Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Alcuni -issimi in cui mi sono imbattuto

Già qualche anno fa, anche se con intenti diversi, mi sono fermato sulla questione degli -issimi che possono interferire con la vita, piegarla, renderla pesantissima, insostenibile, in certi casi invivibile. Era la storia di Leo Majol (e un assaggio è qui), poi confluita ne Il posto di ciascuno (qui). Ricordo di aver ricevuto, qualche mese dopo la sua uscita, la mail di un lettore perplesso. Sono andato a cercarla, ma devo averla cancellata, purtroppo. Ne ricordo il succo, però. Scriveva che il racconto gli era piaciuto e che in un primo momento si era addirittura immedesimato nel personaggio. Ammetteva, però, che andando avanti nella lettura era poi rimasto urtato dalla seconda parte del racconto, lì dove la storia diventava sempre più assurda. Forse aveva ragione, forse no. Non sono forse assurdi la stragrande maggioranza degli -issimi che vediamo, subiamo e disseminiamo nel mondo? E non sono forse assurde le conseguenze per quelli che, nel tempo, crescendo, non riescono a scrollarseli veramente di dosso?

È pericolosissimo, tuona dall’alto del suo metro e sessanta, la madre di un bambino che, decisamente perplesso, si irrigidisce. Si stava divertendo, ma era anche estremamente serio, concentrato, mentre tagliava un nastrino con le forbicine. Divertente o pericoloso? Sembrava proprio divertente. Ma la madre gli parlava di ferite, sangue, pianti, dolore. Lui vedeva solo coriandoli di nastrino a terra e tutto l’impegno per fare un buon lavoro. Era un buon lavoro. Non vedeva sangue, così come non aveva pensato, nei suoi tre anni, a cose tanto gravi. Lascia cadere le forbicine azzurre a terra, sul tappeto verde con al centro un enorme broccolo sorridente con in mano un annaffiatoio. Le forbicine hanno le punte arrotondate. Gliele aveva regalate la zia. Sono per i bambini mancini come te, lo aveva baciato sui capelli soffici e folti. E infatti tagliavano che era una bellezza.

Non ci vede bene, col cappello di lana che gli cala sulla fronte. E la voluminosa sciarpa non gli permette di girarsi per controllare quel bambino cattivo che si aggira sul suo mucchietto di foglie. Manca poco, è quasi pronto per accogliere il cavallino di plastica che il padre gli aveva regalato il giorno prima. Ha appena individuato un po’ di foglie. Corre, attento a non inciampare. È lì a raccoglierne una manciata, che viene trafitto dalla voce della madre, alle spalle, a tradimento. Un attimo ed è già lì, sovrastandolo. Fa freddissimo. Strilla, mentre gli lega intorno al collo la sciarpa che lui aveva sciolto. Senza smettere di parlare, gli calca sulla testa il cappello che lui aveva infilato in tasca. Parla di polmonite pericolosissima, di otite dolorosissima, di tosse fortissima, di febbre altissima. E lui digrigna i denti, perso nella furia dei suoi quattro anni, lasciandosi sballottolare dalla madre. Trattiene il pianto alla vista di quel bambino cattivo che ormai salta tranquillamente sulle sue foglie. Tanto lavoro per nulla. Stringe nella manina il cavallino che il padre gli aveva regalato giusto il giorno prima. Le folte sopracciglia aggrottate contro il mondo. Vuole urlare, ma ha così paura della madre, delle sue minacce e di tutte le parole che ancora potrebbe dire, che non apre bocca e senza protestare si lascia portare a casa.

