Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Tutte le false profezie

Sono nato quarantaquattro anni fa al secondo piano di un piccolo ospedale di provincia. Era una calda giornata di agosto ed ero da poco stato sistemato sul petto di mia madre, quando le si avvicinò una vecchia. Ai tempi accadeva spesso. I figli venivano sfornati in gran quantità e non c’era tempo, o voglia, per bloccare indovine e fattucchiere in cerca di facili guadagni. La vecchia s’era fermata ai piedi del letto e dopo avermi intensamente scrutato aveva profetizzato, per me, un grande destino. Mia madre le aveva fatto un’offerta. Generosa. La donna s’era poi allontanata. Benché presente, ovviamente non ricordo il momento, ma posso vedere la scena con grande precisione, con gli occhi della mente. La vecchia, mossi due o tre passi, s’era fermata ai piedi del letto più avanti, offrendo fausti presagi ad un’altra mamma e poi a un’altra ancora. La vedo, come fosse qui, adesso, uscire dalla camerata con le tasche piene di denaro.

A undici anni il mister mi aveva guardato con occhi severi. Mi aveva appena comunicato che mi spostava sulla fascia perché ero piccolo, agile e veloce. Da quel giorno diventavo ala sinistra e prendevo il numero sette. Mi piaceva il sette. Al temine del primo tempo del mio esordio da titolare, mentre da un bicchiere usa e getta bevevo thè caldo, il mister mi aveva nuovamente guardato con i suoi occhi severi. A tutti noi, e a me su tutti, aveva detto che ci avrebbe fatti correre a furia di calci in culo, se non ci davamo una svegliata. Il secondo tempo, uscito dal sudicio spogliatoio, non mi ero fermato un istante. Non c’era stato bisogno di nessun calcio in culo. A fine partita il mister aveva detto, prendendomi da parte, che probabilmente avrei combinato qualcosa di buono, se avessi continuato a quel modo. Dopo tre mesi di allenamenti intensivi tutti i pomeriggi dalle due e mezza alle sette, mia madre aveva preso gli scarpini e li aveva lanciati fuori dalla finestra. Da quel giorno avevo incontrato il mister solo per strada.

A sedici anni la professoressa di matematica aveva profetizzato che io sarei stato la punta di diamante della classe. Mio padre, già dalle scuole medie, aveva profetizzato che ero fatto per i numeri e che la mia logica era spietata. C’era qualcosa di vero in quello che dicevano, ma durante le ore di matematica mi trovavo sempre più spesso a guardare fuori dall’ampia finestra dell’aula, gli occhi persi su di un brutto campo abbandonato e pronto per chissà quale speculazione edilizia. Di lì a tre anni quella stessa professoressa, salutandomi dopo gli esami, ferita, tradita, ancora adorante, mi diceva che ero stato la sua più grande delusione.

All’età di ventuno anni, dopo l’ennesimo esame con lode, mio padre – deluso per la facoltà che avevo scelto, ma potendomi più minacciare di farmi lasciare gli studi nel caso fossi stato bocciato o avessi preso un voto sotto al ventotto – mi aveva guardato e, sorridendo, aveva detto che da bambino avevo una intelligenza così prodigiosa e spiccata che anche lui aveva profetizzato, per me, che sarei diventato un genio o un delinquente, E invece non sei diventato né l’uno né l’altro. Dalla sua voce traspariva una certa delusione, in quel momento. Non solo genio, ma persino delinquente mi avrebbe preferito, piuttosto che quel che ero. Un giovane studioso senza idee chiare. Potevo forse diventare qualcuno? No, secondo lui.

Nella primavera dei miei ventitré anni ero assorbito nella scrittura della tesi di laurea. Uscivo poco di casa, giusto un’oretta prima di cena per prendere un poco d’aria e bere una birra con un vecchio compagno di studi. Avevo una donna e questa donna si accontentata di venirmi a trovare. Sedeva sul mio letto, un libro aperto poggiato sulle gambe incrociate. Invece di leggere guardava me. Tutte le domeniche mattina voleva accompagnarmi ai concerti di musica classica a prezzo ridotto per studenti universitari. Anche lì, non volgeva lo sguardo all’orchestra, ma a me che invece non perdevo nulla né con gli occhi né con la vista di quanto accadeva nel teatro. Una di quelle domeniche, usciti dal concerto dedicato non ricordo più a quale compositore, le avevo chiesto perché mi guardasse a quel modo. Dopo una pausa mi aveva detto che lei, in me, vedeva il suo futuro marito, il futuro padre dei suoi figli.

