Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Sulla letteratura – Stephen King

Qualche giorno fa è stato il mio compleanno e fra i vari regali ricevuti, tutti graditi, Maya (nome di fantasia), un’amica di lunga data purtroppo trasferitasi in un’altra città per esigenze di lavoro, mi ha fatto arrivare a casa un pacchettino con dentro un libro. Mi sono stupito, nel leggerne il titolo. On writing. Autobiografia di un mestiere di Stephen King. Chissà perché una scelta del genere, mi sono chiesto, dato che Maya, come la quasi totalità delle persone che conosco, non sa nulla del mio blog o della mia passioncella per la scrittura. Conosce ovviamente la mia grande passione per i libri, ma niente più. Fra le altre cose, il nome di Stephen King è del tutto assente dai miei (del resto rarissimi) discorsi sui libri, né sono mai stato interessato al genere horror. L’ho però accettato di buon grado e, del resto, mi ha riportato alla mente il mio personale approccio con questo scrittore. Estate del 1993. IT, la famosa mini serie in due parti. Avevamo la videocassetta e benché siano passati quasi trent’anni ricordo con una lucidità sorprendente i pomeriggi a casa di Alessandro, con Pierluigi, Flavio, Mirko e Riccardo a vedere e ri-vedere quel polpettone che aveva su tutti noi un effetto ipnotico. Ricordo quell’estate e ricordo due letture. Una imposta da scuola, l’altra che veniva da me. Ricordo nitidamente il pomeriggio in cui vennero a citofonarmi per andare a giocare a pallone al campetto abbandonato, subito dietro casa di mia madre. Che magnifiche estati. Adesso, a ripensarci, ho i brividi, ma allora mi parevano perfette. Giornate tutte identiche, o quasi. Perfettamente scandite. Partite di calcio interminabili. Bicicletta e relative fughe dai cani randagi che ti cacciavano via dal loro territorio. Mia madre che mi mandava a fare la spesa. Flavio che spesso mi accompagnava. Lo scontrino dell’alimentari che puntualmente lasciavo per strada, dietro una delle finestrelle che davano uno sputo di luce ai garage condominiali. Ce n’era una con la grata sfondata, per la gioia dei topi. Era lì che gli scontrini andavano a finire. La piccola mancia che mi concedevo per il servizio, cui si aggiungevano i soldi che mia madre mi dava in mano ogni mattina, prima che il nuovo giorno iniziasse. Non ricordo, purtroppo, quanto ricevevo e come li spendevo in quell’estate in cui guardavamo IT senza stancarci. Ricordo però distintamente le mille lire al giorno che mi erano concesse nelle estati precedenti, quando ero più piccolo. Ricordo che dovevano fruttare al massimo, offrire il massimo piacere possibile. Per me questo massimo aveva preso la forma, per almeno due anni, di quattro ghiaccioli: due la mattina, due il pomeriggio. I gusti sempre gli stessi. Limone e amarena, alternati, ovviamente. In caso di necessità, menta. Altrimenti nulla. Ma sto divagando. Ritorno al citofono.

Ricordo distintamente il pomeriggio in cui per la prima volta dicevo che non sarei uscito. Rimanevo a casa per la prima volta a causa di un libro. Il primo libro, il primo vero romanzo che leggevo tutto d’un fiato. Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Poco da ridere. È così. L’altro è stato proprio IT che cadeva come dal cielo nella mia casa, in cui difficilmente un ragazzino, il ragazzino che io ero allora, poteva trovare conforto in Silvio Pellico, Cesare Beccaria, Boccaccio, Dante, Manzoni, Foscolo e il per alcuni mitico Alfieri. Per tutto quello dovevo ancora camminare. Di fronte ad una parete fatta di classici italiani, enciclopedie, astrusi manuali, codici civili, mi ritrovavo armato solo di un volumetto scandito da improvvise morti e un volume ingestibile con una barchetta e degli artigli che escono da una grata in copertina. Lo ammetto, mi sono catapultato nella casa dei miei genitori alla ricerca della mia antica copia di IT e l’ho miracolosamente ritrovata. È lei. Non ricordo bene se e come, ai tempi, ringraziai mio padre per questo libro.

