Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

L’ennesima estate…

Benché convinto che sia più sogno che cronaca, non posso tuttavia misconoscere che è sempre e comunque dalla realtà (da quella che tale è reputata) che la letteratura prende le mosse. Del resto il sogno stesso pesca il suo materiale dall’esperienza per poi modellarlo, sotto la spinta del desiderio. Vado al dunque. Domani, dopo tre anni di assenza, ritornerò per qualche giorno al campeggio dove ho passato molte estati. È il campeggio oggetto del desiderio di Samuele Muscarà, Sammy, il protagonista di Ringraziare. Ho pensato di riprendere qualche passaggio dal romanzo e proporlo qui. Non è un semplice gioco di specchi, è che i post di dedicati all’estate mi sono particolarmente cari. Testimonianza ne sono quelli su Ray Bradbury (qui), William Faulkner (qui), Pausa d’agosto (qui), Sul mare e la maternità (qui), Gabriel Garcia Marquez (qui), Sul mare e il rimanere umani (qui) e mi fermo. Ho pensato che il collage che propongo possa – nel suo piccolo – contribuire ad arricchire le idee di estate che ho già presentato.

In fondo per me l’inizio e la fine dell’anno non sono mai stati quelli del calendario, bensì sempre coincidenti con l’inizio e la fine della scuola, dell’università e poi ancora, adesso, della scuola, dunque con il necessario passaggio per questa bizzarra stagione. E mi trovo a dover ammettere che non ho mai amato l’estate, col suo tempo che si dilata e si fa molle, quando la sostanza delle cose perde di consistenza e tende a fondere sotto al sole, ad allargarsi, ad assumere la forma di ciò che tocca. Probabilmente è per questo che le dedico tanto spazio, perché in fondo la tengo d’occhio, la attraverso con la coda dell’occhio – decisamente diffidente.

Di seguito un’esperienza dell’estate, una serie di allucinazioni, una sequenza di visioni contraddittorie eppure perfettamente coerenti, anche se solo per chi, come Sammy, in quella concezione dell’estate vive, perché mosso da un preciso desiderio.

c’è una fantastica pineta, gli alberi affondano le radici su terra mista a sabbia. La gente si sdraia su teli da mare grandi e colorati. Il campeggio in sé non è granché, nel senso che la struttura è da rinnovare. Ci sono cinque lunghe vie parallele di terra battuta. Via del Mare, del Sole, del Vento, del Cielo, delle Stelle. Queste vie sono tagliate da stradine secondarie. Ci sono aree riservate alle roulotte, ai camper, alle tende. All’interno del campeggio c’è un piccolo market, un bar, una pista da ballo, una sala giochi. Il Dream Camping guarda in faccia il mare e la pineta che gli copre le spalle, allontana il mondo, protegge dai rumori della strada e dai grandi palazzi che negli anni erano cresciuti tutto intorno. Lì, al centro, c’è Samuele Muscarà, Sammy, convinto, chissà perché, di avere in pugno la chiave per trovare un po’ di serenità…

* * * * *

…a maggio fa ancora freddo. La mattina presto affonda i piedi nella sabbia gelida e si prende in faccia e sul petto la luce del sole che sale su lentamente. Tiene gli occhi chiusi, in attesa che inizi una nuova giornata di lavoro. Tutto è lontano, spaventosamente lontano, tanto lontano che quasi si mette paura dopo che un brutto grumo che da sempre si porta dentro pare scivolare via o sciogliersi. Si mette paura perché adesso, libero del grumo, è incredibilmente leggero, così leggero che gli pare di perdere l’equilibrio e cadere a terra. Ma non cade, i suoi piedi sono ben saldi, anche se nella sabbia umida. Si sente così leggero e lontano che deve aprire gli occhi…

* * * * *

…sotto la veranda c’è un tavolo con delle sedie, tutto intorno gerani dai colori sfavillanti ed edere gonfie di foglie. E poi c’è la sua sedia a sdraio, il portacenere pieno di cicche, una bottiglia di birra tutta sudata. I suoi figli giocano sulla sabbia. Lui controlla la situazione. Ci sono un mucchio di culi e di tette, e c’è Lux che lo tiene d’occhio anche se non ha motivo di farlo, perché lui non si lascia scalfire o portare fuori strada. Il suo pisello è una bussola infallibile e il nord è ben saldo fra le cosce di Lux. Una leggera brezza marina rende il caldo sopportabile. Tutto è bel delineato, ordinato, intellegibile. Tutto è buono e bello e giusto…

