Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Quel piccione mi ha guardato?

Non sono in grado di descrivere quanto mi è accaduto. Nulla di speciale, certo, un’esperienza fra le tante. Ognuno può vantare le proprie, vero anche questo, però era in assoluto la prima volta che mi trovavo su di una nave di quel genere, anzi un transatlantico, di quelli enormi, grandiosi. In piedi sul ponte mi guardavo intorno, meravigliato, mentre il colosso navigava, lentissimo, fra gli stretti vicoli d’una città sconosciuta. Non chiedermi come fosse possibile. Non me lo chiedevo sul momento, non so rispondere adesso e, francamente, mi pare del tutto secondario. È, semplicemente, quanto è accaduto. Allungando un braccio potevo sfiorare le ringhiere dei balconcini e, sporgendomi un poco e guardando in basso, ammirare le viuzze che erano fiumi e torrenti. Ho visto torri e cupole di terra cotta, e poi ancora campanili splendenti al sole, rivestite di mattonelle colorate, e terrazze che aprivano su boschi sospesi di cui non si intravvedeva fine e confine. E poi facciate di edifici, decorate con una moltitudine di colori. Chi poteva aver fatto una cosa del genere? Che splendore essere ignorante. Non sono in grado di descrivere, purtroppo.

Se fossi in grado di dire il momento esatto del passaggio da quel dedalo di vie al mare aperto e tutto orizzonte. Non riesco, purtroppo. Erano anni che non vedevo il mare sereno e vasto. Troppo abituato a trovarmi nel mare in tempesta, sempre sul punto di esserne inghiottito una volta e per tutte, avevo dimenticato la possibilità di godere della sua immensa calma. potenza trattenuta. Il fremito della nel momento di passaggio, il blocco, il singhiozzo, dunque il suo scivolare lì dove il mare è propriamente mare, dove l’elemento rivela, nascondendola, tutta la sua profondità – disponibile a lasciarsi navigare.

Se sapessi dire l’interno di quella nave, nel momento in cui vi entravo, seguendo una palla, anzi, un pallone, di quelli a vento. Un mondo, anzi, un sistema di corridoi e scale e porte. Alcune chiuse, altre accostate, altre spalancate. Quante altre volte mi sono perso, terrorizzato, per lunghi corridoi senza via d’uscita. Bui, desolati, solitari e, al tempo stesso, infestati di spiriti. Ed io perso nell’angoscia. Ero sempre alla ricerca di una casa che non trovavo, d’una porta per cui non avevo chiave, dell’appartamento di cui non ricordavo la composizione. Un labirinto di rampe di scale sconosciute su cui inciampare, cadere, da salire incerto e scendere di corsa, nella fuga da non ricordo cosa. Un sistema di ascensori che muovevano secondo traiettorie inaspettate.

No. Veloce attraversavo corridoi e ovunque stanze spoglie o piene di mobili, uomini, donne e bambini che mi guardavano. Qualcuno che mi salutava. Vecchi stesi su brande senza lenzuola, uomini che armeggiavano ai fornelli, bambini che correvano da una parte all’altra. Mi sono ritrovato, ad un certo punto, nella casa di una giovane donna. Di fronte ad una bambina dagli occhi e i lineamenti di Leonore. Bruna e silenziosa, specchio di un tempo andato, di cui la madre, che immediatamente si materializzava al mio fianco, era la traduzione nei suoi quaranta anni. Erano passati quasi venti anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Sempre la medesima. Profetica, si avvicinava stringendo due birre, sudate. Come sempre fossi stato lì, già sedevo sul suo divano rosso, sprofondato. Non so quali parole. Ce ne sono state, alcune. Poche, sensate. Poi la bambina. Ho un figlio della tua età, le dico. La madre, la donna, Leonore, mi abbraccia e mi bacia la spalla. Mi alzo e con la bambina battiamo il cinque. Indico una porta in fondo alla stanza. Una porta che prima non c’era. Sì, era di lì che si usciva. Non so dirla bene, per come è andata. Aperta la porta, esco.

Gli occhi aperti sul soffitto con graffi di luce proiettati dagli spiragli delle serranda abbassata. Le cinque e mezza del mattino. Mi alzo senza far rumore. La nave in testa, il mare in testa, in testa quei lunghi corridoi, la bambina, la ragazza, quella ragazza, Leonore diventata donna senza che io potessi farci nulla, negli anni. Leonore incontrata anni fa in una grande aula universitaria. Leonore, ossessione d’una stagione. Timido rimpianto. Senza far rumore esco in balcone. Le rondini già operose, così i gabbiani – ah, il mare – che cercano cibo in città. Il sole che sale. In piedi con occhi lacrimosi. La testa piena delle cose che non sono in grado di dire. Un piccione, lento, palpitante, vola ad un paio di metri dalla punta del mio naso. Mi è parso, nel vederlo, che avesse puntato il becco contro di me, il mio volto, i suoi occhi nei miei. Non erano stupidi, i piccioni? Come è possibile che abbia cercato i miei occhi? Può un piccione voltarsi? Andare oltre lo scrutare in cerca di possibili pericoli, gettando le basi per un fugace incontro? Mi piace pensarlo. Mi diverte pensare di aver incrociato, nella mia vita, il piccione più intelligente del mondo. Leonore diceva che ero un ragazzo…mi diceva. Ha detto delle cose importanti…

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 11, 2021 da .

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