Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Metamorfosi di Lazzaro di Betania

Quale consistenza ha una vita che può esserci sottratta da un momento all’altro? Cosa determina e definisce la vita in quanto vita? E ancora, si muore veramente, dove con veramente intendo una volta e per tutte, senza residui, come se nulla di ciò che è stato possa resisterle? O il semplice fatto di essere stati, anche solo per un istante, non può essere cancellato da nulla, neppure dalla tomba? Veramente, come sostengono molti appellandosi alla crudeltà del Reale, le persone, le cose, le azioni, i fini e i desideri che muovono e animano ogni essere sono fatalmente destinati ad essere divorati dal nulla? Tutti questi interrogativi si annodano nei pensieri del malinconico – figura dello spirito e qualche volta anche del corpo che più o meno ognuno di noi almeno per un periodo incarna. Spesso si rimane doloranti di fronte al mistero che avvolge non tanto la morte, quanto la vita stessa…ed è in questo senso che diversi anni fa la vicenda di Lazzaro, il suo morire e tornare alla vita, mi hanno tanto incuriosito. Fuori dal discorso religioso, quella vicenda, quel “mito”, mi pareva un punto di partenza e di vista alternativi, per affrontare la questione.

A parte tutta una serie di testi affrontati, appuntati, studiati in e per altri percorsi, tempo fa sono andato alla ricerca di alcuni tentativi letterari di interpretare, scardinare, rivisitare le vicende di Lazzaro. E più ne leggevo e meno capivo; meno capivo e più mi intestardivo. Determinante è stata, alla fine, la lettura del Lazzaro di Leonid Andreev (ne parlo qui), dove ci viene restituita l’immagine di un uomo indelebilmente segnato dalla morte. Un tempo gioviale e sempre di buonumore, dopo esser stato riportato in vita diviene incapace anche solo di un sorriso. Questo Lazzaro, piagato nel corpo e senza interiorità, non è qualificabile come soggetto a pieno titolo. Privo di parola e di spirito è mero oggetto, incapace di alcuna testimonianza che vada oltre il proprio essere nuovamente fra i vivi, non essendolo propriamente più. La morte/vita di Lazzaro è qui presentata come problema per il senso comune, come l’indicibile dell’arte, come questione politica, di Stato – “enimma sovrano”. In questa splendida novella emerge l’idea della morte come nulla, principio tossico che si nasconde dietro ogni attività. Non solo qualcosa che trascende la comprensione umana, ma anche ciò che irrimediabilmente lorda ogni cosa del mondo e tutto quanto ci pare sacro.

Mi sono poi imbattuto nel Lazzaro di Pirandello (ne ho scritto qui), che ne offre rivisitazione attraverso una vicenda che si consuma in una famiglia borghese del sud. Diego Spina, Lazzaro contemporaneo e portatore di una religiosità austera, muore e poi ritorna in vita come nulla fosse accaduto, come si fosse svegliato da un sonno senza sogni. Non esiste dunque un al di là? Non vi è nulla dopo la morte, nulla da poter ricordare e raccontare una volta tornati in vita? Insomma, la coppia morte/resurrezione, qui, lascia intendere che chi non ha mai vissuto qua, non può vivere nell’aldilà. La vita non può esser vissuta all’insegna della rinuncia della vita, come vuole una certa religiosità da Pirandello messa sotto torchio.

E poi c’è lo splendido Barabba di P. Fabian Lagerkvist (ne scrivo qualcosa qui), in cui la figura di Lazzaro viene colta in un contesto più ampio e in relazione alla vicenda di Barabba e del suo percorso di uomo salvato dalla croce, ma restituito alla vita con un compito che nessuno gli ha assegnato: la ricerca di una fede (per lui) impossibile in un Cristo che si proclama figlio di Dio e che muore sulla croce producendo lo scandalo per eccellenza. Anche questo Lazzaro pare essere e non essere di questo mondo. Statico, schiacciato dal peso di un destino unico nella storia dell’umanità, il richiamato alla vita rimane perso in uno sguardo fisso, con le braccia rilasciate e prive di volontà, il volto giallastro, la pelle disseccata. Questo Lazzaro però parla, anche se con voce spenta e senza tono. Lento nel discorso, monotona la voce, gli occhi senza luce, pare essere solo oggetto e strumento di una volontà superiore, incapace, pertanto, di far propria, di comprendere e “soggettivare” la sua stessa vicenda – che, quindi, forse propriamente sua non è. È spaventoso questo Lazzaro, tanto pauroso che neppure il terribile Barabba ha il coraggio per rimanere solo con lui. Il ladrone, però, non resiste alla tentazione di chiedere cosa fosse la morte e il Regno in cui per tre giorni aveva soggiornato. Lazzaro non comprende la domanda. Ma alla fine lascia trapelare che la morte non è né più né meno che l’esperienza del nulla. Una esperienza del tutto particolare, tale da “rendere niente” tutte le altre cose. La morte non è qualcosa come una infinita privazione ed assenza, ma è negazione. La morte, pur essendo nulla, è, e come tale ha degli effetti: la morte è nulla che annulla.

