Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

La vocazione per la scrittura di David Copperfield – o di Charles Dickens?

Nell’originale prefazione a questo libro, osservavo che […] non mi era facile staccarmene abbastanza per trattarne con quella calma che un’introduzione formale richiederebbe […] Importerebbe poco al lettore , forse, sapere con quanta mestizia uno scrittore deponga la penna alla fine di un’opera di immaginazione che è durata due anni […] Tanto vere sono queste dichiarazioni, che posso fare al lettore solo un’altra confidenza: di tutti i miei libri, questo è quello che preferisco. Sarà facile credere che io sia un genitore amoroso di ogni figlio della mia fantasia e che nessuno possa amare questa famiglia tanto teneramente quanto l’amo io: ma, come molti genitori amorosi, ho, in fondo al cuore, un figlio prediletto. E il suo nome è DAVID COPPERFIELD

Di tutti i libri che trattano della fanciullezza, questo – che va oltre l’infanzia, fino alla maturità del protagonista– è sicuramente uno dei più belli. Anzi, David Copperfield è assolutamente splendido in tutta la (la prima e ampia) parte dedicata al bambino, al suo rapporto con la madre, con le figure che lo circondano, con il mondo della scuola, del lavoro, con la società tutta. Lo si può (lo si deve) leggere, in filigrana, come una critica feroce alla pedagogia dell’epoca, come denuncia dell’imperdonabile cecità nei confronti dell’infanzia e delle sue leve fondamentali, come condanna di una ideologia che vuole il bambino ridotto a mero oggetto nella piena disponibilità del mondo degli adulti – visione distorta ancor oggi presente, forse ineliminabile, come tale. Verrebbe in mente, al contrario, la pedagogia di J. J. Rousseau e al suo Emilio, forse eccessivo a tratti, ma, certamente, primo utilissimo antidoto alla violenza domestica, sociale, politica che schiaccia il bambino. Si capisce bene – essendo questo romanzo un’opera fortemente autobiografica – la difficoltà che Dickens stesso, nella Prefazione dell’Autore, ammette nello staccarsi da questo prodotto dell’immaginazione. Nella e grazie alla scrittura può ricordare il passato e dunque presedersi cura di sé, del fanciullo ancora presente-piangente nell’adulto. Scrittura come terapia, estremo tentativo di leccarsi le ferite, come cura di sé. Il bambino ancora è ancora presente, lo è a dispetto dello scorrere del tempo, dell’avanzare inarrestabile dell’età anagrafica che non sempre (in realtà quasi mai) corre parallela a quella dello spirito.

Ma, per quanto turbato dalla mia mancanza di destrezza nei giochi e di istruzione, quello che mi imbarazzava di più era la consapevolezza che a farmi sentire lontano dai miei compagni erano, non tanto le cose che non sapevo, ma quelle che avevo imparato dalle mie esperienze […]

Ero così acutamente conscio di essere più giovane di quanto avrei desiderato, che per un po’ non mi decisi a passarle accanto, data l’ignominia del mio caso.

Cattiveria gratuita, sottomissione, sadismo, infanzia negata e calpestata. E, a partire da queste esperienze, il lento emergere di quello che sarà l’adulto – figlio del bambino che è stato. Il romanzo è così ricco di personaggi, colpi di scena, ambientazioni, che non è minimamente mia intenzione parlarne – questo è cosa per il lettore assetato di buone storie. Qui ne troverà, per dissetsrsi. Quello che invece vorrei seguire è la vocazione dello scrittore per come emerge dal carattere di “Copperfield-Dickens”. Tirar fuori un paio di considerazioni, in linea con altri post che mi è capitato di scrivere.

L’uomo che passa in rassegna la propria vita, come faccio qui svolgendola pagina per pagina, deve essere stato bravo davvero se può farlo senza che la coscienza gli rimproveri molte qualità neglette, molte occasioni perdute, molti sentimenti contrastanti e perversi sempre in lotta nel suo cuore e continuamente vittoriosi su di lui. Posso dire di non avere una sola dote naturale di cui non abbia abusato. Voglio soltanto dire che, qualsiasi cosa io abbia cercato di fare in vita mia, ho cercato di farla bene, con tutta l’anima; a qualunque cosa mi sia dedicato, mi sono dedicato interamente; che, nelle cose grandi e nelle cose piccole, ho sempre fatto veramente sul serio. Non ho mai creduto che una capacità naturale o acquisita possa pretendere di sussistere e sperare di raggiungere il suo fine, indipendentemente da qualità di semplice applicazione, costanza e tenacia. Non c’è una manna simile sulla terra. […] e niente può sostituire la buona volontà, completa, ardente e sincera. Non mettere mai mano a niente a cui non potessi dedicare tutto me stesso, e non atteggiarmi mai a deprezzare il mio lavoro, qualunque fosse: queste, me ne accorgo ora, sono state le mie regole auree.