* * * * *

…solo sul mare di giugno, un tardo pomeriggio a trecento metri dalla costa, fa avanti e indietro lungo il golfo, i remi del gommoncino tirati dentro. S’alza un filo di vento, il mare s’increspa appena. Si dice che a quell’ora i pesci mangino. Come sono lontane tutte le cose. Indossa una giacca a vento, la testa è scoperta, il cappello con visiera buttato di lato, le luci della barchetta sono accese per segnalare la propria presenza nel mare che lento scurisce e perde profondità prima di farsi nuovamente abissale. Sulla lunga spiaggia di sabbia uomini filiformi lavorano ancora, sono ombre staccate dal suolo. Come possono quelle braccia e gambe così sottili sopportare un tale sforzo? Con grandi cavatappi scavano buche per piantare gli ombrelloni. Ogni stabilimento ha i propri colori. Si succedono senza soluzione di continuità fino a sfumare nel vapore della sera, nella lontananza, fino alla roccia che cade a picco nel mare prima d’impennarsi con un sussulto improvviso, verso il cielo, ergendosi in un poderoso fallo di pietra. Tutto è lontano. All’improvviso la canna fischia, il mulinello in fibrillazione, la frizione regolata per lasciare filo perde qualche colpo. Il panico del mulinello è il panico del suo cuore, la curva della canna è quella disegnata dalla sua schiena dolorante. La cicca cade in mare. Ha appena il tempo di afferrare la canna per dare un colpo secco verso l’alto, alle proprie spalle, verso il cielo che va scurendosi, poi una bestemmia, a bassa voce. Recupera il filo scintillante nella luce obliqua. L’esca mutilata penzola dall’amo. Si prepara un’altra sigaretta e ripulisce l’amo. Il gommoncino viene schiaffeggiato dalla corrente. Mentre lavora con dita accorte, lascia andare lo sguardo sulla terra ferma, sull’onda cristallizzata fatta di pietra scura a tratti macchiata di vegetazione, sui colli che si allungano uno dopo l’altro. Più lontane, altre onde di pietra, sempre più alte, sempre più minacciose e belle si allungano fino all’orizzonte estremo, lì dove si fanno monti dai lineamenti incerti, avvolti in vapore vagamente violaceo. Tutto è lontano e buono e bello…

* * * * *

…perennemente a petto nudo. Ha i pantaloncini con i tasconi pieni di viti e vitarelle, cacciaviti e pinze. Scarponcini da lavoro tutti rovinati. Peli sudati e arruffati, patta in tensione senza soluzione di continuità. Lux e Teo lontanissimi, lui si sbatte le clienti ad ogni occasione buona, fra una riparazione e l’altra. Il sole sorge e tramonta sul suo corpo olivastro che perde grasso e si forgia grazie al lavoro e ad una produzione industriale di liquido seminale…

* * * * *

tutti gli anni, inesorabilmente, iniziano le prime piogge. Non quelle estive, quando il caldo si fa ancora più soffocante, ma quelle di fine agosto, quelle che annunciano la fine della stagione, che portano un’aria diversa, bella, benefica, ma che fa scappare via i clienti. Piove e la pioggia pare cadere sempre più copiosa, amplificata e moltiplicata nell’impatto con gli alberi che cambiano colore, si fanno più scuri e iniziano a perdere le foglie. Vengono smontate le tende, abbandonate le roulotte. Bisogna aiutare quelli con i camper a fare manovra. Tutti fanno le valigie. Si lamentano, ma in fondo sono grati a quella pioggia per il rompete le righe, perché tutti, ad un certo punto, sono stanchi e vogliono tornarsene a casa fra le loro adorate pareti. Ventiquattro ore, massimo quarantotto, e tutto si svuota. Rimane giusto qualche vecchio che se ne sta in veranda a fare le parole crociate. In quelle giornate non puoi fare molto, solo aspettare che spiova, mettere un giacchetto sopra la canottiera e fumare e sfogliare Seneca e guardare le foglie che cadono sul brecciolino dando inizio al loro naturale processo di decomposizione. C’è poco da fare. Controllare che non si otturino le docce o che non salti il sistema di fogne. Andare a guardare il mare e accorgersi che si fa sempre più tetro e che una moltitudine di grandi barbe bianche e spumeggianti corre verso la terra ferma per schiantarsi e cacciare via i bagnanti. Anche questi giorni sono belli, ma in ogni caso non si può far altro che aspettare, perché la stagione estiva è finita. Finita per davvero.

Non so se qualcuno sia arrivato fino in fondo, ma se è curioso, può trovare altri post su Ringraziare (qui).

Per chi poi volesse addirittura farne una lettura estiva può trovarlo sia qui che qui – in entrambi i casi è possibile leggerne un corposo estratto.

2 commenti su “L’ennesima estate…

  1. Ivana Daccò
    luglio 9, 2020

    L’inizio dell’anno è forse, a ben vedere, l’equinozio d’autunno, quando un ciclo di vita attiva della terra si chiude, vinto dal torpore; quando tutto ciò che doveva nasce è nato, è cresciuto, ha raggiunto l’apice della vita – un po’ stanco, in effetti. Sonnolento. Addormentato.
    Tempo, sicuramente, per il riordino; di verifica; di un tirare le somme e, perchè no, gustare quel tanto o poco di bottino, metterlo al riparo, farne seme, lievito madre.
    L’equinozio è il risveglio. Nel nostro mondo quello autunnale è il momento in cui la vita dell’uomo si riattiva. Si concludono, dopo la pausa, i raccolti; si tirano le somme e ci si avvia nuovamente al lavoro. Riaprono le scuole, si riaccendono le dispute. Si progetta.
    E’ un rompete le righe, vero, per tutti coloro che si risvegliano, pronti alla ripresa.
    L’equinozio d’autunno è anche il concedersi, finalmente, al letargo, per risvegliarsi a primavera, mentre le grandi folle si incamminano nuovamente, destinazioni diverse, improvvisamente preda di attività.
    Come sempre, ciò che scrivi mi porta a riflessioni, e commenti, divergenti.
    Colpa tua. 😉

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 9, 2020 da con tag , , , , , , .

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