Questo romanzo è stato il mio primo mattone e quell’estate la lettura iniziava a diventare un’esperienza nuovissima. Vitale. Fatto sta che dal 1993 (chissà se la data è giusta, credo di sì) ad oggi non ho più letto una sola pagina di Stephen King, né di Agatha Christie. Il perché non lo so proprio.

Torno al presente. Leggere On writing, invece, è stato divertente. Non tanto, non solo, per le considerazioni sulla letteratura, quanto per la biografia di uno scrittore, anzi per la viva testimonianza della ferrea volontà di un individuo di diventare uno scrittore – per il racconto che ne offre. Da leggere come una piccola storia a tratti scanzonata, piena di aneddoti spassosi (e non importa che siano veritieri o meno), come un vivace affresco delle condizioni di vita della classe medio-bassa americana. Il lavoro in lavanderia della madre, l’assenza di un padre, il passaggio da un alloggio all’altro, da un paese all’altro. Il rapporto con Dave, il fratello geniale e sopra le righe. E poi l’incontro e il matrimonio con Tabby. I figli, le difficoltà di sfondare con la scrittura, la collezione di rifiuti, la capacità di non mollare, i problemi economici, la macchina sfondata, l’insegnamento a scuola e, infine, il primo, clamoroso riconoscimento con Carrie, romanzo in cui lo stesso King, al principio, non aveva creduto. I problemi che permangono. Non più economici. Ma la droga e l’abuso di alcol.

E poi c’è la passione per la scrittura e una riflessione su metodo, gli strumenti necessari. Al di là di ogni ingenua visione romantica, quando King parla del suo autentico motore rigetta ogni santificazione e glorificazione dell’ispirazione. Una buona idea, motore della scrittura, nasce dal duro lavoro e saper mettere insieme “due pensieri precedentemente disgiunti“, riuscendo a dar luogo a qualcosa di nuovo. Una delle cose che mi ha maggiormente stupito, in questo libretto, è un passaggio sull’intima vergogna connessa alla scrittura, al timore a lungo coltivato per il giudizio degli altri. Beh, non aggiungo altro a questo proposito, perché qui tutto puzza di vergogna. Mi stupisce l’averlo letto dalla penna di Stephen King.

Fondamentale l’incontro col direttore del Lisbon Falls, un certo John Gould, che gli offre un posto come cronista sportivo. Qui il giovane scrittore ricava una buona lezione. Ne riporto il succo, ma c’è altro.

Quando scrivi qualunque stupidaggine, la stai raccontando a te stesso. Al momento della revisione, la tua missione è di sbarazzarti del superfluo”. Quel giorno Gould sottolineò un altro punto fondamentale: scrivi con la porta chiusa, correggi con la porta aperta. Cioè, dall’inizio crei qualcosa per te, che poi però segue una strada nel mondo.

Ma ovviamente, come in ogni storia che si rispetti, la parte emozionante sta lì dove l’eroe sembra sul punto di mollare. Nel momento in cui l’obiettivo sembra irraggiungibile. Ed ecco arrivare i momenti in cui ci sono i figli, la necessità di fare calcoli su calcoli per non finire in bancarotta, il lavoro da insegnante. Momenti in cui scrivere diventava per la prima volta faticoso. Lì dove il fallimento è costantemente all’orizzonte. Spendere tempo e una quantità incredibile di energie senza alcuna certezza di riuscita: “Scrivere è un mestiere solitario“. Non voglio togliere il gusto di leggere la parte dedicata alla stesura di Carrie, ai dubbi, al ruolo della moglie, ma una cosa è certa. Il succo di questa fase della vita di Stephen King è può essere riassunta con: non mollare, tener duro. Certo, a patto di esser disposti a lavorare veramente. Anzi, con il suo linguaggio, “spaccarsi il culo“. Scrivere e leggere. Non c’è altro.

