Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

William Faulkner, Luce d’agosto

Era l’estate che diventava autunno, con già, come ombre davanti a un sole calante, il senso freddo e implacabile dell’autunno gettato avanti sull’estate; qualcosa dell’estate morente che schizzava di nuovo come un tizzone morente, nell’autunno.

È forse possibile dire qualcosa di Luce d’agosto di William Faulkner? E se sì, come? Per pagine e pagine il lettore viene investito di nomi, luoghi, discorsi, prospettive, eventi che si accavallano e si susseguono con una logica ferrea, ma altra rispetto a quella che presiede il (misero) resoconto, la restituzione che cerca di portare ordine lì dove si viene condotti in un cammino tutto fuori da “percorsi preparati”. Si premette, dunque, la rinuncia ad ogni pretesa di restituire, concentrare, sintetizzare qualcosa che riposa, nella sua grandezza, proprio nell’essere refrattario ad ogni volontà di riduzione, di imborghesimento della pagina letteraria. Se ne daranno assaggi, magari accompagnati da qualche timida considerazione. Nulla di più, né di diverso, in fondo, da quanto già fatto con Le palme selvagge (qui), Assalonne, Assalonne! (qui) e Santuario (qui).

Lena Grove è giovane donna che porta nel ventre una nuova vita. Questa giovane donna un giorno lascia casa e si mette sulle tracce dell’uomo che prima l’aveva amata e poi era scomparso per andare, a detta sua, a cercare fortuna. Vecchia storia, quella del maschietto focoso che riempie una donna di chiacchiere senza fondamento – chiacchiere cui la donna troppo spesso crede. Dunque? Il maschietto, su cui torneremo, se ne va lasciandosi dietro una promessa cui solo Lena pare credere fermamente: far fortuna e poi tornare prenderli con sé, lei e il bambino. Per questo, senza posseder nulla se non la sua incrollabile fiducia, la sua incredibile determinazione, la sua bellezza e il suo ventre dilatato, decide di affrontare un mondo fatto di personaggi spregevoli, di dubbia moralità, di uomini e donne che si innalzano a censori. Lena, senza timore, lascia il suo paesino diretta a Jefferson per trovare Lucas Burch. Così si chiama il fuggitivo. Ha sentito delle voci, Lena, per strada si parla di un forestiero in cerca di lavoro. Queste ed altre chiacchiere ha silenziosamente accolto su carri condotti da uomini operosi e perplessi, su lunghe strade polverose. Non sposata, giovane, incinta, si mette in viaggio, senza vergogna: “Ma io e Lucas non c’è bisogno di promesse, fra di noi. Sarà stato qualcosa di inaspettato che è successo, oppure ha mandato a dire e è andato perso. Così un bel giorno, semplicemente, ho deciso di prendere e non stare più a aspettare“. Parte, si mette in viaggio, e a tutti, senza troppo timore, racconta la propria storia; la storia di una ragazza figlia di nessuno, messa in cinta fuori del matrimonio, potenzialmente condannata a vivere tutta la vita in un angolo remoto del sud degli Stati Uniti, per l’esattezza in Alabama. D’un tratto Lena si libera da questa gabbia senza sbarre edificata in lei, e così parte, decisa a non dar retta al giudizio altrui, forte di una fiducia sconfinata in Lucas. Non sente ragione, lei. Parlino quanto vogliono, quelli che incontra; pensino pure a Lucas come a una “canaglia il quale l’ha piantata nei guai e che sono convinti non rivedrà mai più, tranne forse per i lembi della giacchetta piatti come una tavola da come corre“. Lei? Nulla. Come invasata, guidata da una superiore intenzione e ispirazione, si mette in movimento, segue piste illogiche, questo sì, ma che la portano sempre più vicina alla meta. Scambia un nome per un altro, sale e scende da un carro dall’altro, incrocia destini diversi, assurdi. Qualcuno si innamora di lei, per lei qualcuno, timoroso di Dio, è pronto a perdere l’onore, la reputazione, la rispettabilità (tema ricorrente, in Faulkner, cruciale ne Le palme selvagge).

Si confondono i nomi, le identità, i percorsi. C’è chi cambia il nome per amore, poiché amare è, in fondo, cambiar-nome o rinunciare al proprio nome per ridefinito a partire dalla persona amata: “Le ho detto una bugia. Ancora non mi chiamo Burch. Mi chiamo Lena Grove“, dice Lena, confessando di non esser ancora moglie dell’uomo fuggiasco. Si cambia nome per fuggire, e Lucas Burch, fuggiasco per eccellenza, è al tempo stesso Joe Brown, uno che inventa nomi pur di sottrarsi alla realtà, alla responsabilità, alla parola data. E poi c’è la figura incredibile di Christmas, trovatello che nome proprio non ne ha in assoluto. Privo di nome, di radici, di scopo, di identità, Christmas porta il fardello del meticciato. È bianco? O negro? Inutile cercare altre parole per dire la gravità della questione. Essere negro o bianco, qui, in questo paesaggio fatto di baracche, strani centri urbani, fattorie rette da gerarchie ferree, chiese tirate su da un pugno di fedeli invasati, di bordelli che pullulano di una tragica ricerca del piacere, ecco, tutto questo contesto è specchio di una configurazione del mondo che si regge su dicotomie assolute, sintesi e conciliazioni impossibili. È grazie a lui, a Christmas, ai suoi silenzi, alle sue fughe, alla sua tragica ricerca sulla verità personale e di una nazione, che si incontra l’anonimo che è nell’uomo, l’assenza di volto, lo iato che separa l’uomo dall’uomo, la solitudine del figlio frustato dal padre, separato dalla madre. Qui sboccia la paranoia, da un destino già scritto, norme assolute, libertà impossibili, neanche pensabili.

