Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Siamo uomini o tagliacarte?

È lo stesso identico tagliacarte che alle volte il padre gli permetteva di usare, da bambino, per aprire le lettere della banca o le bollette, quello che adesso David impugna e alza verso il soffitto, la punta luccicante e arrotondata, puntata, dall’alto verso il basso, contro il petto di Simon, il fratello minore che, indietreggiato più per l’incredibile sorpresa che per paura, è appena caduto a terra inciampando su di uno scatolone che fino ad un attimo prima stava riempiendo con le innumerevoli cianfrusaglie che il vecchio padre, per quanto disperatamente attaccato alle cose, non aveva proprio potuto portare con sé nella tomba.

C’erano voluti quarantasette maledetti anni di vita per portare David ad un uso così bizzarro di quell’oggetto che, per quanto ricorda, era sempre stato, innocuo e rassicurante, sulla scrivania del padre, accanto al portapenne e ad un astuccio di pelle. Ma David è cambiato. È diverso, lontanissimo nelle sue azioni, attraverso le sue azioni, dal bambino silenzioso e sorridente che era stato. A suo modo promettente, adesso è ridotto a una promessa delusa. Deluso da tempo il padre ormai morto; ferita a morte, anni prima dopo un arresto, la madre che adesso non riesce neppure a urlare, presa nella morsa dell’angoscia. Immancabilmente, aveva deluso datori di lavoro, che l’avevano licenziato; amici, che l’avevano allontanato; colleghi, che lo avevo isolato; moglie, che lo aveva messo fuori casa; figli, il cui sguardo era ormai altrove. Non era il tagliacarte ad essere cambiato, ma lui e lui, trasformato a quel modo, rende o cerca di rendere il tagliacarte ciò che il tagliacarte, in fondo, non è. Un’arma.

Perché? Soldi. Eredità. Vecchi rancori. Incapace di tollerare Simon, il senso di realizzazione e coerenza che traspaiono dal suo corpo asciutto, dal modo in cui parla, da come si veste, dalla sua ostinata volontà di guardare negli occhi, dal cellulare che squilla con amici e colleghi che gli fanno le condoglianze. Mentre lui, David, il prediletto, quello per cui tutti un tempo erano stati pronti a fare un passo indietro, si trova a non sopportare la semplice presenza del fratello che era riuscito a vedere si e no quattro o cinque volte negli ultimi sei anni, in una frequentazione che aveva segnato il passo di destini che, in modo inversamente proporzionale, si erano mossi intorno ad obiettivi e aspettative. È bastata una frase, e la furia è scattata. David, il cuore in gola alla vista del suo braccio levato al cielo, forte dell’impotenza e dello smarrimento, non ricorda neppure quello che il fratello gli ha appena detto. Qualcosa sul gestire l’eredità senza sperperare, nel fare attenzione ai debiti o chissà che.

La scena è in evidente stallo. E io non so proprio come andrà a finire. Nel senso che i più avranno la risposta pronta. Basta seguire la biografia di David per tirar fuori ciò che sarà. Io però non ne sono così sicuro. Mi è venuto in mente un passo letto tempo fa. Un passo che tratta del problema della libertà, della responsabilità e che, guarda un po’, parla proprio di un tagliacarte. Mi riferisco al famoso scritto L’esistenzialismo è un umanismo di J. P. Sarte. Userò qualche passaggio.

Essi [qui il filosofo si riferisce agli esistenzialisti “atei” e a se stesso] hanno in comune soltanto questo: ritengono che l’esistenza preceda l’essenza, o, se volete, che bisogna partire dalla soggettività. In che modo è da intendere la cosa? Quando si considera un soggetto fabbricato, come, ad esempio, un libro o un tagliacarte, si sa che tale oggetto è opera di un artigiano che si è ispirato ad un concetto. L’artigiano si è riferito al concetto di tagliacarte e, allo stesso modo, ad una preliminare tecnica di produzione, che fa parte del concetto stesso e che è in fondo una «ricetta». Quindi il tagliacarte è da un lato un oggetto che si fabbrica in una determinata maniera e dall’altro qualcosa che ha un’utilità ben definita, tanto che non si può immaginare un uomo che faccia un tagliacarte senza sapere a che cosa debba servire. Diremo dunque, per quanto riguarda il tagliacarte, che l’essenza – cioè l’insieme delle conoscenze tecniche e delle qualità che ne permettono la fabbricazione e la definizione – precede l’esistenza; e così la presenza davanti a me di un certo tagliacarte o di un certo libro è determinata.

