Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ancora sulla guerra – Il tramonto di Padre Polemos

Lena fa due passi indietro, inciampando sullo zaino che la figlia ha lasciato a terra, floscio nella penombra del corridoio – Smettila! Non lo sa, non lo ricorda perché è iniziata, tutta questa storia. Sa che lei e Mirko litigano da troppo tempo, da mesi, anni. Questo loro piccolo inferno l’aveva risucchiata per la questione del lavoro, quando aveva preteso di ritornare a lavorare nello studio dello zio. Io sono un avvocato, urlava, mentre lui le urlava ancora più forte che non sarebbe andata da nessuna parte.

C’è un gran bel saggio intitolato Il tramonto di Padre Polemos a firma Massimo Cacciari, contenuto in un volumetto a più firme, Contro la guerra. Lo seguo liberamente, perché restituisce il senso profondo della natura del Polemos, qui declinato come “guerra” all’interno di un piccolo percorso le cui tappe principali hanno toccato Freud (qui) e Ballard (qui) e molto altro. Il celebre frammento di Eraclito recita così: “Polemos è padre di tutte le cose, di tutte re, e gli uni mostra dei e gli altri uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi“.

Polemos, il conflitto, non è qualcosa di eventuale o accessorio, una modalità fra le altre dell’essere, ma ne è la struttura, il principio cui tutte le cose necessariamente ubbidiscono. In questo senso altissimo, strutturale e strutturante, il conflitto non è e non deve essere confuso con ciò che fa violenza, che distrugge o annienta; al contrario, è principio e criterio di misura che pone tutto ciò che è secondo il suo rango (divinità o mortale) e la sua qualità (libero o schiavo). In questo senso il conflitto è il binario su cui si muovono le cose che sono e che in tal modo si distinguono.

Avevano discusso per tutto. Per scegliere la loro prima casa in affitto, per dividere i compiti nella gestione delle loro giornate. Avevano discusso per scegliere la data del loro matrimonio, dove andare in viaggio di nozze, persino per l’ospedale in cui far nascere i loro figli. Avevano discusso, sempre. Mirko amava discutere. Sembrava essere il suo carattere. Quando le cose avevano iniziato a cambiare? Quando e perché i loro occhi si erano annebbiati? Quando la voce di Mirko aveva per la prima volta fatto tremare i vetri? Quando il suo corpo, fuori controllo, aveva iniziato far tremare l’intera casa e lei stessa, fino alle fondamenta?

Cito da Il tramonto di Padre Polemos: “La guerra individua, fa emergere il carattere-demone di un individuo contra l’altro, entrambi nel loro opporsi manifestano questo comune: il porsi, cioè, di ciascuno come se stesso nella sua differenza dall’altro. Eris, dissidio e contesa, è la forza che fa apparire gli essenti nella loro specifica individualità, dissidenti l’un l’altro, e tuttavia comuni proprio in tale contendere“.

Tutte le cose che sono, esistono nella reciproca opposizione, in questo consiste il loro comune orizzonte, la loro Armonia e Connessione che non esclude, ma implica il rischio della guerra, passaggio inevitabile. Eppure, nell’ordine generale tale conflitto si dà entro il recinto di una giustizia che mantiene/garantisce l’esistenza dei “distinti-opposti“. Dietro il potere di questo Polemos si profila, tuttavia, un tratto violento e unilaterale che, in modo contraddittorio, non ammette contrari pur ponendo gli esistenti come tali. Per dirla con altre parole: la Legge dettata dal Polemos presuppone violenza poiché si impone, fondandosi su di sé, senza ammettere mediazione alcuna. “La legge ordina il contraddirsi, detta le norme per la contesa, non mira affatto alla unificazione dei differenti, ma alla regolazione del loro agon“. Ma esiste l’eventualità che qualcuno pretenda di sottrarsi a tale legge del distinto-opposto, cercando di trasgredire i limiti propri e dall’altro, invadendolo, annullandolo…

Tu non tornerai a lavorare. Questo era il suo ordine, perentorio. I bambini scoppiavano in lacrime, spaventati dalla voce-tuono del padre. Quello stesso uomo che un tempo sorrideva e poi discuteva e poi ancora urlava, adesso è qui che ringhia e spintona. Non sa rispondere, lei, mentre lui, adesso, continua a chiederle dove è che è stata quando era uscita, Dove sei stata? In nessun posto degno di essere ricordato, evidentemente, dato che lei non ricorda nulla. Al bar, sì, per un caffè con una amica e poi al supermercato, certo, perché il frigorifero era vuoto e poi…poi, non sa più nulla. E perché non aveva risposto al cellulare? Era rimasto a casa, perché, perché? L’aveva dimenticato. I bambini, la confusione, la stanchezza. Forse.

