Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Tutti lo guardano, tutti chi?

Tutti lo guardano. Tutti smettono di vivere, mentre lo guardano. Tutti smettono di vivere mentre guardano lui vivere. Vive veramente? Lui solo pare essere vivo, anche se se ne sta chiuso nella sua stanza. Deve smettere di vivere, ha dovuto smettere di vivere, mentre tutti hanno beatamente continuato a vivere. Almeno momentaneamente ha dovuto fare un passo indietro per potersi dare la fugace impressione di vivere, perché farlo veramente, almeno adesso, negli ultimi tempi, beh, sarebbe assolutamente impossibile. Sarebbe da irresponsabili. Preferisce di gran lunga il suo spettacolo. Non potrebbe, lì fuori, combinare nulla di buono. Meglio così, per adesso. Meglio non rischiare di rompersi l’osso del collo. Fra il suo credere di vivere e il vivere stesso c’è un bel fossato. Non gli pareva così ampio, qualche tempo prima, adesso, invece, gli pare pressoché impossibile da superare. Sente di non avere energie a sufficienza. Alle volte viene preso da un dubbio. Rimandare il salto e raccogliere le energie? O tentare perché il fosso invece che inerte pare vivo, in movimento costante, inesorabile? Il dubbio stesso, a dirla tutta, è, nella sua fissità, una forma di risposta. E quel fossato, intanto, si allarga.

Ah, tutte le cose che accadono lì sotto, entro il confine della sua testa. Solo a tratti è consapevole della cieca solitudine. Perché oltre la punta dei suoi capelli e subito oltre quella del naso non c’è nulla, al momento. Tener fuori questa idea è l’apice della realizzazione del sofferente. È meno di una grigia vita questa sua fantasia, una pseudo-vita che ormai fatica a dar colore a certi fantasmi che si sono accasati nella sua testa in fiamme.

E si illude di svelare il mondo, nel momento in cui lo vela. Si ostina a ricostruirlo secondo regole tutte sue. Non è buona sorte, la sua, che tuttavia deve andare avanti. Non bisognerebbe parlare di lavoro, ma il suo lo è. Anzi, è un lavorio e, in quanto lavorio, è logorante, per definizione ingolfato e ritornante su se stesso. È una fatica a perdere, perché mentre intorno a lui tutto si muove e pare reale, lui che se ne sta nello stallo che pare immobilità, in realtà mobilita mondi senza estensione, parole senza vere labbra, vite senza battito, risposte senza domande, inchiostri senza carta.

Potrebbe pure reggere, non fosse per il telefono che squilla, svegliandolo. È sveglio, a dirla tutta. In piedi al centro della sua stanza con le orecchie traboccanti note spillate dalle cuffie attaccate al cellulare. Fatica a riconoscere la voce di chi gli parla. Le orecchie fischiano ancora. Risponde sì, sì. Qualcuno ride, dall’altra parte. Qualcuno ha bevuto. Fanno giri di chiamate. Riesce ad attaccare. Accende il faretto fissato al muro, sulla scrivania vuota di progetti. Siede e guarda l’orologio. Venerdì. Le dieci di sera. Lo specchio è rotto, ma non è ancora tempo per andare a dormire e non c’è nulla su cui vegliare. Nulla di cui prendersi cura, neppure di sé. Si volta. La porta, alle sue spalle, è stata aperta. Da chi? Basterebbe alzarsi dalla sedia e andare a controllare. Basterebbe alzarsi da quella maledetta sedia e buttar fuori lo sguardo. Niente di più. Pare poco? Lo è. Lo è veramente? L’unico modo per saperlo sarebbe di andare, perché la vera vita è la vita provata.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 1, 2021 da con tag .

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