Questi -issimi mi son tornati alla mente dopo che qualche giorno fa – prima che il rosso dipingesse, fra le altre, anche la mia regione – ho incontrato al supermercato un vecchio conoscente dei tempi del liceo. Amico no, conoscente sì. Era tutto imbacuccato, senza che il termometro giustificasse l’armatura di lana che lo avvolgeva. Cappello di lana, guanti da neve, sciarpa pesante di quelle fatte a maglia. Lo ricordo come un bravo ragazzo, silenzioso e impacciato. Era incredibilmente bravo con i numeri, al limite del geniale, secondo un paio di professori. Si diceva dovesse fare grandi cose. Nessuno, ai tempi, aveva voglia di passare del tempo con lui. A me capitava di avere con lui a che fare a partire da un amico comune. Per quel che ne so, nutriva una grande antipatia nei miei confronti. Una antipatia immotivata e repressa. Immotivata, così credevo, perché non gli avevo mai fatto alcun torto. Repressa perché mai da lui espressa direttamente. Ne sapevo qualcosa attraverso le chiacchiere di chi lo aveva sentito parlar male di me. Naturalmente, accoglievo quelle chiacchiere con un semplice sorriso. E solo adesso, lo ammetto, leggo diversamente quel mio sorriso. Allora mi sembrava traccia di un atteggiamento virtuoso, quasi illuminato. Oggi, in controluce, leggo un giudizio, una forma di presunzione, uno strisciante sentimento di superiorità che lui percepiva, a differenza di me. Qualche motivo, quindi, lo aveva. Tuttavia, non è di questo che voglio parlare.

Al supermercato, stava cercando di passare dritto cavandosela con un cenno del capo, anche se non ci vedevamo da anni. E invece io gli ho chiesto come andasse, cosa facesse. Telegrafico, mi ha risposto che andava bene e che insegnava. Matematica, gli avevo detto io. Ingegneria non ricordo di cosa, mi aveva risposto lui. E dal mio errore risaliva alla mente la sua vocazione per la matematica pura, l’inflessibile volontà dei genitori affinché si iscrivesse e laureasse in ingegneria. Rivedevo la madre che dalla finestra, quando lui era già per strada, gli lanciava i guanti e il cappello. E noi che passavamo lì sul marciapiede, diretti alla fermata dell’autobus. Lo vedevo con lo sguardo a terra, mentre tutti noi ridevamo di lui e della madre che non capiva.

Concentrato sui suoi occhi inquieti, l’espressione della bocca celata, vedevo il ragazzo che non mi sopportava diventato ormai un uomo schivo e leggermente sovrappeso. Senza chiedermi nulla. Rabbiosamente indifferente alla mia sorte era andato via, verso il reparto surgelati.

Mentre sistemavo le buste in macchina, capivo che Leo Majol, almeno in parte e senza saperlo, era in fondo lui. Era, o poteva essere, il giovane che padroneggiava i numeri, ma anche l’uomo che non era stato aiutato nella difficile arte di padroneggiare se stessi. Una volta a casa, sono riuscito a resistere al grande tentatore, all’impulso accendere il computer e scrivere il suo nome per succhiare notizie e avere la conferma della sua amarezza. Lo rivedo con la stempiatura, la barba corta piena di buchi, le aspettative abortite e tutto il carico di risentimento delle persone che hanno succhiato, fin da piccole, sguardi delusi  e pieni di preoccupazioni, labbra tirate, sospiri profondi.

Sono convinto che in ognuno di noi si siano sedimentati molti di questi -issimi, così come sono certo che silenziosamente agiscono e attraverso noi si tramandano, passando di generazione in generazione. Catene montuose di ostacoli inesistenti, burroni interiori che separano da se stessi, occhi che guardano e guardano. Invisibili occhi che non si stancano di guardare, mentre noi, mentre Leo Majol, mentre il mio vecchio conoscente, tutti siamo perennemente all’erta, persi nel vano tentativo di schivare l’ennesimo -issimo che continua ad echeggiare in noi.

Mi permetto, per chiudere, di citare un breve passaggio da Leo Majol.

Leo Majol era sempre stato un bambino gracilino e timoroso, leggero e sottile come una piuma. Fin da piccolo nulla faceva o intraprendeva senza che lo angustiasse il timore di sbagliare o di fare qualcosa di male; nulla faceva senza che prima la madre lo mettesse in guardia, dilungandosi in una infinità di raccomandazioni e precauzioni che dipingevano il mondo e le persone a tinte fosche, mentre lui, in quel quadro, era ridotto ad una linea o scarabocchio appena visibile, tracciato da un pennino caricato con inchiostro annacquato. Volente o nolente, ma anche perché aveva una fede incondizionata nella madre, Leo Majol aveva presto imparato quanto vitale fosse per lui analizzare e dubitare di ogni cosa, fare di tutto per scovare ogni possibile controindicazione o tranello; e dato che in ogni cosa si celavano pericoli che lui sapeva di non poter comprendere interamente, lasciava alla preghiera quanto non sapeva vagliare con l’uso della ragione.

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 21, 2021 da con tag .

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