Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Scaramuccia per Ian Testa

Beh, Ian Testa non sa proprio cosa dire o fare per tirarsi fuori da questa storia che mica comprende veramente. Ci sono delle persone che gli si fanno intorno, lo incalzano, gli parlano. Ma quanti sono? Cinque, sei, dieci? E chi sono, poi? Si muovono tutti, non riesce a contarli. Qualcuno lo punzecchia ai fianchi, altri si voltano dall’altra parte, non appena lui cerca di incontrarne gli occhi. Meglio non insistere, pensa Ian, che alza gli occhi verso il basso soffitto in cerca di un po’ d’aria che non c’è in questa stanza che al tempo stesso conosce e non conosce. “Continui, signor Testa” sente mormorare alle spalle. “Perché è ammutolito?” si sente soffiare direttamente nell’orecchio da qualcuno che gli sta alle spalle. Non riesce a vederlo perché lo sconosciuto lo stringe dalle spalle, “Un blocco, signor Testa?. Ian insiste con lo sguardo contro le pareti della stanza. Ci sono infiltrazioni d’acqua ovunque e poi muffa. Il pavimento è fasciato da una brutta moquette di pelo nerastro che pare averne viste di tutti i colori. È molliccia e viscida. Pare volerlo lentamente risucchiare. Ma può una moquette avere una volontà sua propria? Certo che no, però, con un pizzico di preoccupazione, Ian studia i suoi vecchi mocassini che stanno assorbendo melma. Mocassini? Era una vita che non ne indossava un paio. La madre lo obbligava a metterli quando era bambino, e lui non ricorda di averne più comprati da quando ha i soldi per scegliere liberamente quali scarpe avere. Questa è opera della moglie, non ci sono dubbi. Qualche tubatura deve essere saltata, pensa ancora, guardandosi intorno, cercando di liberarsi dalla stretta di non sa nemmeno lui chi. Quelli che gli stanno quasi addosso aspettano che dica qualcosa, a quanto pare. Forse ha già parlato, ha già detto qualcosa di rilevante, prima di bloccarsi, solo che non ricorda non solo di aver parlato, ma nemmeno di essere andato con le sue gambe a chiudersi in quella stanza. Qualcuno lo stringe per il braccio, strappandolo a quelle congetture campate in aria, pensate tanto per pensarle, poiché a lui non interessa nulla delle macchie di umidità e di quello che può aver o può non aver detto. Conosce e non conosce l’uomo dalla terribile stempiatura che gli punta contro la fronte tutta modellata su due protuberanze. Bernoccoli metafisici, pensa Ian sfiorando con le dita le protuberanze che anche lui si porta sulla fronte e che da ragazzo aveva così ribattezzato dopo la lettura di un libro che nemmeno lui ricorda, bernoccoli metafisici. L’uomo incombe, elegantissimo nel suo completo di panno pesante, del tutto fuori luogo in quella stanzetta piccola, affollata e, all’apparenza, senza vie d’uscita. Ian non vede né porte né finestre. Come ci sono entrati, tutti quanti? Cerca con lo sguardo, Ian, mentre l’uomo – che deve essere una sorta di scienziato o un medico o, meglio, un gran ciarlatano – gli parla sopra, cioè, parla sopra i suoi pensieri che, però, sono tanto pressanti che, forse, emergono e prendono carne, o suono. “La signora, dico, tutto bene con la signora?”. Schiocca la lingua sulle labbra sottili, parzialmente nascoste dalla barba grigiastra. Gli indirizza degli occhiolini tanto insistenti che paiono tic che che vanno a tempo col ticchettio della cipolla che stringe fra le dita e con cui misura lo scorrere, il passare di qualcosa che esiste solo per lui. Ian lo conosce e non lo conosce. Deve averci avuto qualcosa a che fare, in qualche modo, sennò non si prenderebbe tanta confidenza. Una pacca sulla spalla lo distrae dall’uomo. Eccone un altro che, però, è sicuro di non aver mai visto prima. Pare una sorta di santone, “Non gli presti ascolto, signor Testa” prende la parola il vecchio, magro e altissimo in una veste bianca, tipo tunica. Il vegliardo gli poggia una mano sulla fronte. Ha le unghie lunghissime, ingiallite da dare il voltastomaco, “Non dia retta a quel depravato. Dia ascolto a se stesso, piuttosto. Non a lui, e neppure a me. Io sono solo al suo servizio. Cosa sente? Lei dà l’idea di essere solo un bambino, lo sa? Piange spesso? Lo sente piangere, di notte, mentre dorme? Mi riferisco al bambino, signor Testa”. Ian fa un movimento brusco, quando sente una mano che cerca di infilarsi nei suoi pantaloni. Il dottore, sempre che lo sia, il ciarlatano, altrimenti serio fino alla solennità, gli agita la punta della lingua in faccia. Il vecchio saggio – sempre che sia così saggio come vuol far credere di essere – si fa ancora avanti stringendogli le guance e graffiandolo con le sue orrende unghie ingiallite, “Non lo ascolti e lasci correre, anche se le sta infilando la lingua nell’orecchio. La vuole influenzare”, quindi inizia a blaterare di bambini, vecchi, donne e chissà che altra diavoleria superstiziosa. Dice che queste persone di cui gli sta parlando non sono in carne e ossa, e dunque fantastiche, ma dentro di lui, e dunque reali. Ian non capisce di cosa il vecchio stia parlando. Se ne libera, voltandosi, ma mica è libero veramente. Altre voci si accavallano. No, non sono quattro o cinque. È una piccola folla, quella che lo circonda, anche se solo i volti che gli stanno proprio davanti hanno dei lineamenti veri e propri. Gli si fa sotto un altro uomo. È più giovane degli altri, anche lui calvo. Vestito di abiti modesti, quasi trasandato, si tira su i pantaloni sformati che gli calano scoprendogli il sedere e si pulisce il naso con la manica della camicia a scacchi. Ian non capisce se la brutta barba poco curata dell’uomo nasconda un sorriso o una smorfia, “Dove vuole arrivare, eh?”