Emerge qui il nesso fortissimo fra vita e scrittura, mentre salta ogni tentazione romantica. Chi è lo scrittore? Colui che abusa di sé, colui che fa un uso continuo, indefesso e instancabile delle proprie doti naturali. E queste stesse doti, del resto, non posso sussistere se non nel loro “abuso”, ossia nel loro continuo esercizio per mezzo di costanza e tenacia, applicazione. Faccio dire a Dickens qualcosa che non ha scritto: scrittore è colui che scrive, non colui che dice, spera, si augura di esserlo. L’uomo è scrittore nella misura in cui scrive, è scrittore in ragione del tempo in cui progetta, pensa, tratteggia, si prende cura della sua opera e le dedica del tempo. Scrittore si è nella misura in cui tutto ciò che non è la scrittura dell’opera gli si presenta come ostacolo reale.

Ma per seguire tale ferrea regola non basta la forza di volontà. Chi affronta tali fatiche – prospettate del resto da ogni vero scrittore – beh, non lo farà per costrizione o per senso del dovere, ma perché vuole sottomettersi ad una legge che naturalmente da lui sgorga. Ebbene, questa legge impone e dispone, alle volte tuona, certe volte abbatte. Questa legge può tranquillamente esser chiamata “vocazione”. È un esser chiamati e richiamati all’ordine. Ma non ad un ordine esterno, bensì a una architettura interna, a ciò che è più proprio per chi è scrittore. La vocazione cosa sarà dunque? Una risposta ad una voce che pare esterna. È l’uomo che viene invitato a fare un passo indietro rispetto al mondo, per rivolgersi a ciò che gli è più proprio: scrivere. L’uomo, con i suoi uffici, vien messo da parte, poiché deve far spazio allo scrittore.

Lavoravo sodo al mio libro, senza permettergli di interferire con l’adempimento puntuale dei miei impegni col giornale; e quando fu pubblicato, ebbe grande successo. […] non mi lasciai inebriare dalle lodi […] ho sempre visto, osservando la natura umana, che l’uomo il quale abbia buone ragioni per credere in se stesso, non si pavoneggia mai davanti agli altri […] Potendo orami credere, con qualche fondamento, che la natura e il caso avessero fatto di me uno scrittore, perseguii la mia vocazione con fiducia. Se non fossi stato così rassicurato, l’avrei certamente lasciata perdere, e avrei dedicato le mie energie a qualche altra cosa…

Quanti fra quelli che vogliono scrivere, quanti fra quelli che hanno intenzione di essere-divenire scrittori possono, alla pari di Copperfield-Dickens, e indipendentemente dal prodotto finale delle loro fatiche, scrivere in modo così netto, chiaro, cristallino e forse anche spudorato, a proposito della propria vocazione? Pochi, naturalmente. Altri scrittori, altri “grandi” scrittori, è un fatto, erano molto meno sicuri o, se lo erano, lo tenevano per sé – raccontando agli altri tutt’altra storia. Mi vengono in mente diversi esempi. Ma questi, appunto, sono un’altra storia e avranno il loro spazio.

6 commenti su “La vocazione per la scrittura di David Copperfield – o di Charles Dickens?

  1. marcello comitini
    ottobre 18, 2020

    Una bella e valida riflessione su uno scrittore da me amato, sul concetto di vocazione, sulla fatica dello scrivere e infine sull’equilibrio tra consapevolezza del saper scrivere e dell’umiltà di non darsi delle arie.

    • tommasoaramaico
      ottobre 18, 2020

      Dickens è stato uno scrittore veramente prolifico e geniale. Mi domando, alle volte, se questa serena consapevolezza non sia una maschera, un voluto depistaggio teso a nascondere un’inquietudine di cui forse non voleva/poteva far parola. Comunque, Dickens è sempre una scoperta.

