Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Non leggere (quasi) più – fra King e Seneca

Non leggere praticamente più, o quasi. Passare da un libro all’altro, sfogliare una pagina qua, una là, senza mai arrivare fino in fondo. Abbandonarli tutti, o quasi. Il blog si desertifica, fra un post e l’altro i tempi si dilatano – a tratti pensare e dirsi che, forse, lo si potrebbe mettere in congelatore; subito dopo pensare: e perché mai? Che rimanga lì, magari se la cava da sé, magari no. Tornare, quasi senza rendersene conto, a sfogliare libri di ogni genere, cercare di tenere l’attenzione, portando gli occhi su vecchi testi tanto amati o su nuovi, che subito tradiscono il desiderio che avevano acceso. Saggi, romanzi, memorie, testi del passato. Di tutto e di più. Nulla. Tutto viene abbordato per essere presto abbandonato. Per arrivare dove? Ritrovarsi senza un libro fra le mani, con la zucca vuota e praticamente senza fogli volanti su cui prendere qualche appunto.

Ritrovarsi, inaspettatamente, nell’assoluto disinteresse per la cosa. Lo star senza far nulla, senza progetti e non patirne la mancanza: essere consegnati, disarmati, al presente. Dimenticare o distrattamente riportare alla mente quanto ci si era ripromessi di fare; come per magia (si fa per dire) liberi dalle interminabili liste delle cose da fare, approfondire, rivedere, correggere. Senza immaginazione o ideazione sul futuro le giornate hanno un sapore nuovo per cui manca il termine adatto o, se c’è, è ancora da acciuffare. C’è tempo. E il passato? Quello, poi, fa quasi ridere, tant’è annacquato, sbiadito.

Essere portati di peso in una libreria e starsene fermi con le mani in tasca. Guardarsi intorno. Letto, letto, letto, letto, letto…ad libitum. Sapere fin dal principio che si uscirà fuori senza spendere un centesimo. Meglio, spendendo per i tuoi cari – ma non per te stesso. Hai già acquistato, di recente, libri che poi non hai letto. Estraneo, questo sì per la prima volta, ai sentieri di lettura. Fenomeno curioso.

Sedere su quella che era stata una poltrona da lettura, da qualche tempo tornata ad essere una semplice poltrona sistemata davanti una grande finestra che affaccia su uno sputo di giardino abbandonato a se stesso, in attesa di potatura dal comune. Guardare fuori, mentre le cicale si fanno sentire. Portare gli occhi alla libreria sistemata proprio sotto alla finestra, lì dove si tengono i testi da aver sempre a portata di mano. E trovarvi, chissà perché, Misery di Stephen King e domandarsi cosa ci faccia lì, in quel piccolo tempio di legno verniciato, affollato di idoli di carta. Ricordare che ci si era ripromessi di leggere qualche opera di Stephen King in onore di letture antichissime. Decisione presa dopo aver sfogliato On Writing (qui) e Carrie (qui). Tirarlo fuori perché quello non è proprio il suo posto e rendersi conto che stava copertina a copertina, a stretto contatto con le Lettere a Lucilio di Seneca, quelle sì consegnate con verità al piccolo tempio.

Libro celebre, sulla carta, per al cinema – eppure, incredibile anche questo, ritrovarsi ad averne trattenuto così poco, nella memoria, a parte lo scheletro e la vivida sensazione dell’enorme fatica per portarne a termine la lettura, prima di lasciarlo di lato, senza averne cavato nulla di buono. Senza averne fatto nulla, a dispetto di vecchi progetti. Sapere che già sono stati spesi fiumi di inchiostro, pagine di blog e riviste on-line su cui è già stato scritto tutto quello che c’era da scrivere. Tirare il testo fuori dalla libreria per sfrattarlo e, prima di lasciarlo cadere sul pavimento, in attesa di finire lì dove si va solo per togliere la polvere, sfogliarlo un attimo – giusto per gioco, perché non si ricordano i nomi dei protagonisti.

