Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Cosa è un libro – Ray Bradbury

Di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury si è detto e scritto così tanto che riproporne qui una lettura sarebbe perlomeno comico. E però riprenderlo e sfogliato, anche velocemente, potrebbe essere utile, anche solo per cercare di isolare ed estrapolare l’idea di libro che offre al lettore. L’idea è di tornare a questo classico per cercare cosa ha da dire rispetto ad una domanda tanto semplice, quanto aperta: cosa è un libro, cosa offre, cosa pretende da noi? Il contesto della vicenda in cui si svolge Fahrenheit 451 serve, ovviamente, a rendere la risposta netta, a tratti dogmatica. Ma del resto il mondo che tratteggia Bradbury è quello che è: un futuro che ricorda troppo il presente; una tecnologia che attrae e disgusta; una colata di solitudine che ci affrettiamo a derubricare come grottesca; un disinteresse alla sfera pubblica che fa deglutire; uno stile di comunicazione mediato da strumenti sempre più raffinati e pervasivi che fanno ghignare, tanto sono obsoleti rispetto a quelli attuali. Nulla di rassicurante, effettivamente. Nessuna speranza all’orizzonte, forse. Eppure, d’un tratto, un uomo si sveglia. Ma cosa sono i libri in questo mondo spaventoso che Ray Bradbury ci consegna?

Il protagonista, Montag, è un pompiere particolare: non spegne, ma alimenta incendi, roghi…di libri. Fa bene il suono lavoro, gode nel bruciarli: chi intrattiene questo rapporto con i libri, chi con questi si rapporta nella forma del non-aver-rapporti rischia grosso: “Montag piegò le labbra nel sorriso cattivo degli altri pompieri, anneriti e respinti dalle fiamme”. Ma il rischio di incattivirsi può non essere letale, infatti se anche vi è ancora un briciolo di umanità, allora un libro, anche in seguito a un contatto accidentale, fugace, può suonare come un ceffone, una sveglia, un tratto di luce: “Nella fretta della corsa, Montag ebbe il tempo di leggere una sola riga, ma gli si impresse nella mente come fosse incisa da una punta d’acciaio”. Capace di ingentilire per contatto, di sciogliere la cattiveria, il negativo, la violenza, un libro ha la potenza della punta di acciaio – ha qualcosa da “insegnare”, nel senso che può imprime un segno, un marchio in noi, nella mente, nello spirito e, di conseguenza, cambiare il nostro modo di stare nel mondo. E questo stare al mondo è sempre uno stare fra gli altri: “…ho pensato ai libri. Per la prima volta mi sono reso conto che dietro ogni libro c’è un essere umano. Un essere che ha dovuto pensarlo e usare il suo tempo per metterlo sulla carta”. Il libro apre al rispetto per l’altro e per il suo lavoro. Essere nel mondo ed essere fra gli altri trovano la loro sintesi nella consapevolezza di essere circondati da un mondo che è il frutto del lavoro di persone che mai abbiamo visto e mai vedremo. I libri, insomma, caricano di senso colui che se ne circonda e, di conseguenza, caricano di senso il mondo che lo circonda. Il mondo, molto semplicemente, diviene più ricco. E non sto dicendo che svela i suoi tesori nascosti, qualcosa che già c’era, ma che era nascosto. Quello che sto dicendo è che qualcosa di nuovo sboccia.