Si tratta di capire, adesso, se David è il soggetto di questa vicenda o se è ormai il semplice prodotto della sua storia, incatenato al complesso delle scelte lungo cui si è svolta la sua stessa vita (come se la libertà fosse qualcosa di accessorio e che, dunque, possa ad un certo punto esser persa o sperperata a partire dagli errori). Chi è David? È qualcuno che si nasconde dietro le sue azioni o è le sue stesse azioni nel succedersi l’una all’altra?

Mettiamolo insieme al tagliacarte. Del tagliacarte chiediamo “cosa è?” ma la stessa domanda non la poniamo a proposito di David, di cui, a ragione, chiediamo: “chi è?”, anzi, “chi sei?”, rivolgendoci direttamente a lui. Questo è un modo per comprendere, almeno in modo parziale, l’espressione “l’essenza viene prima dell’esistenza”. Le cose esistono avendo in dotazione fin dalla loro produzione il loro senso, il loro uso, la loro specifica finalità – le cose non sono libere, bensì nella disponibilità di chi le usa. Sono mezzi. Questo è un tagliacarte, oppure “cosa è questo?”, un tagliacarte, “a che serve?” e via con le spiegazioni, senza che il tagliacarte sia minimamente interpellato. Del resto il tagliacarte non ha bocca, occhi, orecchie.

Nel “chi è?”, anzi “chi sei?”, la domanda interpella, si rivolge ad un tu che viene chiamato a qualificarsi in prima persona, a parlare, ad agire.

Emerge, al contrario, tutta la disponibilità della cosa. Il tagliacarte, sotto la tempesta passionale di David, si fa altro. Ne fa mal-uso, perso in un mal-inteso, schiacciato dal suo stesso mal-affare, nel suo usar male (tagliar carne e non carta) e far male: fare del male al povero fratello, colpevole d’esser qualcuno. Il tagliacarte, seppure male usato, sarà sempre e comunque quel che è. Oggetto per fendere, tagliare e cose del genere.

E David? Lascio la parola a Sartre che, dopo alcuni passaggi sull’evoluzione del concetto di uomo nel corso dei secoli, giunge a definire la posizione dell’esistenzialismo ateo

…c’è almeno un essere in cui l’esistenza precede l’essenza, un essere che esiste prima di poter essere definito da alcun concetto: quest’essere è l’uomo […]. Che significa in questo caso che l’esistenza precede l’essenza? Significa che l’uomo esiste innanzitutto, si trova, sorge nel mondo, e che si definisce dopo. L’uomo…non è definibile in quanto all’inizio non è niente. Sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto…l’uomo non è altro che ciò che si fa…l’uomo sarà anzitutto quello che avrà progettato di essere. Non quello che vorrà essere.

Il giovane David era stato subissato di “tu sei” e “tu sarai” prima ancora d’agire e poter veramente render conto di sé, nell’azione. Ma poi, chissà perché, s’era sganciato, deludendo, eludendo, le altrui aspettative – d’un tratto era fuori dalla gabbia. Quella gabbia erano le aspettative che, in qualche modo, lo degradavano a tagliacarte. E adesso? Non vien ridotto a tagliacarte da chi, cavalcando una vita di errori, scoppi d’ira e azioni inconsulte, vuole adesso dedurre, dal suo passato, il suo presente e futuro? Non lo riducono a cosa quelli che (si) aspettano il colpo che cala sul fratello, in qualche modo compiendone il destino – che di fatto è gloria della necessità e scacco della libertà – chiudendo il cerchio sulla sua natura violenta? Ma insomma, è un uomo o un tagliacarte? Il tagliacarte non ha occhi, né orecchie, né bocca, si era detto, ma David sì. Incontra lo sguardo del fratello, sente il lamento soffocato della madre, ansima tradendo una frattura interna. Non è questa, forse, la ragione dello stallo? Dell’assenza di automatismo? La ragione per cui David non reagisce come una molla?

…l’uomo non è nient’altro che quello che progetta di essere; egli non esiste che nella misura in cui si realizza; non è, dunque, niente altro che l’insieme dei suoi atti, niente altro che la sua vita.

Dunque, come finisce? Non lo so, perché quando la stasi verrà rotta dall’azione e il tempo riprenderà a correre, allora sarà libertà all’opera.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 3, 2021 da con tag , , , .

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