Seguire il filo dei paragrafi sottolineati e delle poche note a margine. Ripercorrere il sentiero di asterischi e vedere sotto una nuova luce Annie Wilkes, psicopatica, certo, ma, innanzitutto, lettrice – anzi, lettrice che nella e per mezzo della lettura si è tenuta, in qualche modo, al di qua dell’abisso – lettrice folle che nella sua follia che vuole in vita Misery, personaggio prediletto, nel disperato tentativo di mantenere in vita se stessa. Non così diversa (forse) da Paul Sheldon, che cerca di salvare stesso per mezzo della scrittura. Gambe spezzate e amputate, droghe, iniezioni e cose varie sono poco più che un orpello. Per entrambi la vita è identificazione, da un lato il lettore, dall’altro lo scrittore. Tutte le note e gli asterischi sul libro si riferiscono allo scrittore e, dal suo punto di vista, al suo rapporto con il lettore e la scrittura. Ma il lettore in quanto lettore? Chi si occupa del lettore compulsivo? Del lettore che non si stacca dal libro, che divora libro-dopo-libro, chi si occupa di lui? Non comprendere nulla di quanto letto, terribilmente frettoloso, incapace di fermarsi, masticare, trarre nutrimento. Incapace di farlo, non educato, si ritrova inevitabilmente spinto a leggerne un altro e un altro ancora, ritrovandosi magro, sempre più magro. Lettore che pensa (superficialmente) i pensieri dei personaggi, ma che di suo non sa nulla, non pensa nulla, nulla sperimenta, nulla trattiene – lettore colabrodo. Fare attenzione a non cadere nell’incantesimo, nella convinzione che il tempo non speso sulla pagina, quella stampata o bianca e da riempire, sia tempo perduto.

Annie è pazza. Cosa insegna? Non si può fare esperienza fra le pagine d’un libro. Resistere al rischio di ridurre l’intera esperienza all’esperienza di lettura – ritrovarsi a far cadere una sciocca illusione – non si può esser di carta.

Buttare a terra Misery e cercare di capire cosa ci facesse accanto a Seneca, scomodato dal suo posto privilegiato nel tempio. Sfogliare a caso, perdersi per un po’ fra gli innumerevoli consigli, tutti saggi, letti e mai veramente fatti propri. Finire sulla seconda epistola, leggendo e rileggendo ancora e ancora…

Tu non vai qua e là, né ti agiti cambiando continuamente luogo. Quest’irrequietezza è propria di uno spirito malato; ed io considero come primo indizio di un animo equilibrato il sapere restar fermo e raccolto in se stesso. Bada inoltre che, in codesta lettura di molti autori e di libri di ogni genere, tu non vada vagando dall’uno all’altro. Devi acquistare dimestichezza con autori scelti e nutriti di essi, se vuoi trarne qualcosa che rimanga stabilmente nell’animo. Chi passa la vita in un continuo vagabondaggio, troverà molti ospiti, ma nessun vero amico. Così è necessario che capiti a chi non si applica con assiduità allo studio di nessun autore ma tutti li scorre in fretta. Non giova, né si assimila, il cibo rigettato appena preso…Troppi libri producono dissipazione: perciò, se non ti è possibile leggere tutti i libri che potresti avere, basta che tu abbia i libri che puoi leggere…leggi sempre i migliori autori…Anche io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa.

Fare tesoro di quanto appreso, fare le valigie riempiendole solo il necessario, perché arriverà pure il momento in cui è più quanto si vuol lasciare di quello che si vuol portare con sé. Chiudere a chiave la propria casa, per un paio di settimane, portando con sé, in uno zaino, giusto un quaderno, un libricino di una sessantina di pagine, di quelli che stanno nelle tasche laterali dei pantaloncini, due penne, una matita, un temperino. Stop.

Guidare. E realizzare che non dispiace affatto andare così a rilento, che non è così male questo andare a vuoto – a vuoto rispetto a cosa, poi? Dirsi che potrebbe rivelarsi più interessante del previsto una estate assolata e, almeno in parte, desolata, senza troppo spreco d’inchiostro, passata con gli occhi non sulla carta – bianca o stampata – ma sulle foglie schiaffeggiate dalla brezza del mare, con le gambe incrociate sotto la veranda di una vecchia roulotte, al centro della pineta.

