Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Arthur Schnitzler, Gioco all’alba

Signor tenente!… Signor tenente… Signor tenente!”. Solo al terzo richiamo il giovane ufficiale si mosse, si stirò, voltò il capo verso la porta, brontolando dai guanciali, ancora ebbro di sonno: “Che c’è?”; poi, un po’ più sveglio, vedendo che era soltanto l’attendente, fermo nello spiraglio in penombra della porta, gridò: “Al diavolo, cosa c’è a quest’ora?”.

È con un brusco risveglio che si apre Gioco all’alba, folgorante lungo racconto di Arthur Schnitzler, che traccia la triste parabola di Wilhelm Kasda, giovane ufficiale che cerca di incarnare le mire, i desideri, lo stile di vita viennesi. Pieno di voglie e desideri, ma costretto a vivere in ristrettezze economiche, non smette di sognare cene, compagnia femminile e una nuova uniforme, essendo la sua “purtroppo non più abbagliante“. Pieno di desideri, come già sottolineato, il giovane ufficiale però “aveva sempre saputo resistere alle tentazioni”. Ma questa mattina, quella in cui viene svegliato dal suo attendente, Otto von Bogner, ex ufficiale caduto in disgrazia per debiti di gioco, bussa alla sua porta, chiedendogli un prestito. Wilhelm gli offre il suo aiuto. Senso dell’onore, spirito di corpo, sprezzo del pericolo, coraggio, nonché ardore giovanile, sono le coordinate valoriali che filtrano il mondo agli occhi di Wilhelm. Bizzarro, tuttavia, che il nostro giovane tenente cercherà di aiutare l’amico e rimettere in sesto le sue stesse finanze tentando la medesima via che a Otto von Bogner aveva fatto perdere la divisa: il gioco.

Wilhelm Kasda pensa a se stesso come ad un ardimentoso giovane capace di controllarsi, convinto di essere nel pieno possesso della sua libertà e volontà. Certo, tutto vero, ma capita che queste certezze tanto granitiche siano messe in dubbio – e da cosa, poi? Non da cose eclatanti, pienamente riconoscibili, ma dalle piccole fatalità, da cose reputate di poco conto, tipo il civettare con qualche giovane possibile spasimante che fa perdere del tempo, da una carrozza troppo lenta, da un treno che parte con un minuto di anticipo…ed ecco, così, che quel solido edificio, almeno all’apparenza, inizia a franare, anzi, subdolamente cede. Ad un pensiero si accompagna un desiderio e a un desiderio un desiderio ancora, e così, di pensiero in pensiero, di sogno in sogno e sfumatura dopo sfumatura, si giunge a conclusioni che contraddicono le premesse (o ne svelano il senso più proprio), ad azioni che smentiscono i valori che le sostenevano. Poteva continuare a giocare, forse.

Era bello attraversare così, nella carrozza veloce, le vie della piccola città; ma più bello ancora sarebbe stato, di lì a non molto, fare magari una scampagnata in una mite sera d’estate, a Rodaun o al Rote Stadl, in compagnia di qualche graziosa donnina, e concedersi là una cenetta all’aria aperta. Ah, che gioia non essere più costretti a girarsi e rigirarsi in mano ogni fiorino, prima di potersi decidere a spenderlo! Prudenza, Willi, prudenza, andava dicendo a se stesso, e fece il serissimo proponimento di non rischiare l’intera somma che aveva vinto…

Non si dirà certo nulla di troppo, sottolineando come il gioco delle carte sia tutt’altro che un neutro modo per passare il tempo, ma, al contrario, uno strumento per misurare rapporti di forza, dinamiche di potere che prevedono sì il vagare per il regno della fortuna, ma anche il misurarsi a partire dal senso dell’onore, dalla furbizia, dal coraggio, dallo spirito di corpo e, al limite, dalla vendetta, ma sottraendosi assolutamente ad ogni umiliazione possibile.

E naturalmente, sullo sfondo delle vicende che vorticosamente si susseguono, si staglia la figura della Donna, Leopoldine Wilram. Figura enigmatica, piena di ambiguità di donna che dal nulla del suo passato da fioraia, per mezzo di intelligenza, della perseveranza e di una sensualità tale da non lasciar scampo, diventa colei cui Wilhelm infine, attraverso la mediazione dello zio Robert Wilram caduto quasi in disgrazia, senza più scelta, si rivolgerà.

Dolo il secondo bicchiere Leopoldine apparve un po’ insonnolita. Si appoggiò indietro nell’angolo del sofà, e allorché Willi si chinò sulla sua fronte baciandola sugli occhi, sulle labbra, sul collo, lei sussurrò con abbandono, già come da un sogno, il suo nome.

Leopoldine è una di quelle donne in grado di dare all’uomo l’ingenua credenza di essere un uomo per davvero, cioè uomo punto e basta, senza crepe, punti ciechi e di debolezza. E così Wilhelm, con la sua divisa un poco logora, la sua giovinezza, il suo ardore e la sua spregiudicatezza, crede di poter far tutto e di poter a tutto rimediare senza perdere nulla, senza cicatrici. Illuso, ingenuo! Soprattutto se si rivolge ad una donna con cui aveva decorato una notte di sensualità del suo passato. L’arroganza è tale che il nostro giovane ufficiale non sospetta nemmeno che chi può donargli l’idea di essere un uomo, di infondergli questo sentimento sia, al tempo stesso e necessariamente, anche capace di sottrargli tutto, di fargli conoscere il nulla di cui in realtà è impastoiato. Chi vorrà leggere questo splendido lungo racconto vedrà da sé cosa accadrà – qui volontariamente sono state lasciate molte falle – ma a me viene in mente un post che ho scritto un po’ di tempo fa. Era dedicato a Schnitzler e alla sua idea di letteratura (qui). Ne riporto un passo, di Schnitzler, ovviamente. E la chiudo qui…

Dopo un’epoca traboccante di insulsaggini, di pathos, di affermazioni di comodo, di trionfo dei luoghi comuni, di viltà e di pigrizia nei confronti del regno oscuro della psiche, alcuni dei più recenti scrittori hanno scoperto quello che i grandi di tutti i tempi avevano sempre saputo: che in effetti la psiche non è una realtà così semplice.

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Questa voce è stata pubblicata il agosto 31, 2019 da con tag , .

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