Dopo la laurea, vinto un assegno di ricerca all’estero, l’avevo mollata senza pensarci due volte. In quel paese pieno di uomini e donne alti, biondi e con gli occhi azzurri, non facevo altro che studiare e scrivere. La professoressa che mi aveva spedito in quel luogo freddo e circondato da alte montagne dove mi ero da subito trovato a casa, aveva voluto che ci dessimo del tu e aveva previsto, per me, la possibilità di una carriera accademica. Il venerdì pomeriggio di una splendida giornata di ottobre avevo conosciuto una donna che mi aveva strappato all’unica cosa che avevo fatto negli ultimi anni. Studiare. Nell’arco di pochi mesi la mia carriera accademica svaniva nel nulla ed io, senza fissa dimora, le tasche sempre più vuote e per la prima volta senza paure, seguivo questa donna che col suo accento duro e i denti scintillanti mi diceva che avremmo vissuto così per sempre. Avevo da poco compiuto ventisei anni quando la giovane donna dalla pelle di latte e il naso lentigginoso era morta in un incidente d’auto, uccisa dalla negligenza di una zia che non aveva mai visto prima. Mi aveva lasciato così, inservibile. A cosa poteva servire, lì, il mio corpo asciutto e muscoloso, la mia pelle abbronzata, i miei lunghi capelli castani?

Tornato a casa dopo un interminabile viaggio in treno, mio padre mi aveva accolto scuotendo il capo. Combinerai poco, aveva sentenziato. Questo rimane a casa a vita, aveva sospirato alzando gli occhi al soffitto macchiato dai fumi della cucina. Mia madre si mordicchiava le labbra e forse le bruciava ancora l’idea di quella banconota che in modo tanto avventato aveva offerto alla vecchia veggente. Mi ero tagliato i capelli e avevo ripreso a studiare. Nell’arco di tre anni, dopo aver vinto tre concorsi, avevo un lavoro sicuro e ben pagato. Al primo stipendio avevo imballato le mie cose ed ero andato via di casa. Mio fratello mi aveva detto che andavo avanti come un treno. Inarrestabile. E invece ero stanco e per alcuni anni, benché tutto procedeva senza intoppi, io ero immobile.

Devi farti aiutare, mi diceva mia moglie. Da solo non ce la farai, ripeteva. Per molti mesi sono stato capace di lunghi, lunghissimi silenzi.

A trentasette anni, diventato padre per la seconda volta, mia moglie mi aveva detto che una luce particolare illuminava i miei occhi. Sapeva di tutte le false profezie sul mio conto e io mi aspettavo la sua. L’ennesima. Non è arrivata. Dopo molto tempo riconosceva l’errore di chi parla in modo avventato. Ti devo delle scuse. Non avevo capito. I tuoi occhi sono luminosi come non lo sono mai stati prima, aveva detto con l’espressione di ha appena assistito a qualcosa di grandioso e inaspettato.

Sono passati sette anni, da quel giorno. Sembra che quella luce non si sia affievolita. Altri tradiscono un’esperienza simile. Mi guardo allo specchio, in cerca di ciò che alcuni di loro riescono ad intuire. Non vedo null’altro che il mio volto. La barba che, prima delle mode, da vent’anni mi copre il volto. I capelli castani e mossi. Quando i miei figli si fanno sotto e parlano del loro futuro mi tappo la bocca e li lascio andare, liberi. Il più grande ha deciso che da grande, quando si sposerà, indosserà un farfallino giallo e avrà tre figli. Dice che rinuncerà a fare il paleontologo a meno che non gli consentano di portare con sé i figli. Il più piccolo dice che comprerà una moto.

