Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Il male (si) conta

“Things bad begun make strong themselves by ill”

Così, lapidario, recita Macbeth a cavallo fra scene e ideazioni che provengono e conducono a decisioni e ad azioni sempre più spaventose. Nell’impossibilità di tradurre adeguatamente Shakespeare propongo una poltiglia di senso che nasce dalle diverse traduzioni che ho a portata di mano. Insomma, ciò che nel male nasce, nel male cresce, perché le cose cominciate o nate nel male traggono forza dal male stesso, dal suo essere perpetrato, rilanciato, condiviso. Questa battuta, della bocca del personaggio shakespeariano, è tornata a galla l’altro ieri, riaffiorata alla memoria a partire da una serie di avvenimenti, parole, messaggi che piovono a dirotto tutto intorno. È un fatto, il male prolifera lì dove altro male lo alimenta. Avviene quasi per contatto, come una brace che non si esaurisce perché alimentata da sempre nuove fonti di combustione. Il male cresce. Allo stesso modo – ma per reazione – nasce questo post: per contatto con tutta una serie di precedenti post sulla guerra, il conflitto, l’intolleranza (qui); eppure, a differenza di altri, definirei questo come un post d’occasione, cioè legato, legatissimo, a quanto sta accadendo negli ultimi giorni, figlio di chi, come me, non riesce ad essere lapidario, a comprimersi in una manciata di caratteri (sono duecentottanta, giusto?), condannato a tornare su stesso, avvitarsi, incepparsi. È la violenza di questi ultimi tempi l’occasione di questo post-lampo. Sono le immagini (dovrei dire la puzza di bruciato) delle librerie che vanno a fuoco (e mi riferisco al quartiere di Centocelle che conosco benissimo, strada per strada, bar per bar, campana del vetro per campana del vetro), dei raduni, degli insulti e delle minacce contro una donna di quasi novantanni, sopravvissuta ai campi di concentramento, che incontra e si scontra con la miseria intellettuale e morale (non trovo altra definizione) di persone con e senza volto. Si può tollerare? Ho già provato a scrivere qualcosa (qui) dei limiti che dovrebbero puntellare il concetto di tolleranza per evitare che si trasformi in resa incondizionata di fronte a posizioni che non ammettono contrapposizione e vera dialettica (quella che mantiene in vita entrambe le posizioni), ma mirano unicamente a sopprimere l’altro, imponendo una visione mortifera, asfissiante e totalitaria della realtà.

Si dice e si scrive, generalmente, che tale fenomeno si alimenti e stia diventando esorbitante grazie alla mancanza di contatto, alla spersonalizzazione e alla riduzione dell’altro nell’indistinto dello schieramento opposto; dello stare – da parte del violento – nel confortevole abbraccio dell’indistinto che offre il gruppo di appartenenza. Certo, indubbiamente semplifica le cose il non aver davanti agli occhi (e dunque non essere oggetto dello sguardo di) colui che diviene oggetto di disprezzo. Questa separazione rende più semplice il progressivo scivolamento (la gioiosa regressione) nel terreno paludoso dell’intolleranza e della riduzione dell’altro a mero oggetto su cui scaricare rabbia, odio, ignoranza, frustrazione; eppure sempre più pare emergere come tutto questo non sia il fattore determinante. Lo pensavo anche io. Adesso non più. Ossia, perché ci stupiamo tanto della violenza degradante che ovunque ribolle? Basta sfogliare i manuali e non temere di leggere la Storia (anche, non solo) come il susseguirsi delle violenze degli uomini perpetrate su altri uomini. Qualcosa, però, accade oggi. Sempre più si impone una forma di violenza decentrata, senza un vero centro propulsore. Scintille d’odio, spontanee e innumerevoli, emergono dal basso in cerca di qualcuno (non il leader, ma innanzitutto l’uomo comune, chi è come noi) che accolga il grido furioso, di qualcuno che non denigri, come avveniva in passato, la bava alla bocca, le mani levate, lo scatto violento.