Non vado oltre. Ci sono altre parti interessanti, tanto sulla vita di King, quanto sulla scrittura e su quella che lui definisce la “cassetta degli attrezzi“. Le lascio alla curiosità del lettore. Ora che l’ho riportato alla memoria, però, cercherò di rileggere IT. E cercherò di procurarmi anche un paio dei suoi romanzi. Magari, alla mia età, mi ritrovo lettore per molti anni mancato di questo autore che ha venduto milioni e milioni di copie e scritto un sacco di libri. Ne avevo letto uno da ragazzino. Uno adesso, da uomo. In mezzo? Mi sono capitate diverse delle cose che lui ha scritto. Non tutte. Alcune. Mi sono divertito, nel mio piccolo.

5 commenti su “Sulla letteratura – Stephen King

  1. Guido Sperandio
    agosto 22, 2020

    Mi sa che l’autobiografia di uno scrittore, famoso o anonimo, non importa – e del riscontro con il prossimo (editori, pubblico ecc.) sia molto facilmente una uguale all’altra. Cambia solo lo stile della narrazione, certamente, com’è vero che ciascuno di noi ha il suo modo di camminare o… mettersi le dita nel naso.

    Buon sabato e migliore domenica.

    • tommasoaramaico
      agosto 22, 2020

      La penso come te. Non conta, ma ne segna lo stile. Per questo quella di S.K. mi è parsa così verace (indipendentemente dal fatto che abbia scritto cose vere). E poi, lo ammetto, ha fatto affiorare (del tutto casualmente) l’odore di un certo periodo, di alcune esperienza. Ricambio per il sabato e, ovviamente, per la domenica.

  2. Un cielo vispo di stelle
    settembre 21, 2020

    Il mio primo vero “mattone”, il libro che mi inchiodò per intere giornate chiuso in una roulotte, al mare, rinunciando alla spiaggia, ai bagni, ad uscire, fu… “Il nome della rosa”. Esperienza sublime. IL fatto che non fosse autunno, ma ferragosto, che avessi 14 anni e mi piacesse pescare, nuotare e fare casino, come tutti i ragazzini della mia età, la dice lunga sulla forza che un libro, una lettura possa avere…
    Mi aggancio a questo tuo ricordo e suggestione per commentare e ringraziare per il tuo post, che trovo molto interessante. E’ vero, forse non c’è niente di nuovo, se non una prospettiva e una personale esperienza, una personale visione del mondo e della propria storia di scrittore. Tuttavia, lettura e scrittura sono “meravigliose” scoperte che si rinnovano ogni volta. Vi si giunge attraverso l’infatuazione, lo stupore, l’immaginazione, la voglia di sognare, di viaggiare… Poi ci si inoltra più in profondità. Dentro se stessi, dentro la vita. Con attenzione e precisione sempre maggiori, cercando di fare dell’esplorazione arte e mestiere. Piacere e passione imparano a convivere con rinuncia, dedizione, con fatica, delusione… in un “odi et amo” che accompagna ogni istante in cui ci si confronta con la pagina scritta. Condividere un percorso di fatica e di ricerca non è narcisismo. E’ un’esigenza che origina dal motore primario della scrittura, la vita. “Scrivere è un mestiere solitario”, scriverne, in fondo, fa sentire un po’ meno soli.

    • tommasoaramaico
      settembre 21, 2020

      Grazie per il bel commento. Sono d’accordo. Condividere un percorso faticoso, pieno di insidie e, soprattutto, senza garanzia di riuscita, non è mero narcisismo, ma autentica volontà di non essere solo, di condividere. È un dire non chiuso in se stesso, ma sempre alla ricerca della parola dell’altro. È un parlare con l’orecchio teso.
      P.s. Il nome della rosa è un altro dei pilastri anche per la mia prima formazione. Non in ordine cronologico, ma certamente a monte di chi rimane imbrigliato nella letteratura.

      • Un cielo vispo di stelle
        settembre 21, 2020

        “parlare con l’orecchio teso” è bellissima espressione. Sottoscrivo. Grazie a te!

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