orgogliosamente rifiutò.

Fumi?

Apre gli occhi, voltandosi appena verso Leo, il fratello minore che, nei suoi trent’anni, gli mostra una sigaretta farcita. La tiene con le punte dell’indice e del pollice. Il tabacco, nel suo marrone scuro, traspare e in parte impregna la cartina sottile. Ian fa cenno di no. Sorride, però, gentile, come sempre. Non capisce di dove venga al fratello il coraggio di proporgli una cosa del genere. Di come possa averlo pensato in generale – per come conosce, o dovrebbe conoscere Ian – e, in particolare, in quella situazione, mentre i suoi figli – i figli di Ian – giocano alle loro spalle insieme ai nonni, i loro genitori.

Sicuro?

Ian sorride ancora, Sicuro.

Forse non sa come altro fare per poter parlare con lui. Forse ha bisogno di parlare con lui, con quello che da quattro mesi è diventato il suo unico fratello maggiore, dopo che Nello…

Dici che rimane fresco?

Ian torna fissare intensamente il cocomero, quindi fa cenno di no.

Il sole picchia forte. Ian si toglie la paglietta, la immerge nell’acqua e la rimettere in testa. Una piccola onda lo investe.

Ti lascio in pace, e Leo, così come arrivato, ne ne va.

Ian guarda per un istante il fratello che si allontana, e un violento morso allo stomaco gli dice che dovrà pur far qualcosa prima o poi, ma torna al cocomero, quindi chiude nuovamente gli occhi.

Fallita la via diplomatica, Qubilay prepara la sua spedizione militare e nel 1274 salpò dalla Corea già sottomessa per invadere il Giappone. Violenti e spietati nel combattimento, meglio armati, all’inizio ebbero la meglio sul piccolo esercito nipponico formato di valorosi, ma pur sempre poco numerosi samurai. Con tenacia, tuttavia, i leggendari guerrieri del Sol Levante riuscirono a scacciare i mongoli.

Ian, tutto bene?

Apre gli occhi su Lia, la moglie, che con una mano gli accarezza la spalla e la schiena muscolosa e scura nel sole bollente.

Fa cenno di sì.

Non mangi?

Ian manda un piccolo lamento che è un no. Riempie ancora una volta il cappello e se lo schiaccia in testa. Le gambe lisce della moglie si piegano al suo fianco. Ian accoglie un bacio fatto di labbra che sanno di pasta fredda.

Sei salato, dice.

Ian si lecca una spalla, sorridendo.

Vuoi stare solo?

No.

E invece sì, e dopo un altro bacio, tanto lieve da confondersi con la brezza marina, e l’ennesima, autentica, dichiarazione d’amore, si alza e torna indietro.

Ian affonda le mani nella sabbia e con un respiro profondo chiude gli occhi.

Imperterrito, per nulla intenzionato ad abbandonare la propria sete di conquiste e grandi imprese, Qubilay organizza una nuova invasione. È il 1281 e questa volta ha intenzione di vincere, schierando un enorme esercito di centocinquantamila soldati. I giapponesi si sentivano in grande pericolo, intimoriti per lo scontro imminente. Avviliti dal timore, sorretti dalla speranza, si fermarono e iniziarono a pregare.

Papà…papà.

Sammy, magrolino e con la testa ancora grande rispetto al corpo, residuo di una infanzia che andava lentamente svanendo, è lì, sorridente al suo fianco.

Dimmi.

Devo dirti una cosa all’orecchio.

Ian piega la testa da un lato, porgendo l’orecchio.

Sammy si avvicina e nei suoi cinque anni, parlare all’orecchio è ancora tutt’uno con l’abbracciare. Ian si sofferma sulla pelle calda e liscia del figlio, a piene narici annusa l’odore di sale e creme protettive.

Ha detto nonna se vuoi aprire il cocomero.

Un minuto, risponde Ian. Il suo stomaco brucia.

Va bene.

Sammy corre via, piccolo Ermes dalla vocina acuta, il piede veloce, il sorriso e lo sguardo taglienti come lame. Porta il messaggio alla nonna.

Tutte le cose passano, anche Nello, il fratello maggiore, il primogenito che da anni aveva preso il posto del padre nel sacro taglio del cocomero di Ferragosto, era passato. Il destino non aveva tenuto conto dei suoi progetti, dei suoi tre figli ormai adolescenti, della moglie, dei vecchi genitori, dei suoi due fratelli, della sua volontà di respirare ancora e ancora e ancora. Prima o poi il respiro va restituito. Adesso sta a lui, sta a Ian tagliare il cocomero sotto lo sguardo attento di un padre invecchiato prematuramente e repentinamente. Anche lui andrà via. Ma non adesso. Non ancora. Il lungo coltello, affilato come il tempo, è pronto, assicurato nella guaina verde, lontano dalle mani dei bambini in una sacca chiusa.

