Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

James Ellroy – Perfidia

Nessun americano sano di mente desidera partecipare a una guerra straniera in nome dei giudei. Nessun americano sano di mente vuole mandare ragazzi americani a rischiare la vita. Nessun americano sano di mente nega che questa guerra arriverà anche da noi, a meno che non l’aggiriamo e non la interdiciamo su suolo straniero. Io ho ragioni da vendere, amici. Ho le guance gonfie di apostasia.

Noi non abbiamo iniziato questa guerra. Nemmeno Adolf Hitler e Hiroito l’anno iniziata. I burocrati dell’apparato di controllo ebreo hanno cucinato questo rosso borscht e messo amici l’uno contro l’altro, in tutto il mondo. Siete accanitamente ambivalenti, miei buoni amici?

Sì, la guerra si dirige verso di noi, anche se è chiarissimo che non lo vogliamo. E l’America non si sottrae mai a una sfida.

Non amo le crime story. Mal digerisco la valanga di ispettori, commissari, investigatori da cui siamo sommersi. Perfidia di James Ellroy appartiene a questo filone e però ho deciso di leggerlo perché tratta di un capitolo della storia del Novecento poco conosciuta e rimossa, una storia interessante – la persecuzione e l’internamento dei giapponesi-americani dopo l’attacco nipponico a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941.

Gonfio di antisemitismo, odio razziale, anti-bolscevismo, fascino per l’imperialismo nipponico, per il fascismo, tutto case e uffici adorni con busti di Mussolini, svastiche; e poi uomini che fanno uso politico della violenza, perseguono il suprematismo bianco, sono gonfi di integralismo religioso – questa è la miscela esplosiva di un romanzo durissimo, affollato (ovviamente) di sergenti e sbirri corrotti che piegano la legge e la difesa del bene comune ai loro interessi personali, all’idea di America che incarnano, coltivano, perseguono. Ci sono tutti, gli ingredienti – l’impossibilità di distinguere buoni e cattivi, il bene dal male, la verità dalla menzogna. Nulla di nuovo, devo ammettere – eppure il tutto è sapientemente architettato e, quindi, capace di farsi leggere dall’inizio alla fine – per tutte le quasi novecento pagine di cui è composto.

Perfidia è il racconto di qualcosa più di venti giorni – dall’attacco fino alla fine dell’anno – in cui si viene gettati per le strade, i vicoli, i locali illegali di Los Angeles e dove si può incontrare chiunque e vedere di tutto. Chirurghi che hanno sposato l’eugenetica, quartieri giapponesi e cinesi dove si può trovare oppio e prostitute, corpi sezionati, ridotti a brandelli, sepolti nel giardino dietro casa. Si passa tanto tempo in macchina, fermi in ingorghi per le sfilate di giovani uomini e donne che marciano festosamente per andare ad arruolarsi. Si assiste a sconfinamenti dalla California al Messico per la gestione dei lavoratori clandestini. Distruzione di terre benedette dal signore per destinarle a grandi speculazioni edilizie.

E poi un caso inquietante, il perno su cui ruota la vicenda, il soggiorno di una casa dove i destini si incrociano, dove si consumano scontri enormi per piani giganteschi che nascondono il nulla di desideri meschini e vite alla ricerca di un significato che non possono trovare. L’omicidio, apparentemente inspiegabile, è quello di una intera famiglia di giapponesi – padre madre e due figli – tutti morti, il soggiorno un lago di sangue merda e vomito: sembra un suicidio famigliare, autoinflitto nel solco di una antica tradizione giapponese. Le cose non tornano, come ovvio…questo, tuttavia, lo lascio alla curiosità dell’eventuale lettore interessato.

Questa non è una recensione – qui non se ne scrivono – quindi non mi soffermo sulle innumerevoli figure che affollano questo romanzo. Fra tutte, alcune mi hanno colpito, perché permettono di seguire le direttrici di senso che tengono in piedi questa storia. Le direttrici sono il problema dell’identità e della guerra (da intendere nel senso più ampio del termine).

Chi è Hideo Ashida? Non è solo un geniale, giovane giapponese che lavora per la polizia di Los Angeles, ma è soprattutto un uomo chiamato a decidere, a comprendere: sono giapponese o americano? L’una esclude l’altra? La risposta che emergerà sarà interessante. E lo sarà perché da questa risposta dipende (anche) la risposta che un americano (anche l’americano di oggi e dopo i tremendi scossoni che gli USA hanno subito e stanno subendo soprattutto in questi ultimi anni) può dare interrogandosi sulla propria identità. È sensata questa affannosa ricerca di una identità forte che necessariamente si costruisce per mezzo di opposizioni, esclusione, ghettizzazione?

Ashida tendeva sempre ad agire. Era giapponese fino al midollo. Gli uomini giapponesi nascono per incarnare il concetto di Azione […].

Si sentiva come un immigrante appena sbarcato. Non parlare giapponese, parla americano.

E poi, sullo sfondo, la guerra e un’idea di guerra. Forse è un esser tirati su per i capelli, nel trauma, dalla quotidianità, dal torpore. Perché in fondo Perfidia è un romanzo non solo sulla guerra, quanto, piuttosto, sulla lotta – sulla lotta incessante che ogni giorno ognuno più o meno consapevolmente ingaggia in vista del senso. Per trovarlo dove, questo senso, questo significato? La risposta è precisamente nell’ultima parola del romanzo, in quella che chiude il cerchio. Certo, non basta leggerla estrapolandola dal contesto. Per comprenderne la reale portata – sarà necessario attraversare tutte le vicende lungo cui Perfidia si snoda. Questa parola la si annusa per tutto il romanzo, in realtà. Certo, è coperta dal puzzo di sangue, escrementi, rifiuti, smog, polvere da sparo – ma c’è.

Chiudo – non casualmente – con qualche riga tratta dal diario di Kay Lake, l’altro splendido personaggio, questa volta femminile.

La guerra sta arrivando. Io mi arruolerò. Faccio sempre quello che ho deciso di fare […]. Scriverò qualcosa sul diario ogni giorno, finché il conflitto mondiale non sarà finito oppure il mondo esploderà. Mi allontanerò dalla mia vita facile e cercherò di ottenere un incarico vicino al fronte. Al momento, vivo da dilettante […]. I miei studi di pianoforte e la capacità di suonare i notturni più facili di Chopin mi impediscono di impegnarmi in una vera causa. Questa bella casa non allevia in nessun modo il mio disagio psicologico […]. Questo diario è un attacco contro l’apatia e l’inquietudine.

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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 6, 2021 da con tag , , .

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