Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ci sono parole e pan-role: Panacea

A furia di parlare di pandemia è venuto fuori un passa-tempo, che poi è un passa-parola, ossia un passare da una parola all’altra a partire dalla “radice” pan- …ci sono tante splendide parole, ma qui ci si concentra solo sulle pan-role – questo significa che per passare il tempo mi sono messo ad appuntare su di un foglietto tutta una serie di pan-role. Alcune le ho scoperte e conosciute per la prima volta, altre le ho lasciate cadere, altre ancora le ho ri-scoperte… e cioè ripensate in un passa-parola che è diventato un passa-tempo. Non che ce ne sia poi tanto, di tempo. Non è mai stato così poco, da quando le molte attività che puntellano la quotidianità sono state tutte, a forza, chiuse in casa. E tuttavia…

Inutile dire che lascio cadere la pan-rola pandemia, che è parola fondante, parola-guida di questo piccolo gioco – magari cade adesso per essere ripresa più in là, quando sarà giunto il momento di chiudere il cerchio. Adesso voglio prendere le mosse da una pan-rola che può essere il suo rovescio:

PANACEA

Dal latino panacēa, dal greco panákeia, composto di pân ‘tutto’ e del tema akéomai, ossia ‘curo, guarisco’. Detto in parole semplici – Rimedio universale e buono per tutti i mali…

Stefan apre gli occhi contro il soffitto, mentre la sveglia continua a suonare il suo bip, imperterrita. La disattiva subito prima che il dispaly segni le 05:01. Si volta per guardare alle proprie spalle. Nulla si muove. Tira giù i piedi nudi sul suo vecchio tappeto. Va a fare colazione, come sempre, e come sempre si lava e si veste, ma stamattina non esce di casa. Non esce di casa stamattina, così come non ne è uscito le ultime quarantanove mattine. È prestissimo. Si alza sempre prestissimo. Chiude la porta del salone alle proprie spalle, isolandosi dal resto della casa, dai novanta metri quadrati che gli costeranno altri venticinque anni di mutuo. Siede sul divano e accende il televisore a basso volume, sulla rassegna stampa. Oltre la saracinesca abbassata gli uccelli salutano il sole che sorge. Già, è primavera, lì fuori. Guarda i titoli scorrere sul grande schermo, quindi si alza e va a tirare su la serranda, più lentamente che può per non fare rumore. Si piega ed esce fuori in balcone, nell’aria fresca ma non fredda del primo mattino. Solitamente si sente alto e leggero e forte, più alto di quel che è, più leggero e forte di quanto non sia. Non adesso, non da qualche tempo. Chiude gli occhi. Alle volte funziona. Poggia la schiena ai mattoni intrisi dell’umidità della notte e respira profondamente. Va un po’ meglio, ma solo per un attimo. Il mondo viene attraversato da un brivido. O è lui che ha freddo? Rientra in casa, chiude i vetri della finestra e si stende sul divano. Prende un libro dimenticato lì a terra la sera prima sul tappeto. Ha letto più della metà delle ottocento pagine piene zeppe di termini tecnici, definizioni, osservazioni. Tutto bellissimo, ma non ne ricorda quasi nulla. Sa che è uno di quei testi fondamentali, ma non un solo argomento si è veramente fissato nella sua memoria. Lo lascia cadere e si stende sul divano. Chiude gli occhi e, forse, sogna qualcosa. Anzi, sogna qualcosa, ma non ricorda assolutamente nulla perché tutta la sua attenzione si concentra su di una oppressione tutta nuova e improvvisa al petto e allo stomaco, e sul caldo delle dita sottili del figlio che aveva attraversato il buio corridoio, sapendo di trovarlo lì. Tutti, al risveglio, sanno che lui è lì, sul divano a fare qualcosa, a lavorare, a tentare di lavorare. Questa mattina no, si è fatto trovare steso e addormentato. Stefan spiega la coperta dimenticata sul divano la sera prima e copre il figlio. Ancora, mormora il bambino, invitandolo a continuare ad accarezzargli i capelli. Ma Stefan si addormenta ancora. Sogna, sicuro. Ma anche questa volta non ricorda nulla, tutto concentrato, al risveglio, sui raggi del sole che gli offendono gli occhi. Quando li riapre sente il risolino dei figli e della moglie, che sono a tavola e stanno facendo colazione. Stefan si tira su a sedere e, come da ragazzo, sente lo stomaco in panne nel momento stesso in cui poggia i piedi a terra – due volte al giorno gli accade, immancabilmente. La sera quando stacca le piante dei piedi da terra per andare a dormire e al mattino quando nuovamente torna sulla terraferma della realtà. Un giorno sprecato e uno da sprecare. Chi gliel’aveva impartita quella brutta lezione che da anni ripeteva a pappagallo? Da ragazzo piangeva. Piangeva sempre, da solo e senza un motivo apparente, ma semplicemente perché un giorno finiva e un altro iniziava. Oggi non può permetterselo. Va bene così. La moglie gli dice di andare a prendersi una tazzina. Va bene così. I bambini guardano i cartoni animati. Va bene così. Stefan pensa che forse…e non pensa il pensiero tutto intero….e va bene così.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 1, 2020 da con tag .

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