. Ian dovrebbe iniziare a parlare una volta e per tutte, giusto per precisare che lui non ha fatto o detto nulla, e che se per caso qualcosa ha detto o fatto, beh, non lo ricorda. “È tutto scritto, lo sa? Adesso si tratta solo di ammettere cosa c’è scritto? Solo il fine che lei ha messo a capo di tutto può dir qualcosa del percorso. Lo determina, lo sa? Sa cosa sia veramente un progetto?”. Si avvicina, adesso pare proprio minaccioso. Alza le grosse mani dalle dita tozze e Ian pensa che quell’uomo voglia strozzarlo. Sbaglia. Il tipo gli posa quelle grandi mani sulle spalle, “Non può pensare di farcela da solo”. Scatta una donna, che era alle loro spalle, “Non lo tocchi” strilla, dando un ceffone al tipo. Lo colpisce sull’orecchio. L’uomo si lascia scappare un lamento soffocato, di bambino abituato ad essere picchiato dalla madre. Di bambino che ha compreso che è meglio tacere, farsi piccolo, accucciarsi in un angolo sperando di non prenderne ancora o, se gliene toccano altre, di riuscire a difendersi alla meno peggio. Con i capelli annodati a cipolla sulla nuca, vestita da massaia e martoriando un fazzoletto sporco, la donna inizia il suo personale interrogatorio “Fuma?”. No, aveva fatto cenno Ian con la testa. “Nemmeno dopo che con la mogliettina? Eh?” si era fatto sotto un’altra volta il mezzo scienziato, “C’è un prima del dopo, eh? Lo spero proprio signor Testa” e schiocca la lingua ancora, prima che la donna schiaffeggi anche lui, “Pezzo di merda, depravato del cazzo. Senta, e gli ficca fra le labbra una cicca fumata per metà chissà quando e da chissà chi”. Ian la sputa e la donna gli blocca la faccia con entrambe le mani, le dita fredde che puzzano di nicotina e bruciato, “Lei è felice?”. Ian sposta la testa di lato, con uno scatto, come per schivare un colpo. Mica risponde nulla, Si sente un imbecille. La donna sorride, cattiva. Perché ci gode, a vederlo in difficoltà? Nessuno le ha mica chiesto nulla, ma insomma, “Nemmeno se lo è mai chiesto, vero?”. Ian continua a non capirci un cazzo. “Lei non si è mai posto il problema della sua felicità, vero?”. Il tipo con la camicia a scacchi spinge la donna, che cade a terra con una brutta volgarità che spinge Ian a tapparsi le orecchie, “Certo che non se lo è posto, il problema. Nessuno le ha mai detto che è un suo diritto porselo. O sbaglio?”. Ma perché urla? Ad Ian non piacciono le persone che urlano. “Testa bassa e sgobba, questo è stato l’unico comandamento, vero? Tipo suo padre, no. Testa bassa e legnate sulla schiena, no? Perché è li, sulla schiena, che i bambini hanno le orecchie, è solo da lì che ci sentono. No? E così tutta la vita a fare quel che bisogna fare, perché una cosa è buona e giusta se vien detta dal padre, subita dalla madre, se rimbalza per le strade, nelle case, nell’ufficio”. “Lei non ha nessun problema particolare” gli soffia all’orecchio il tipo che gli è rimasto aggrappato alla schiena per tutto il tempo, “Nessun problema, signor Testa. Lei è semplicemente un essere umano”. Il vecchio infila la cipolla nel taschino del panciotto, “Tempo scaduto” dice, voltandosi. Quasi fosse un muto segnale, si voltano anche tutti gli altri, seguendolo. Solo quello agganciato al collo, da dietro, continua a parlare, “Sa come è nato? È figlio di donna, signor Testa?”. Ian prende per il braccio il vecchio con la lunga veste bianca che, però, non dice più nulla, limitandosi a stendere le rughe della fronte, e ad arcuare le folte sopracciglia bianche, come a dire, Domanda necessaria. Il tipo appeso parla nuovamente, “Signor Testa, lei è nato di parto naturale o cesareo? Sa perché si dice cesareo? Glielo dirò un’altra volta, non oggi…podalico? Eh? A faccia in su o in giù?”. Ian non sa, non ricorda, ovviamente, non ha mai chiesto. Tutti si muovono ancora, nella stanza angusta e umida, ma nessuno si rende conto che di lì non si esce. Girano in tondo, lentamente. A parte il tipo che gli sta aggrappato al collo e quello bizzarro che continua a fissarlo, Ian sente di tornare a respirare. Guarda meglio, “Siamo dentro una scatola” torna a parlare. Quello che gli sta appeso alla schiena lo strattona, togliendogli il fiato “Bene, signor Testa, bene. Finalmente. Allora capisce, adesso?”. Ian tace nuovamente, perplesso. Il tipo appeso salta in piedi, “Adesso basta, signor Testa” e gli dà un ceffone, a tradimento. È così che Ian viene vomitato fuori da questa stanza angusta.

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 7, 2019 da con tag , .

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