Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Irvin D. Yalom, Sul lettino di Freud

Sai, mi gira la testa. Non ho idea di cosa sia verità o finzione. Inoltre quella paziente sta diventando critica nei miei confronti, mi accusa di essere un credulone. La settimana scorsa ha sognato di essere in casa dei genitori mentre un grosso camion della Goodwill comincia a distruggerne le fondamenta. Perché sorridi?

In Sul lettino di Freud di Irvin D. Yalom si snodano le vicende di Seymour Trotter, Ernest Lask e Marshal Streider, tre psicoterapeuti che, mossi da quelle stesse forze irrazionali che cercano di rendere trasparenti ai loro pazienti, costruiscono per se stessi destini lastricati di inciampi, errori di valutazione, conati di un passato che ritorna insistente, fallimenti e vere e proprie catastrofi personali, lavorative e famigliari. Non è mia intenzione – non lo è mai – star qui a proporre un riassunto, quello che mi interessa è far emergere perché questa storia è stata per me motivo di interesse.

Ho perso il filo. Mi aiuti a ritrovarlo, Ernest. La mia relazione con Belle? Naturale, è questo il vero motivo per cui siamo qui, no? Su quel fronte ci furono parecchi sviluppi interessanti, ma so che il più rilevante per il suo comitato riguarda il contatto fisico. Belle ne aveva fatto una questione centrale fin dall’inizio. Ora, è mia abitudine toccare fisicamente tutti i miei pazienti, maschi e femmine, a ogni seduta, in genere una stretta di mano al momento i salutarci, o magari una piccola pacca sulla spalla…

Sete di guadagno, ambizione, solitudine, impulsi sessuali incontrollabili, ritiro sociale e ambivalenza, queste le caratteristiche di un mondo, quello dei terapeuti che, a dispetto della tecnica, dello studio e del ruolo, rimangono pur sempre uomini, ossia incapaci di tirarsi indietro rispetto alla vita, ai suoi rivolgimenti e agli incontri inaspettati che offre – chi è irreprensibile, inattaccabile, sempre all’altezza della situazione? Questa pare essere una delle domande di fondo di Sul lettino di Freud. E ancora, all’altezza della situazione rispetto a cosa? Secondo quale metro di giudizio? E ancora, può qualcuno essere all’altezza della situazione senza correre il rischio di inaridire la propria vita nel momento in cui la sottomette a un sistema di regole anonime e che non tengono conto delle logiche del desiderio? Essere individui sembra coincidere con l’essere suscettibili di andare incontro al fallimento. La consapevolezza e la razionalità non mettono a riparo dagli impulsi, anzi, sempre più questa razionalità sembra il prodotto di un’astuzia superiore, di ciò che sta sotto o dietro o che viene prima, di qualcosa di radicale – prodotto di quelle motivazioni e spinte inconsce che, trasformandosi, possono assumere molte e diverse forme – persino quella di ciò che sembra agli antipodi, la razionalità stessa.

Pur non straordinario nello stile e a tratti sfilacciato nella vicenda, questo romanzo – che non raggiunge i livelli de Le lacrime di Nietzsche o di La cura Schopenhauer, di cui forse scriverò qualcosa in futuro – è tuttavia uno specchio piuttosto interessante del rapporto analista-paziente, di quel reciproco aver bisogno di parlare, essere ascoltati e riconosciuti nella indicibile individualità che ognuno di noi sente di dover coltivare, affermare, difendere – pena (prendo a prestito vari termini che rimandano ad ambiti diversi…) la depressione, la malinconia, l’inautenticità, la perdizione. Ma non avviene qualcosa di simile nel rapporto fra lo scrittore e il suo lettore? Non, i suoi lettori, ma il suo lettore…

Non è forse proprio il “pubblico”, pensava Marshal, una delle sostanze nutritive non esplicitate che la supervisione garantisce al terapeuta non ancora maturo? Ci vogliono decenni di esperienza per essere in grado di creare senza spettatori. Ed è vero anche per la vita, rifletteva Marshal. Non c’è nulla di peggio che vivere una vita di cui nessuno si accorge. Di continuo, nel suo lavoro di analisi, aveva notato la straordinaria necessità della sua attenzione da parte dei pazienti…

Se ci collochiamo al di fuori e a debita distanza da un certo egocentrismo, in cui chiaramente il centro del rapporto scrittore-lettore è tirannicamente occupato da una certa passione per il nome proprio, la propria-faccia, la propria persona…allora il rapporto fra lo scrittore e cioè la sua opera, e il lettore, si presenterà in modo del tutto differente. Anche se in modo diverso rispetto al rapporto analista-paziente, perché mediato dalla pagina scritta, anche fra scrittore e lettore il fine ultimo è quello di instaurare una relazione. Da un lato si trova lo scrittore, colui che vuole raccontare e quindi essere ascoltato, ma che è fin da sempre capace di ascoltare; dall’altro c’è il lettore, colui che vuole ascoltare. Il lettore, però non vuole ascoltare qualcosa in generale, non è disposto ad ascoltare la prima cosa che capita – al contrario, il lettore vuole sentire dallo scrittore una storia che lo coinvolga, che lo metta in causa nella sua individualità. Per questo ho scritto e sottolineato di un rapporto fra scrittore e lettore e non fra uno scrittore e i lettori. Perché nella vera relazione fra uno scrittore e il suo lettore, il rapporto – al netto del loro essere dei perfetti sconosciuti – è un rapporto Io-Tu.

Parlami di me, dice il gesto del lettore nel momento in cui apre un libro in cui leggerà di vicende che nulla hanno a che fare con i fatti della sua vita. Ascoltami, è di molte cose importanti che scriverò, di cose essenziali e urgenti per te, sarà il gesto dello scrittore che fatica sulla pagina, senza però pensare al futuro lettore – e tutto in una alleanza che forse non avrà nulla di terapeutico – così come viene descritta in questo romanzo – ma che tuttavia si fonda su di una capacità di ascolto, quella dello scrittore, che viene prima dell’ascolto reale, prima delle chiacchiere e del documentarsi…una capacità che si fonda sul fatto che certi scrittori sono come le antenne sui tetti dei palazzi, strumenti che paiono antichi, che vengono sballottati dal vento forte e che si notano poco, ma che prima di molti colgono l’invisibile che tuttavia è, del lettore che tu sei.

Ernest sorrise con aria d’intesa e con un certo compiacimento: aveva sempre sospettato che Carolyn avesse tenuto nascoste delle parti di sé. prese in mano il taccuino, s’accomodò nella poltrona e disse: “Sono sempre pronto per la verità”.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 10, 2020 da con tag , .

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