Senza scendere ulteriormente nei dettagli. Tutte queste letture – e diverse altre di cui è inutile dal conto qui – mostravano dei limiti e di Lazzaro in quanto tale, come soggetto di una esperienza unica, rimaneva ben poco. Il suo corpo era sempre oggetto dello sguardo (inorridito) degli altri; la sua testa vuota di pensiero; la sua lingua incapace di articolare discorsi. Perché non trattarlo per come merita? Del resto vanta un’esperienza così straordinaria che dovrà pur avere qualcosa da dire. L’idea era di dargli una voce, restituirgli il suo corpo, delle relazioni, renderlo tridimensionale. Come viveva il rapporto con le sorelle? Aveva dei progetti? E che rapporto aveva con il Maestro? Credeva veramente in lui? Muore veramente? Veramente ritorna in vita? O è un gioco di specchi e di parole? Può ancora parlare Lazzaro, oggi? Difficilmente, oggi, anche fra i credenti, si incontreranno molte persone disposte ad assegnare a questa vicenda una natura che va oltre il mito, il racconto. Nessun paragone con chi più sopra è stato nominato. Nessuno qui è uscito fuori di testa. Questa è solo l’attestazione di un percorso su di una questione spinosa. Questo Lazzaro, nella sua più umile metamorfosi, è morto nel silenzio ed è vivo nel racconto, ossia nel raccontare. Mi permetto di riportare qualche breve passaggio dal mio Lazar, uno dei racconti raccolti in Rovesci.

La morte era nell’ira, nell’urlo che esplodeva improvviso, nel pianto silenzioso di Maria, nel risentimento di Marta. Mi seguiva durante le lunghe passeggiate solitarie nei miei vigneti, nei miei uliveti, mentre ero alla ricerca, fuori di me, della bestia che era in me e che riempiva di dolore la mia casa. Era nel sole accecante mentre salivo le pendici del monte degli Ulivi e con un solo sguardo potevo abbracciare senza gioia alcuna la nera vastità delle acque, la brillante grandezza del deserto, l’azzurro delle montagne. La morte era con me nell’amara consapevolezza del fallimento, nell’incapacità di portare qualcosa a compimento, di vivere solo grazie a quanto mi era stato lasciato in eredità, senza essere capace di aggiungervi nulla. La morte era nell’avarizia dei miei lombi, nelle mie mani pulite, nelle vesti profumate.

***

Ero lì che tremavo nel sepolcro, mentre lui si avvicinava. La sua voce tuonava, ordinando di togliere la pietra — e io stesso che già sapevo non potevo tuttavia capire, né riuscivo a credere. Avevo veramente attraversato il confine? Non era troppo persino per lui il venire a turbare la mia quiete? Non era troppo persino per lui aprire il sigillo che separa i vivi dai morti, liberando le impurità che emana il corpo senza vita, spargendo gli umori della decomposizione e lasciando che i raggi del sole illuminassero il volto ormai devastato del cadavere? No. La sua voce tuonava. Le mie orecchie, in un mondo intrappolato nel silenzio più puro, erano aperte al rumore dei suoi sandali, al fruscio delle sue vesti, al lento battere del suo cuore, alla voce che comandava i vivi e dominava la morte. Mi aveva fatto tremare, la sua voce, mentre per la seconda volta riprendeva Marta che cercava di riportarlo a una ragione che non poteva essere sua, a un senso della realtà che non gli apparteneva e che non poteva appartenergli, dato che lui era la realtà e nessuna realtà poteva essere al di fuori di lui, se non nella forma della menzogna, dell’errore, della solitudine, della morte. In lui era la vita e io ero già vivo, lì nel sepolcro, mentre tutti mi credevano morto. Parlava all’orecchio del Maestro, mia sorella, impunita e villana. E in quel momento epocale pensava solo alla puzza immonda che emanavo, mentre io ero avvinto dal disgusto e soffocavo nel chiuso del sepolcro, rosolando nei miei umori osceni, conscio che lui, il Maestro, conosceva il dolore e l’umiliazione che mi portavo dentro. La pietra venne levata. Sentivo il vento fischiare dietro le mie povere orecchie brucianti alla terribile verità che era nelle sue parole. Lo sentivo che ringraziava l’Altissimo, perché lui sapeva che ero vivo, nascosto come ero nell’oscurità del sepolcro che può ostacolare la vista di chi vede solo le cose terrene. Mi ha ordinato di uscire, perentorio, senza dolcezza, senza far trasparire amore, poiché quello non era un atto di amore, ma una manifestazione della sua sconvolgente potenza. Il suo ordine muoveva le mie gambe e le mie braccia, faceva saltare le bende profumate.