Ian si alza in piedi. Sa che tutti, alle spalle, lo stanno osservando. Sa che stanno aspettando. Ma lui non è pronto. Nei suoi quarantacinque anni che fino a pochi mesi prima gli erano parsi pura potenza e pura vita, si piega per tirare su il grande cocomero di 15 chilogrammi. Lo sistema sulla spalla, gocciolante e sporco di sabbia, e avanza nell’acqua. Qualcuno lo chiama alle spalle, ma lui avanza. Il livello dell’acqua sale. Caviglia, polpaccio, ginocchia, cosce, scroto, vita, ombelico. Il sole picchia forte, il cappello ha rilasciato tutta l’acqua, nuovamente leggero. Avanza ancora ed eccolo, il livello inizia a scendere. Qualcuno a mollo in acqua lo guarda, ghignando. Ian non se ne cura. Ombelico, vita, scroto, cosce, ginocchia. È alla secca. Mette giù il cocomero, adagio, e ci si siede sopra, lo sguardo rivolto alla riva. I figli, la moglie, i vecchi genitori, Leo, il fratello superstite, i figli e la moglie di Nello, tutti lì, in una foto mossa e sfocata nel caldo insopportabile. Anche loro dovranno restituire il respiro, proprio come Nello, che sembrava indistruttibile. Sarà per il caldo o perché non mangia da giorni, ma tutto tremola ai suoi occhi. Il fratello e Lia parlano. Sammy gli fa cenno con la mano di tornare indietro. Matteo, nei suoi dieci anni, comprende qualcosa. Muove un passo verso di lui, ma si ferma.

Ian respira ancora un respiro profondo e chiude gli occhi. Sì, aveva ragione lei, vuole restar solo.

Le divinità devono aver ascoltato il paese raccolto in preghiera, perché esattamente il 15 agosto del 1281 un tifone di una potenza travolgente, distrugge l’intera flotta mongola, salvando il Giappone dall’invasione e da una certa sconfitta. Quell’evento naturale, forse divino, fu battezzato Kamikaze, ossia “vento divino”.

Quando Ian riapre gli occhi, tutti sono sul bagnasciuga. Parlano, fanno cenni. Lia fa un passo nell’acqua e, dopo di lei, anche Leo. Sammy freme fra i nonni che lo tengono per mano, una ciascuno. Ian alza gli occhi al cielo. Una grande nuvola ha finalmente scavalcato i rilievi che si vedono dalla spiaggia. Nera e potente in un attimo si mette fra loro e il sole, portando l’ombra. Il litorale rabbrividisce e un vento improvviso si alza, i teli si scollano dalla sabbia e gli ombrelloni iniziano a fremere convulsamente, le stecche si piegano e i paletti che parevano saldi, assicurati al terreno, si piegano. Poi, uno dopo l’altro, iniziano a saltare. Nulla è saldo, tutto si muove. Le persone a mollo corrono fuori dall’acqua. Come fiori trinciati di netto, gli ombrelloni si staccano da terra e dopo un istante che pare possano persino volare, tornano al loro luogo naturale, rotolando – privi di grazia – sulla spiaggia gremita. Le persone corrono per recuperarli. Alcuni ridono, molti urlano, altri allargano le braccia. Gli adulti abbracciano i bambini, per proteggerli. Un minuto e Ian si ritrova solo, in acqua, seduto sul cocomero. Nessuno si cura di lui, tutti indaffarati a mettere al sicuro il pranzo, gli oggetti. Sorride, Ian. Libero. Solo Matteo, staccato dal gruppo, entra in acqua. Non dovrebbe, dopo mangiato. Il suo corpo slanciato scompare via via sotto la superfice dell’acqua increspata dal vento. Non ha paura. Senza fermarsi cammina fino a che l’acqua gli arriva al petto. Il mare lo schiaffeggia, ma lui viene avanti. L’acqua inizia a scendere. Adesso gli è accanto, anche lui a guardare verso la spiaggia.

Stai bene papà? Chiede dopo aver lasciato che uno spazio di silenzio li mettesse in vera comunicazione.

Bene.

Sicuro?

Sicuro.

Il vento si è già abbassato e il nuvolone che pareva dovesse fare chissà che, nella sua natura mutevole, è passato, lontano, sfilacciato, pronto a dissolversi. Il sole, senza ostacolo, risplende nuovamente.

Apriamo l’anguria?

Matteo si gira e muove la testa come a dire di sì, se per lui è sì, oppure no, se per lui è no. Ma per Ian Testa adesso è sì.

Mi aiuti a portarlo?

Le labbra del suo primogenito si allargano in un sorriso affermativo, fatto di denti bianchi e perfetti.

Non guardati, con l’aiuto del mare che delicatamente li sospinge verso riva, Ian e il figlio portano il fardello. Ad ogni passo, nello sforzo, Ian sa di prendere in prestito un respiro e, subito dopo, sa di doverlo restituire. Prende ancora in prestito, nuovamente restituisce. Non è così terribile, saperlo. Lo aveva ignorato per tutta una vita, fino a quattro mesi prima. Quando Nello aveva improvvisamente restituito il suo senza poterne prendere ancora in prestito, lui non aveva compreso. Quanto era ovvio, per lui era rimasto impensato. Più volte, Ian, dopo la morte del fratello aveva temuto di soffocare. Cercava di trattenerlo e quel trattenerlo gli faceva credere d’essere sul punto di scoppiare, oppure, certe sere prima di addormentarsi, non era stato in grado di prenderlo ed era convinto di dover morire.

Papà.

Ian guarda il figlio.

Fai tu le fette?

, risponde Ian, respirando.

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Questa voce è stata pubblicata il agosto 15, 2021 da con tag , .

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