  2. Guido Sperandio
    ottobre 18, 2020

    Non ho mai letto Dickens, il mio alibi: è dal tempo dei sumeri che l’essere umano si cimenta ed è quindi impossibile fare proprie tutte le opere nel frattempo scritte.
    Nel post sono presenti il rapporto infanzia e società e il tema scrittore, vocazione ecc. salvo i due filoni intersecarsi.
    Senz’altro ancora attuali e tali, probabilmente a restare. Di certo, il romanzo alla Dickens o alla Hugo (ci mettiamo anche il Manzoni?) appartiene indiscutibilmente all’Ottocento, a tempi più lenti che davano spazio alla riflessione e alla dedizione e non corrosi se non stracciati dalle mille distrazioni e difficoltà di sopravvivenza (anche tecnologica odierne). Già con Hemingway [il mio prediletto! 🙂 la mia scuola di scrittura 🙂 ] c’è una rottura. La quale , a sua volta, è niente a quanto sta accadendo.
    Sono eccessivo? Forse, non so…

    • tommasoaramaico
      ottobre 18, 2020

      Assolutamente sì. Dickens è “decisamente” un autore dell’Ottocento. Con questo si porta dietro, e dentro, tutto l’armamentario di retorica (non paragonabile con quella di Hugo che, ne I miserabili, è a tratti sconcertante) e vecchi dispositivi narrativi che oggi non hanno più presa sul reale. Eppure, proprio come in Manzoni (che io venero), c’è una capacità di affrontare temi universali che oggi è difficile rinvenire. La realtà, andata in frantumi, è rappresentabile solo attraverso i “cocci”, come si ama dire qui a Roma, ossia attraverso frammenti. E frammentato è pure il tempo. Spezzettato, sminuzzato, virtualizzato, il tempo della scrittura è a sua volta in preda a continue convulsioni. Non sei eccessivo, ma realista. La domanda è, forse: possono i classici (e David Copperfield lo è) scrostare lo sguardo da quelle che sono delle mere scorie e che noi troppo spesso prendiamo per fatti necessari e inaggirabili? Si può parlare ancora di vocazione senza doversi vergognare? Ecco, la serena, cristallina certezza di Copperfield-Dickens può essere una sorta di stella polare. Chissà. Ne dubito anche io, a tratti. Ne facevo cenno alla fine del post. Mentre lo chiudevo pensavo a Nabokov e alle sue parole sulla scrittura, sullo scrivere, sull’essere scrittore. Altro che Dickens. Un altro mondo.

      • Guido Sperandio
        ottobre 18, 2020

        OGGI FRAMMENTARIO. Ecco, quel frammentario, la parola-sintesi magica! L’hai documentata e detta.
        Pensa che recentemente mentre parlavo con una persona lontana dalla letteratura (è un laureato in economia in una multinazionale farmaceutica!) di cose odierne generali e comunque lontanissime da letteratura et similia – dopo una mia lunga sproloquiata sul nostro tempo (al di là del Coronavirus che non fa che confermare quanto si sta dicendo – è uscito con la suddetta magica parola: frammentario!
        Sullo scrivere e l’essere “scrittore” (virgolette” ormai di rigore) penso che l’aura di cui l’esserlo era circondata appartenga ormai ai residui di una vecchia Europa come pretendere d’essere riconosciuti Marchesi o Conti o Principi o eredi qualche remota Corona. Già Andy Warhol aveva rotto tabù col quarto d’ora di celebrità. E noi ci siamo in pieno. Essere scrittori ormai è un mestiere di relazioni, come essere agenti immobiliari o PR di qualche azienda, è praticare il marketing che fin dai tempi dell’avvento di Berlusconi, è applicato alla politica. Sintesi: è apparire, non importa la sostanza. È far credere quel che non si è.
        Ormai essere scrittori o è un mestiere o quantomeno un hobby.
        Se non personale fissazione.
        Certo, resistono ancora delle sacche per cui Dickens è Dickens, Manzoni è Manzoni, Cecov (altro mio pallino! 🙂 ) è Cecov, e via e via e via. Ma se non trovo un altro della “setta” (“carbonari-congiurati”) me ne guardo bene dal parlarne. IL mio quotidiano è pronto a ricorrere alle venti parole più usate e comunemente accettate. A rispecchiare concetti che non vadano del più banale contingente.
        Scrivi ” Si può parlare ancora di vocazione senza doversi vergognare?”…. he, he, he!!!!! Rido, è il commento. Amaramente?
        Mi sembra l’8 settembre del ’43, quando non sapevi se combattere o scappare e buttare la divisa, e nel caso di tenerla combattere per chi e che cosa?

      • tommasoaramaico
        ottobre 19, 2020

        Cosa posso aggiungere? Hai veramente detto tutto. Per cosa combattere? Delle opzioni che offri più sopra mi piace l’ultima: “personale fissazione”.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 18, 2020 da con tag , , , , .

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