Non esiste la verità, la testimonianza credibile. In Luce d’agosto ci vengono offerti solo una moltitudine di occhi, sguardi, testimonianze, resoconti, versioni dei fatti. Una trama fittissima da cui sola, per differenza, può emergere non tanto la verità intesa come corrispondenza a quanto accaduto, di oggettivo, bensì una forma di saggezza che coglie quel pullulare doloroso, vivissimo e tragico che è la vita. Di una vita fatta di leggi ancestrali, divine, interpretate e incarnate dal più forte, accettate a capo chino dal debole. Il negro tace, il bianco frusta; il figlio si morde le mani, il padre frusta; la moglie guarda il pavimento sporco, il marito picchia sulla schiena. In questo mondo le lacrime non sono consolazione concessa neppure ai bambini. Il lavoro, la religione, le gerarchie sociali, questa struttura potentissima articola in modo asfissiante e totalizzante i singoli destini che paiono scritti da sempre. E chi avrebbe il coraggio di rivoltarsi a quanto sta scritto? A quanto scritto da chi? Dagli uomini o da Dio? Meglio non peccare di orgoglio. In caso contrario l’uomo si abbatterà sull’altro uomo e Dio, a suo insindacabile piacimento, sancirà tutto con le fiamme dell’inferno. Il negro andrà all’inferno, sempre che ne sia degno; il figlio ribelle brucerà; la donna che apre le cosce al diavolo, prima godrà, poi brucerà; l’uomo che non si spacca la schiena a lavoro, che non la piega durante le funzioni, che non spezza, con l’educazione, quella del figlio, anche lui brucerà.

Non faceva nomi, non pensava nomi. Gli sembrava ormai che fossero tutti soltanto delle forme come pedine degli scacchi – il negro, lo sceriffo, il denaro, tutto quanto – imprevedibili e spostate qua e là senza ragione da un Avversario in grado di prevedere le sue mosse, e che improvvisamente inventasse delle regole che solo lui, e non l’Avversario, doveva seguire. Per il momento era perfino al di là della disperazione…

Eppure, pur entro una cornice del genere, oltre a Bianco e Negro, Vizio e Virtù, Laboriosità e Pigrizia, Onore e Disonore, qui si staglia la figura della Donna e del suo potere liberatorio, vivificante, esplosivo rispetto alla falsa potenza dall’Uomo che si fa forte sottomettendosi alla Legge (di origine umana o divina poco importa). Tutto muove, il mondo stesso muove, dal desiderio di una giovane donna convinta della legittimità del suo viaggio, del buon frutto che darà il suo ventre, del bene che verrà dalla sua insopprimibile sete di libertà.

Mi sa che questa era la prima volta che si trovava tanto distante da casa da non poterci tornare a piedi prima del tramonto…E così, secondo me, aveva solo deciso di viaggiare un altro po’ e vedere il più possibile…Perché dopo un po’ dico, “Eccoci a Saulsbury” e lei fa, “Cosa?”, e io dico, “Saulsbury, in Tennessee” e ho guardato dietro e ho visto la sua faccia. E era come se fosse già fissa in attesa della sorpresa, con lei che sapeva che quando la sorpresa arrivava, se la sarebbe goduta. E è arrivata, e se l’è goduta. Perché ha detto, “Ma pensa un po’. Se ne fa di strada. Neanche due mesi fa era ancora Alabama, e ora siamo già in Tennessee”.

4 commenti su “William Faulkner, Luce d’agosto

  1. Guisp
    agosto 22, 2019

    Molto “americano”. E interessante.
    Infatti, anche questo, credo, contribuisce a spiegare tanti aspetti degli USA oggi che saranno pur differenti data la continua emigrazione nel frattempo di ceppi differenti dagli originari (ora anche di origine cattolica o pseudo-tale)), ma che ciò nonostante non può prescindere dai tratti storici iniziali (i Padri Pellegrini ecc, i wasp, ecc.)

    • tommasoaramaico
      agosto 22, 2019

      Vero. Grazie alle (splendide) pagine di Faulkner è possibile gettare uno sguardo su di un mondo al tempo stesso granitico e magmatico, passato e presente.

  2. Alessandra
    agosto 22, 2019

    Tu parli solo di assaggi, ma io mi sono bloccata a Lena Grove… Il fatto è che lo voglio leggere, a dire il vero è già qui sul mio tavolo, a portata di mano, e non voglio farmi condizionare dalle analisi altrui, per quanto siano contenute e intelligenti, come sempre sono le tue… Ma torno a rileggerti, di corsa e con la giusta attenzione, appena ho terminato il libro. Il “mi piace” subito, sulla fiducia.

    • tommasoaramaico
      agosto 22, 2019

      Grazie per l’attestazione di fiducia. Questo romanzo è splendido. Ma Io, per Faulkner, ho una vera e propria venerazione.

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Questa voce è stata pubblicata il agosto 22, 2019 da con tag , .

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