Girare intorno a questo vuoto così a lungo fuggito, temuto per una vita. Girare e girare, sempre più lentamente, ma senza cadere dentro e, strano a dirsi, senza averne nemmeno troppa paura. Sentirsi come una palla che segue, in precario equilibrio, il filo di metallo del canestro. Una palla che per troppi anni, nel timore di quel nulla, di quel vuoto, ha corso all’impazzata, sempre in tondo, e quindi senza andar veramente da nessuna parte. Alla ricerca di un obiettivo sempre nuovo credendolo fonte di un possibile equilibrio. Oh, povera Annie! Separare ricerca del senso dalla spasmodica ricerca di un obiettivo da puntare e raggiungere, significa forse esser diventati un pizzico più saggi? Chi può dirlo.

Stare come la palla che rallenta la corsa e, fuori dal turbinio, si concede il tempo per guardarsi intorno. Che bizzarro ottimismo. Per nulla giustificato, ma non meno sentito, reale. Chissà se alla fine ci casca, in questo buco. Questo niente, questo non-so-che troppo a lungo confinato, stretto o costretto, per così dire, in un anello di metallo fatto di progetti, sforzi, dubbi e ripensamenti. Dovrebbe poi esser tanto terribile, caderci dentro? Cadere. Perché mai? Perché chiamarlo caduta e non canestro, centro, buca? Abbandonare certe vecchie idee che, in realtà, si sono naturalmente dissolte. E tutto perché Seneca e King erano – pur non avendo nulla in comune – vicini, copertina contro copertina, per puro caso, mentre da tempo, qualcuno non combina nulla? Nulla. E osa addirittura esser lieto, o quasi.

2 commenti su “Non leggere (quasi) più – fra King e Seneca

  1. Alessandra
    luglio 14, 2021

    Bello questo tuo “sentire”, in parte mi ci rifletto. Anche a me capita di allungare la mano verso un libro e poco dopo di ritrarla, perché non è il momento o perché ho cambiato idea o perché mi è venuto in mente altro da fare… Poco male, il libro è sempre lì che mi aspetta con lungimirante saggezza. I libri ci aspettano sempre, siamo noi che a volte scalpitiamo e siamo impazienti, desiderosi di tutto e di più e allo stesso tempo infastiditi dalle nostre stesse esitazioni. Eppure c’è bisogno di procedere “con calma” nella lettura (o nella scrittura), riappropriandosi delle necessarie pause e dei sacrosanti silenzi. Pause che sono appunto riflessive, meditative, pause di fecondo approfondimento. Ultimamente anch’io leggo poco e procedo con estrema lentezza, interessata più a calarmi nel sottoterra che non a rimanere in superficie. Hai reso bene l’immagine del lettore colabrodo, di colui (o colei) che salta compulsivamente da un autore all’altro, da un genere all’altro, quasi avesse paura di restare indietro o di perdersi chissà che cosa. Ci sono persone che leggono un libro nel giro di pochissimo tempo, a volte anche in due giorni o tre (ma come fanno?), e poi lo recensiscono in un batter d’occhio. No, no, deve pure esserci uno spazio-tempo dove sostare alla fine di ogni lettura, dove poter rielaborare le sensazioni, le impressioni, le varie emozioni via via raccolte, così da meditarle a lungo fino a sedimentarle e farle proprie. Altrimenti a cosa serve leggere? Se rischia di divenire un’attività sterile, ossia un inglobare continuo di pagine su pagine, di notizie una dietro l’altra, di novità da prendere subito al volo e poi da dimenticare con altrettanta velocità appena ne spunta un’altra all’orizzonte, allora è meglio dedicarsi alla cura dell’orto, che forse un piatto di pomodori per l’ora di cena riusciamo in qualche modo ad improvvisarlo…

    • tommasoaramaico
      luglio 14, 2021

      Hai perfettamente restituito l’idea di fondo. Quello che ad un primo sguardo sembra (viene vissuto come) un colpevole rallentare – si rivela (se si ha pazienza) un lasciarsi-tempo che libera da una concezione muscolare, agonistica, imperante non solo della vita (lì non ci si può fare molto ), ma persino della lettura (o scrittura), attività che, per semplificare, definirei “spirituale”, ossia gratuita , libera -che per principio non può prestarsi alla conta, al testa a testa, al calcolo, al record. Perdersi qualcosa, scrivi – beh, qualcosa si perde. Il poco e prezioso tempo che abbiamo a disposizione. Un saluto.

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 14, 2021 da con tag , , , , .

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