Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

L’ombra, una favola nera

Su via! Vuoi andare?”. E fece un cenno all’ombra, e l’ombra fece un cenno di rimando. “Va’, dunque! Ma non rimanere troppo!”. Lo scienziato si alzò, e anche l’ombra nel terrazzino di contro si alzò; e lo scienziato si volse, per rientrare in casa, e chi avesse guardato attentamente, avrebbe osservato come anche l’ombra entrasse per la vetrata socchiusa della casa di contro, proprio nell’istante medesimo in cui lo scienziato rientrava in casa, lasciando ricadere la tenda dietro di sé.

Nell’affollatissimo panorama di romanzi e racconti dedicati al tema del doppio, in cui spiccano e splendono, giusto per citarne alcune, opere come Il sosia di F. Dostoevskij, Lo strano caso del Dr Jekyll e di Mr Hide di R. L. Stevenson o, ancora, Il ritratto di Dorian Grey di O. Wild, trova suo degna posizione L’ombra, favola nera di H. C. Andersen. Noto per ben altre storie, già presente in questo spazio con la fiaba intitolata La diligenza da dodici posti (qui), qui lo troviamo alle prese con gli insondabili recessi della mente e della personalità umana. Con stile lieve Andersen, nell’arco di poche pagine, avanza fino a sfiorare l’estremo limite in cui queste stesse zone remote della personalità, magari a lungo nascoste e misconosciute, riescono a staccarsi e a diventare zone autonome, zone franche, buchi neri entro quella che sembra essere la ben delimitata e rassicurante area del conscio. Ci indica quelle zone che possono staccarsi, fuggire via e, inesorabilmente, ritornare – dall’esterno – e, chissà come, rovesciare i rapporti di forza e (s-)travolgere l’identità dell’uomo. Tema non proprio nuovissimo, tanto che lo stesso autore, per mezzo del protagonista, non manca di fare un poco di ironia.

Che faccenda è questa?” esclamò, quando arrivò nella strada soleggiata: “Non ho più ombra!” Sta’ a vedere che ieri sera se n’è andata davvero e non è più tornata! Sarebbe una bella seccatura!”. E questo non tanto lo angustiava perché l’ombra se ne fosse andata, quanto perché sapeva che c’era già una storia di un uomo senz’ombra, e che tutti lassù, nei paesi nordici, la conoscevano. Se fosse tonato a casa e avesse raccontato la sua, avrebbero detto che non era se non un plagio, e ciò non gli garbava. Risolvette dunque di non farne parola, ed era infatti il partito migliore.

Insomma, detta in due parole, la storia è quella di un giovane scienziato originario di un paese del nord che parte per i luoghi caldi del sud, lì dove il sole batte e scalda e illumina. Felice della sua condizione, ha un’unica curiosità – capire chi vive nell’appartamento di contro al suo, dall’altro lato del vicolo che separa la locanda dove alloggia dalla palazzina che quasi potrebbe toccare, sporgendosi. Nel terrazzino, alle finestre, mai aveva visto nessuno, ma solo sentito arrivare fino a lui una vaga melodia e niente più. Incapace di lasciarsi andare alla sua curiosità, di andare a scoprire cosa e chi si nasconde in quell’appartamento, lo studioso fantastica sulla sua ombra, le parla: “La vetrata è socchiusa; se fosse un’ombra un po’ accorta, dovrebbe avere il buon senso di entrare, di dare un’occhiata, e poi di venire a raccontarmi quello che ha veduto“. Dopo averla invitata più volte ad infilarsi nello spiraglio della finestra lasciata accostata, alla fine la sua ombra svanisce. Dopo un breve periodo al giovane scienziato cresce una nuova, piccola ombra, quindi non pensa più a quella faccenda. Il tempo passa. Ma a un certo punto l’ombra perduta ritorna dal suo proprietario: “Non riconoscete la vostra vecchia ombra?”. Una vecchia ombra fatta uomo. Non dirò altro della storia, se non che il rapporto fra l’uomo e la sua ombra si rovescia fino a far sì che l’uomo diventi ombra della sua stessa ombra e l’ombra l’uomo dell’uomo. Che significa?

Quando l’uomo perde la propria ombra? E che cosa sarà mai questa ombra? Dove si annida il pericolo? Andersen ce ne dà breve saggio, poiché più l’ombra, autonoma, vaga per il mondo e fa esperienza e prende corpo, più l’uomo, che l’ha persa, si avvicina alla propria disgrazia. L’intelletto, arido, non coglie il reale e tutti gli voltan le spalle, mentre l’ombra, che ha conosciuto la Poesia, si arricchisce, prospera e, forse, pecca di superbia.

Questa fiaba pone alcune domande di non poco conto: hai ascoltato e seguito il tuo desiderio? Il desiderio non coltivato porta il protagonista a perdere se stesso. Poiché forse quell’appartamento custodiva esattamente questo – la specificità della sua via e il coraggio necessario per non voltarle le spalle. Bisogna fare attenzione, poi, perché i desideri misconosciuti, come le vie non percorse, abbandonate, si riempiono di spiriti malvagi, presenze prima bizzarre e forse grottesche e poi, inevitabilmente agghiaccianti. Presenze che nascono nella mente, ma che poi, giungono da fuori – un fuori scavato nel soggetto stesso, nella sua distanza da sé. Bisogna fare attenzione a non rischiare la stessa sorte del nostro buon scienziato, ormai solo, mentre tutti – e su tutti la sua ombra – festeggiano.

La sera tutta la città fu illuminata…la principessa e l’ombra si affacciarono al balcone di mezzo del palazzo, per ricevere il saluto del popolo con un’altra salva di applausi. Ma l’uomo dotto nulla sentì di quelle feste, di quella allegria; perché, senza tanti discorsi, la mattina presto lo avevano impiccato.

2 commenti su “L’ombra, una favola nera

  1. Alessandra
    marzo 2, 2020

    Bella, non la conoscevo! Le storie proposte in questo spazio sono sempre interessanti.
    Eh sì, senza la nostra parte inconscia non possiamo vivere. Tocca riconoscerla e trovare un compromesso. Se non vogliamo che ci travolga ;-).

    • tommasoaramaico
      marzo 2, 2020

      Grazie. È una fiaba deliziosa che ho conosciuto, in realtà, attraverso un altro libro. Breve e incisiva.

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 1, 2020 da con tag , , .

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