***

Non era benedetta la mia sorte, non ho avuto un trattamento di favore, io. Aprire due volte gli occhi su questo mondo che dispensa solo terrore e dolore e morte e ingiustizia è una forma di dannazione, e lui lo sapeva. Lui sa tutto. No. Povero me, povero Lazzaro. Non ha agito di impulso, tutto era pianificato. La mia morte era pianificata. Stento a credere che abbia veramente pianto. Nessuno vedeva lo strazio dell’uomo cieco, muto e costretto nell’abbraccio mortifero delle bende che dopo quattro giorni persi in un sogno impregnato di incubi furiosi, cadeva sulla pietra umida battendo il capo vuoto di pensieri. Ha dato l’ordine di slegarmi e lasciarmi andare, ma per andare dove? Quale strada era ancora possibile per me che venivo dal non luogo, da lì dove non è il tempo, dove ero ridotto a puro pensiero senza oggetto? Puzzavo di aceto e la mia pelle bruciava ed era coperta di macchie orrende a vedersi. Dove potevo andare? Perché non mi ha lasciato nel sepolcro? Perché per me, così come per tutti gli altri, non si è attesa la fine dei tempi? Alcuni fra i presenti erano scossi e inorriditi e pieni di stupore, altri mi guardavano con occhi sinistri, appena capaci di celare la sete di sangue di cui, forse, nemmeno loro erano pienamente consapevoli. Vedevo e sapevo, ma nulla potevo mutare della mia sorte. La sua parola era comando. Ero alla mercé della sua volontà, così come le cose del mondo, che tutte lui ordina e domina a suo insindacabile piacimento e secondo un’oscura saggezza. Né più né meno che vino o pane o pesce, ero totalmente privo di libertà, ridotto a cosa fra le cose.

***

Non so come sia stato possibile, né cosa sia vero e cosa frutto della violenta febbre. Non lo so perché mi è ormai preclusa la possibilità stessa di credere veramente in qualcosa — so solo che questa mattina, con le prime luci dell’alba, mi sono svegliato nel mio letto, nella mia casa, ed entrambe le mie sorelle erano lì, in attesa che aprissi gli occhi. Non sembravano poi tanto diverse da come erano sempre state, come se quello che di tremendo era accaduto in quell’ultimo periodo non le avesse sconvolte. Sembravano più magre, questo sì, soprattutto il collo di Marta che mostrava, come redini, tendini tirati e scoperti per l’eccessivo lavoro. E gli occhi di Maria, poi, parevano essersi ritirati, rifiutando la loro antica esposizione al mondo. Forse era solo una mia impressione. Sorridevano, silenziose, ed erano belle. Le ho carezzate entrambe sul volto e sulla nuca, lì dove si concentrava la loro dedizione, e mi ero tirato a sedere da solo, senza bisogno del loro aiuto, meravigliato della ritrovata capacità di servirmi del mio corpo. Era nuovamente mio, così come io suo. Ho mangiato di gusto, capace di portare il cucchiaio alle labbra e masticare e deglutire, respirando senza affanno.

 

5 commenti su “Metamorfosi di Lazzaro di Betania

  1. Celia
    agosto 22, 2020

    Terribile, ma molto ben scritto e descritto.

    • tommasoaramaico
      agosto 22, 2020

      Non capisco, ammetto, a cosa si riferisca il “terribile” il ventaglio è così ampio che non riesco a decidere – dunque, un grazie poco consapevole per il tuo “molto ben scritto e descritto”.

      • Celia
        agosto 22, 2020

        Terribile è la visione di un aldilà di solo pensiero, del nulla che procede e della consapevolezza di Lazzaro che il suo maestro è un dio potente ma senza amore. Molto veterotestamentario – per come intendiamo il termine comunemente: un dio grande e terribile, appunto 😉

      • tommasoaramaico
        agosto 22, 2020

        Grazie per la tua spiegazione. Resa necessaria a partire dal mio scarso intuito. È vero quello che dici. Il tentativo era quello di riprendere l’intera vicenda a partire dal rapporto tra finito e infinito, facendo emergere il “timore e tremore” di Lazzaro di fronte alla potenza che sovverte l’ordine naturale delle cose. Un amore infinito è sì amore, ma certamente avrà il sapore della “potenza trattenuta”. Poi, certo, il racconto (piuttosto lungo) prende una diversa piega e va a parare da un’altra parte. Ma questa, benché sia la stessa, è un’altra storia. Grazie per il tuo commento.

      • Celia
        agosto 22, 2020

        Grazie per il racconto (che potrei poi leggere per intero). Una buona storia è buona sempre, anche quando “terribile”.

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