Quello che forse emerge è che, in realtà, tutto il ventaglio di strumenti che permettono di attaccare, condividere e diffondere immagini e contenuti capaci di screditare l’altro, in realtà permettono a questo male, che è, di non sentirsi solo, ma sempre in buona – buona solo in senso numerico – compagnia. La tecnologia assurge a strumento per una democrazia acefala, poiché permette di trovarsi, ritrovarsi, unirsi, contarsi senza fare i conti con la realtà – senza pensarla veramente. Fa contare, nel doppio senso del termine…facendo numero ci si conta, si conoscono i numeri e col numero, la quantità, e così (con un salto irragionevole e indebito) si incrocia la qualità, il valore – si contano, si riconoscono molti, dunque assumono valore, acquistano dignità – hanno voce in capitolo. Solo adesso il Leader entra in gioco, tutto sudaticcio perché deve cercar di star dietro a tutto questo movimento assai articolato, a tratti contraddittorio. Deve assumere molti volti e vesti e deve molto parlare se vuole riuscire a dare un volto, il suo, a quanto nasce, esiste, cresce e si nutre di se stesso. Il leader, il populista, non è la testa bavosa dotata di cervello che muove il corpo sociale, ma ne è il parassita…il leader, chi vuole esserlo, oggi deve farsi accettare, deve accreditarsi, si affanna a dire Sono come voi, sono uno di voi…poco ha a che spartire con il populista vecchio stampo o con i piazzisti che spopolavano solo una decina di anni fa, quelli che si presentavano come uomini del destino, unti del Signore, spirito della patria…

Ecco che emerge senza vergogna quanto prima era fuori dal conteggio, fuori discorso, tenuto nascosto, detto a mezza bocca, sussurrato, magari vomitato in un momento di rabbia. Ed è per questo che oggi, sempre più, si fatica a dir male del male, anzi, è per questo che oggi si fatica a dir-bene, cioè nel modo giusto, tutto il male che c’è e si deve dire del male. Perché il dir-bene del male è impossibile, se per dirlo si usano le medesime forme di chi urla con la bava alla bocca…non arriveranno mai, quelle parole, a chi ascolta con la bava alle orecchie.

A queste orecchie, quei discorsi avranno la consistenza marcescente di vecchi discorsi morali, dominanti per qualche generazione ormai tramontata o sulla via del tramonto. Quelle che erano parole d’ordine, sono ormai posizioni relativizzate, svuotate, non più vincolanti. E chi lo dice? A ben altre radici dicono di richiamarsi, mostrando (invisibile perché inesistente) la marca di una presunta appartenenza – pelle bianca, fede cristiana e non ricordo che altra sciocchezza…la stupida ottusità di certe affermazioni non viene dal contenuto: italiano e bianco non sono in contraddizione, così come non lo è italiano e cristiano; indebito è affermare che vi sia assoluta contraddizione fra italiano e nero o ateo o ebreo o islamico o che altro può passare per la testa. Curioso che non si dica, giusto per fare un altro esempio, che ci si può definire italiani solo a partire dalla nostra carta, la Costituzione, poiché è la Costituzione a dettare cornice istituzionale, ad articolare i cittadini come cittadini italiani. Si potrebbe chiamare in soccorso la scienza e le sue ultimissime acquisizioni, che dicono che il patrimonio genetico degli italiani, anche di quelli che si dichiarano purissimi, è il più variegato d’Europa, cioè il più bastardo, meticcio e frutto di mescolanza – si potrebbe aggiungere, volendo essere banali, che il genio italiano non sta nella sua natura di monolite dai contorni ben definiti e riconoscibili, ma nella sua biologica multiformità. Bizzarro, ma proprio quelli che si autoproclamano italiani, sembrano veramente quanto vi è di più lontano dallo spirito italiano, impastoiati come sono in una nera parentesi durata una ventina d’anni. Certo, il discorso è più complesso…ma questa è solo una delle tante (non una) prospettive da cui può e deve essere affrontato. 

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 10, 2019 da con tag , , .

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