Ricordo con maniacale precisione tutto quello che, secondo gli altri, sarei dovuto diventare. Tante cose. Tutte belle, diverse, inconciliabili. Ricordo tutto, ma non serbo traccia di cosa desiderassi io. Con grande fatica ho smesso, da qualche anno, di voler diventare qualcuno. Ho lasciato cadere tante inutili parole, ho spazzato via sguardi e silenzi che avevano attecchito, nel mio spirito, come chiazze di muffa e ragnatele. Ho fatto pulizia e non è stato semplice. Ci si affeziona persino alle cose più disgustose. Cosa rimane? Bella domanda. Non lo so. Qualcosa, di certo. 

3 commenti su “Tutte le false profezie

  1. Ivana Daccò
    marzo 3, 2021

    Quanti pensieri mi hai suscitato. A partire dall’esperienza esattamente inversa, essendo io una donna.
    Mi sono ritrovata a ripercorrere step su step analoghe-diverse profezie che, tuttavia, nel mio caso provenivano solo da me. La famosa vecchietta avrebbe guardato il palmo della mia mano e profetato su quanti figli avrei avuto: hai detto nulla!
    Le mie auto profezie erano ricerca, di volta in volta certezza, di una mia strada, direi di un destino; ed ottenevano in risposta il silenzio. Totale, assoluto. Una formidabile negazione.
    Mi è stato difficile comprendere, e l’ho capito quando ormai, in parte, il mio avversario (dai genitori fino ad includere il mondo) in quel gioco aveva vinto: ero una ragazza, e il silenzio, un profondo silenzio distratto calava su qualsiasi proposito-progetto-speranza diversa dal propormi di realizzare una famiglia: avrei dovuto scegliere un marito adeguato con il quale avere dei figli per pormi al servizio dell’uno e degli altri.
    Vero, c’era quella particolarità, la scuola, lo studio. Si ipotizzava che avrei avuto una professione; sarebbe stata cosa buona pur se non prescrittta; purché, e solo se, compatibile.
    Ho imparato presto a non dare voce ai miei progetti – sogni – desideri. A coltivarli nella separatezza, nel silenzio. A coltivarli nella cocciutaggine.
    Interessante il fatto che, a partire da due approcci opposti ma appesantiti dallo stesso imperativo, la prescrizione sia la stessa: dovrai/dovresti essere quale io/noi ti voglio/ti vogliamo. E non recederemo, mai, dal vederti così.
    Facile, direi ineluttabile, in conseguenza, chiedere/attendersi ascolto, chiedere, semplicemente, di venir veduti, come condizione che sola fonda ogni possibilità di vedere, a nostra volta, gli altri.
    Ho fatto, credo, una balorda sintesi con quanto hai scritto in “Provati tu a (non) farti leggere”.
    Ci ho pensato a lungo; e non è finita, non può esserlo.
    Che fare, dunque? “Piantare i piedi a terra, e accontentarsi di aver messo su carta qualcosa di dignitoso e di esser riusciti a carpire il tempo e l’attenzione di una manciata di lettori”?
    Non è così male. È proprio come con i figli, credo. Nessuno può metterli al mondo ipotecando il loro futuro. So bene che lo si fa, ma non funziona; appesantisce, certo, ma senza fermarla, la loro strada. Nella loro vita saranno ciò che sono; di volta in volta diversi; e va benissimo pure “Nessuno”, se non se stessi, i loro giorni, i loro affetti, i loro giochi; e ciò che, magari in apparenza piccola cosa, produrranno in questa staffetta della vita, che ha qualcosa a che fare con l’immortalità.
    Dico “i figli” – intendo, credo, ognuno di noi.
    Mi piacciono le tue riflessioni.

    • tommasoaramaico
      marzo 3, 2021

      Cara Ivana, grazie per il tuo bel commento. Anzi, per il tuo post nel post. Non c’è nulla di peggio di vivere o cercare disperatamente di “interpretare” la vita che altri hanno sognato/profetizzato per noi e niente di più deleterio che tramandare tale errore. Ma quanto è complesso liberarsi, seguire il proprio desiderio…

  2. Pingback: Il re e i suoi tre figli | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 28, 2021 da con tag , .

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