I libri aprono al mondo, eppure nascondono insidie difficili da riconoscere. I libri possono essere pericolosi. Meglio, c’è il pericolo che qualcosa che libro non è si presenti col sembiante del libro: “i libri hanno dovuto livellarsi fino a formare un pastone normalizzato, una specie di pudding…libri più brevi, condensati…riassunti di riassunti, condensati di condensati”. Perché è dovuto accadere tutto questo? Perché i libri hanno il potere di innalzare l’uomo, ma ognuno secondo le proprie capacità e disposizioni – i libri mettono i bastoni fra le ruote ai teorici del livellamento, a quelli che giocano con la paura: “un libro è come un’arma carica nella casa del vicino”, per questo vanno distrutti, per soddisfare la “nostra comprensibile e legittima paura di sembrare inferiori”. Questi sono gli argomenti che non hanno il coraggio di esplicitare, ma cui silenziosamente fanno riferimento. È veramente così? A dire il vero sembrerebbe un’idea propria di chi non conosce il vero fine dei libri, che è, al contrario, di aprire il mondo, liberare tutto il potenziale inespresso e legittimare la differenza e la molteplicità dei modi di vivere senza presupporre un’idea dominante che venga posta come giusta e vera, rendendo sbagliate, corrotte e deviate tutte le altre. Un mondo senza libri realizza, in realtà, il pensiero unico, ossia la totale assenza di pensiero, dato che il pensiero è per sua natura passaggio per argomenti diversi, opposti, in rapporto dialettico. Chi è serio non dovrebbe dire a chi non ha mai letto un libro: “Sei un ignorante“, facendo il gioco dei capi-popolo da quattro soldi, giustificando il risentimento, ma cercare la via che superi il risentimento e la contrapposizione. Proporre argomenti, discorsi, far comprendere che i libri possono essere usati come armi, è vero, ma che in se stessi sono un dono – un libro ha la caratteristica del dono: donato a colui che lo scrive che, a sua volta, lo dona al lettore che, a sua volta, facendolo veramente proprio, lo dona inevitabilmente al mondo, consegnandolo alla storia, a quella piccola porzione di storia e di mondo in cui in sorte gli è toccato vivere.

In quanto rifuggono ciò che è semplice, univoco, i libri richiedono pazienza, attenzione. Con un passaggio di sapore platonico, i libri sono sinonimo di liberazione: “Forse i libri possono aiutarci a mettere la testa fuori dalla caverna”, permettendoci di accedere ai “pori sulla faccia della terra”. I libri sono colmi di “stupide parole che feriscono”, perché i libri possono essere alleati, ma possono tradire. Sono proprio quelli che tradiscono, quelli che ci salveranno dalla quotidianità. Come è possibile?

Prima di arrivare alla svolta, comunque, rallentò come per un vento sorto dal nulla, con l’impressione che qualcuno lo chiamasse”. Qualcuno chiama, qualcosa chiama – il movimento, il gesto di risposta è esistenziale, nasce da un disagio e diviene allarmante a partire da una domanda, che può sì venire da fuori, come nel caso della giovane Clarisse McClellan, ma che, in fondo, risuona dall’interno: “È felice, lei?”. È l’impossibilità di accettare la realtà per come ci viene consegnata, masticata, digerita, spiegata, questa è la chiave di volta. La letteratura, il libro, non è ricerca di verità, non è denuncia, non è inchiesta, non è giallo e così via. Tutto questo è il divenir genere della letteratura che, seppellita da copertine, fascette, false recensioni e appunto generi, rischia di perdere se stessa. È il piacere, addirittura il godimento fisico che offre il trascendere la realtà, perché la “vera vita è altrove” – perché nella lettura (e nella scrittura) deve risuonare la presentazione di Clarisse a Montag: “Ho diciassette anni e sono pazza”. Ecco cosa può e deve fare un libro di noi. Questo deve cercare chi legge, così come chi scrive. Bisogna pregare per non dimenticare, se si ha avuto la fortuna di viverli, quei diciassette anni e quella follia controllata di fronte ai libri. Mai spaventarsi di fronte alle nuove batterie di parole che un libro ci dona, mai vergognarsi di questa rinnovata follia.

2 commenti su “Cosa è un libro – Ray Bradbury

  1. Conoshare
    luglio 12, 2019

    Davvero un bellissimo articolo, complimenti sinceri

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 12, 2019 da con tag , , .

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