Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ian Testa sogna sempre lo stesso sogno

È accaduto nuovamente, stanotte. Apre gli occhi quasi annoiato per l’ennesimo suo sognare lo stesso sogno sognando qualcosa di diverso, di apparentemente diverso. Non sono niente altro che una variazione sul tema. Stanotte si trovava per strada e si rendeva conto di non avere i pantaloni, d’esser uscito di casa in mutande e di dover assolutamente trovare, prima di arrivare a lavoro, un negozio per comprare qualcosa di decente. E non c’è nulla di strano nel ritrovarsi con i colleghi per scoprire che non ha consegnato certe relazioni che aveva preparato, su cui aveva lavorato duramente ma che poi aveva lasciato marcire fra le mille altre carte sperse sulla scrivania. È comprensibilmente stanco di sognare sempre lo stesso sogno, Ian Testa. E non importa che sia lui che va a visitare case che non aveva mai viste prima, esclamando, Qui sono a casa, per poi scoprire da chissà quale personaggio del suo passato od oggetto scoperto per caso, che un tempo, quando era bambino, erano tutte state la sua casa. È stanco di perdersi per corridoi malamente illuminati, andare a sbattere contro mobiletti antichi facendo cadere a terra telefoni a disco, stendersi sfinito su pavimenti di pietra. E non cambia nulla se si dice che quei corridoi sono le sue stesse viscere o tranelli del pensiero o trame di certi legami soffocanti. Si trova sempre e nuovamente per quei corridoi e a salire e scendere gradini che portano in verande abbandonate, bagni senza vasche, camere da letto con le pareti tutte bianche, accecanti. E non vale a nulla uscire, sempre nei sogni, da quegli enormi e antichi appartamenti arroccati su alti palazzi senza ascensore, perché tanto ci saranno sempre e solo tunnel della metropolitana o lunghi corridoi di treni semivuoti in cui, tanta è l’abbondanza di posti a sedere, che scegliere par quasi impossibile. Soprattutto questo è venuto a noia a Ian, questo dei treni – uno dei sogni che la sua testa non si stanca di sognare e di continuare a proporgli. Anzi, ai tempi della sua adolescenza erano decisamente più interessanti. A dar inizio a quei viaggi per chissà dove, sulla banchina c’era spesso il padre che si affannava per passargli dal finestrino una brutta e ingombrante valigia che lui proprio non voleva e poi il treno che partiva e il padre che si sentiva male; insomma, per banale che fosse era quantomeno emozionante, c’erano un paio di personaggi, un pizzico di movimento, mentre da anni non c’è più nulla, nessun riferimento se non a un generico se stesso che cammina, si perde, rischia d’arrivar tardi e non ha fatto tutto quello che avrebbe dovuto fare. Basta, dice Ian, spesso facendo voltare la moglie, che però ha da tempo rinunciato, forse stanca anche lei, a chiedergli cosa sia lì a turbarlo. E in ogni caso Ian non saprebbe rispondere.

Ogni tanto sì, effettivamente qualcosa di interessante c’è, tipo un astro che sfreccia in cielo lasciandosi dietro una scia di fuoco e, subito dopo, enormi uccelli infuocati che cadono a terra, oppure, sempre a rendere arduo il suo cammino senza meta né punto di partenza, un enorme elefante, tipo una montagna, immobile sulla strada. Il colosso è sempre lo stesso e non gli stacca gli occhi di dosso. Un elefante con gli occhi azzurri e piatti, severi fino all’eccesso, in tutto identici a quelli della madre.

Si è stancato, Ian. Vorrebbe sognare altro. Non qualcosa in particolare, altro. Ed è nauseato dai sogni contraddittori, fatti di mani rotte che compromettono la sua capacità di parlare o di parole andate in frantumi che non gli permettono di agire. E poi la moglie, che negli anni, lentamente ma inesorabilmente è stata risucchiata nelle sue notti sempre più agitate. E allora la solita, inconcludente storia di lei che lo ha già abbandonato o sta per farlo o, più in generale, di loro che vivono come nulla fosse, quasi tutto fosse normale, mentre la catastrofe è nell’aria, come un’atmosfera irrespirabile. E questi sono i peggiori perché, a differenza degli altri, squarciano immancabilmente il sonno, perché Ian riesce a sognarli solo fino a un certo punto, prima di arrendersi. Quando si sveglia è sempre la stessa scena. Si tira a sedere e sa che non riuscirà a dormire. Una volta, a pochi mesi dal loro matrimonio, uno di questi brutti sogni lo aveva spinto oltre la soglia della decenza, così aveva chiesto alla moglie se per caso nel passato, magari durante i primi anni della loro relazione, lei lo avesse per qualche periodo lasciato o gli avesse chiesto maggiore libertà, magari per andare con altri uomini e lei quella volta non aveva sorriso, non l’aveva preso in giro, ma non si era nemmeno arrabbiata. Qualcosa di diverso l’aveva spinta ad un silenzio che a Ian aveva insegnato a tenere la bocca chiusa su quella spaventosa mole di sogni, sopratutto questi sogni che lo mettevano in difficoltà, che lo rendevano bambino, togliendogli persino la necessaria capacità di distinguere sogno e realtà. Ed ecco, ora che ci pensa mentre si lava i denti, è stufo anche di quelli con lui sperduto nel mare gonfio, fra le onde alte che esplodono come bubboni. Lui è lì in mezzo e non rischia di affogare o di morire, no, perché la sostanza del sogno sembra esaurirsi in quel suo trovarsi in balia delle onde, senza esito, senza soluzione di continuità, perennemente relegato in una superficie ribollente e condannato ad intuire profondità che lo respingono.

Non gli piace sognare tutti questi sogni apparentemente diversi che però, in realtà, sono sempre lo stesso sogno. Non gli piace perché gli fa pensare di non aver ancora compreso o individuato il sogno dei sogni, ciò che li anima e li carica di un’energia apparentemente inesauribile; non gli piace perché gli fa pensare che la sua stessa vita, al di là o al di qua delle occupazioni, dei lavori, delle amicizie, dei molteplici e sempre diversi avvenimenti, non sia altro che una variazione di questo suo sogno – o desiderio – che non ha ancora compreso.

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 2, 2020 da con tag , .

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