Ma chiunque voglia negare l’alterità dall’altro e di fatto rigettare la propria relazione con l’altro, deve pagare per la sua superbia (Hýbris) e la sua volontà di porsi come unico. Questa è la superbia, la tracotanza di chi si oppone al Polemos e alla sua Legge. Ecco che Polemos non è più semplice legge suprema, ma sistema che prevede la sua stessa trasgressione: misura e trasgressione, punizione giusta contro i superbi e “ragionevolezza” della guerra. Polemos è anche guerra, perché è “guerra a chi muove guerra al suo Principio”. Una rivolta intrisa di superbia contro il giusto ordine e, per risposta, la guerra tesa a ristabilire il giusto conflitto, quello che mantiene le opposizioni – questa è la dialettica intrinseca al conflitto.

Sente solo un gran formicolio su tutto il volto. Non sente un vero e proprio dolore. È qualcosa che assomiglia alle gambe quando si addormentano, dopo che è stata troppo a lungo in una posizione scomoda. Riesce a scrivere un messaggio, col cellulare. Non sa perché scrive, ma scrive, mentre Mirko si allontana lungo il corridoio, diretto al bagno. Va bene, gli ha detto. Ha risposto va bene a tutto quello che lui aveva detto. Non sa a cosa ha appena dato il proprio assenso, non ha prestato attenzione alle domande, aveva pensato solo a dare la risposta giusta. E poi le ronzano le orecchie e non ci sente bene. Perché le ronzano? Per la paura. Ha paura anche adesso. Sente di essere sul punto di scoppiare Bastardo, urla. Ecco perché ha scritto e perché le ronzano le orecchie e perché sente il formicolio al viso e le tremano le gambe: perché lui è un bastardo. Eccolo, sta tornando…

È pur vero che tali differenze non sono indifferenti, si costruiscono come opposizioni che non si accontentano, che vogliono trascendersi e superarsi, cioè nessuna parte si accontenta della propria individualità, ma vuole porsi “come universale“. Chi, in questa lotta, incarnerà legittimamente la giustizia e su quali basi fonderanno la pretesa di imporre scale di valore e determinazione di giusto e sbagliato? Ma bisogna fare molta attenzione a questo punto. In vista di quale pace si intraprende la guerra? E quali forme e contorni assume il nemico? Una volta posto l’altro nel campo del nemico, fino a dove ci si può spingere nella volontà di sconfiggerlo?

Nessuno pare in grado di fermarlo, mentre lei viene trascinata per i capelli lungo il corridoio, verso lo sgabuzzino. Oh, no, non lì dentro, non al buio, non mentre dovrebbe preparare il pranzo per le bambine. Ora che ci pensa, in un lampo: le bambine? Hanno visto qualcosa? Hanno sentito tutto? Devono essersi chiuse nella loro stanza, come già altre volte. Lui dovrebbe fermarsi, pensando a loro. E invece tira e tira e pare proprio intenzionato a farlo, a chiuderla nello sgabuzzino, così come minaccia. Con una mano si aggrappa allo stipite, lui le dà un pugno sulle dita. Un’unghia si stacca, in parte. A questo punto non può fare a meno di urlare. Cerca di morderlo, ma lui picchia col gomito proprio sui denti. E lei piange per il dolore. Nessuno sembra in grado di fermarlo. E invece no. Viene fermato da un colpo improvviso, al fianco. È la punta dello stivaletto del suocero, di Teo, fratello di Lena. Mirko si piega e si affloscia, a terra, senza fiato. Teo si accanisce su di lui. Urla e impreca, poi qualcuno lo ferma, usando la forza, ma non la violenza. La forza, quella giusta, mette fine alla cattiva catena fatta di violenza. Passa un po’ di tempo, poi, finalmente, un po’ di silenzio e di lentezza calano nella casa. Il corpo di Lena viene accolto nel suo esser ferita.

Sbaglia chiunque voglia travalicare i propri limiti, rendendo la contesa una brutale violenza. Andrà incontro alla giusta punizione chiunque creda che l’affermazione di sé coincida con la cancellazione dell’altro.

Lena cammina lenta, nel parco. Il fianco ancora le duole e la mano è fasciata. Un cerotto sullo zigomo e, anche se proprio non dovrebbe, una sigaretta accesa se ne sta incollata al labbro gonfio. Lenta, siede su di una panchina verniciata di fresco che stona nel parco in stato di abbandono. Poco più in là un gruppo di ragazzi ridacchia, guardandola, ma lei chiude gli occhi, spuntando il fumo e forse non ha paura di starsene lì, sola.

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 30, 2020 da con tag , .

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