Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Fred Uhlman e la logica del nemico

Quando il sionista accennò ad Hitler, chiedendogli se il nazismo non gli facesse paura, mio padre rispose: “Per niente. Conosco la mia Germania. Non è che una malattia passeggera, qualcosa di simile al morbillo, che passerà non appena la situazione economica accennerà a migliorare. Lei crede sul serio che i compatrioti di Goethe e di Schiller, di Kant e di Beethoven si lasceranno abbindolare da queste sciocchezze? Come osa offendere la memoria dei dodicimila ebrei che hanno dato la vita per questo paese?

È vero che il passato non si ripresenta mai nelle stesse forme, ma è altrettanto vero che la novità del nuovo si affaccia nel mondo secondo schemi ricorrenti, così come permanente è la predisposizione a non rilevare, a non discernere, a non dare il giusto rilievo alle modificazioni infinitesimali, a quelle appena percettibili e che resistono all’urto con il mondo esterno. Perché spesso si punta lo sguardo ai mutamenti evidenti, macroscopici, a quelli che maggiormente colpiscono l’immaginazione, senza pensar bene che tali cambiamenti presto cadranno nel nulla, in quanto aberrazioni, o che sono l’estrema evoluzione di qualcosa che affonda le origini nel passato, in qualcosa che da principio non aveva catturato l’attenzione di nessuno, o quasi. Questo è solo uno dei temi, forse non il principale, che stanno alla base del celeberrimo L’amico ritrovato di Fred Uhlman.

Siamo in Germania fra il 1932 e il 1933 – annus horribilis – e più precisamente, siamo a Stoccarda, nel Karl Alexander Gymnasium, lì dove nasce l’amicizia fra Hans Schwarz, giovane ebreo-tedesco, e Konradin, conte di Hohenfels, rampollo di una stirpe antichissima, ariana. In una Germania sull’orlo del collasso, uscita sconfitta dal primo conflitto mondiale, fiaccata da una pace umiliante, può maturare l’incontro, indimenticabile, fra due adolescenti, diversi, questo sì, ma comunque figli di un paese che pur stanco e frastornato rimane consapevole del proprio glorioso passato. Pur educato come un tedesco a tutti gli effetti, frutto dell’emancipazione ebraica e animato da una ferma volontà di assimilarsi, Hans soffre il confronto con il fiero volto di Konradin: “il portamento fiero, i suoi modi, la sua eleganza, la bellezza del suo aspetto…avevo finalmente trovato qualcuno che corrispondeva all’ideale d’amico da me vagheggiato”. Poi, per magia, avviene l’incontro: l’ariano e l’ebreo. Incontro fatto di dolcezza, devozione e ardore, frutto di quell’idealismo tipico dell’adolescenza.

Il mondo, con i suoi sconvolgimenti, sembra qualcosa di lontanissimo. Il rapporto io-tu, il rapporto a due, l’intimità assoluta paiono indistruttibili – e invece no, la Storia avanza, schiacciasassi. Nulla sembra resisterle. Può farlo l’amicizia fra due ragazzi? A Berlino nazisti e comunisti si scontrano senza pietà. Le svastiche fanno la loro comparsa sui muri, per strada. La violenza, che prima esplodeva a tratti, è adesso ricorrente. Vecchi discorsi ritornano, ma con una forza nuova, dirompente. I discorsi, le parole, paiono fatte di nulla, paiono solo un soffio che svanisce nel nulla. Cose di poco conto. È veramente così?

…quello che ci pareva più urgente era imparare a fare il miglior uso possibile della vita, oltre, naturalmente, a cercare di scoprire quale scopo avesse, se l’aveva, e a chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso e incommensurabile. Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini.

Ma la Storia irrompe. E lo fa, da principio, sotto le sembianze di un professore che si presenta con un discorso sullo spirito tedesco e una nuova versione della storia – e questa nuova storia, questi nuovi discorsi gettavano il germe del dubbio, di un sospetto che riusciva a cambiare “da un giorno all’altro l’atmosfera della scuola”. Il passo dal chiacchiericcio all’isolamento e da questo all’offesa brutale sarà breve, brevissimo. Presto il mondo crolla attorno a Hans e, con questo, viene spezzato anche il legame, che pareva indissolubile, con Konradin. Mentre Hans viene, per il suo bene, mandato dai genitori in America in attesa che il clima in Germania torni ad essere favorevole per gli ebrei, anche Konradin gli dice di andare: “So che resterai sconvolto nell’apprendere che io credo in quest’uomo. Lui solo è in grado di salvare il nostro amato paese dal materialismo e dal comunismo, e grazie a lui la Germania potrà ritrovare l’ascendente morale che ha perduto per colpa della sua follia”.

L’adorato amico sembra irrimediabilmente perduto. Tutto è perduto nel momento in cui Hitler sale al potere. Nel momento in cui questo uomo riesce a riunificare il popolo tedesco sotto un’unica, mortifera ideologia. Hans è costretto a lasciare il suo paese: “Il lungo e crudele processo che mi avrebbe portato a perdere le mie radici era iniziato e già le luci che avevano guidato il mio cammino si stavano affievolendo”. Il nemico è sorto dal nulla. Esiste e porta su di sé una colpa, tutta la colpa dei mali della Germania. Colpevole della sconfitta nella guerra, nell’isolamento politico, nella crisi economica, occupazionale, morale – questo nemico deve essere distrutto. Non più uomini, gli ebrei devono essere respinti, cacciati, eliminati dalla faccia della terra. Prima i tedeschi. Nell’ottica della polarizzazione e della radicalizzazione c’è spazio unicamente per la logica amico-nemico: il nemico coincide con quanto non è identico a me. In questa riduzione estrema della realtà lo Stesso, l’Identico, il Medesimo deve aver ragione – e cioè normalizzare, pacificare, sottomettere – dell’Altro, del Diverso, dello Straniero. Sangue puro contro sangue misto; terra, nazione, corpo, lineamenti ben riconoscibili contro cosmopolitismo, lingue altre, volti scolpiti da altri orizzonti, usanze, culture.

Tutto questo è inevitabile? Bisogna riprendere la domanda lasciata in sospeso. Può la storia distruggere un’amicizia? Può il discorso creare senza scampo e senza via di fuga un nemico che non è altro che nemico? O c’è via d’uscita? Chi è il nemico? Esiste l’ariano? Esiste l’ebreo? Se esistessero veramente allora l’ebreo potrebbe e dovrebbe odiare il tedesco, l’ariano, così come il tedesco potrebbe e dovrebbe odiare l’ebreo. E, attualizzando, esistono veramente lo zingaro, il negro e il muso giallo? Esiste lo sporco italiano? Esiste quello sporco italiano “dago red” reso immortale dal grande John Fante? O, piuttosto, esistono solo i singoli uomini e le singole donne e i singoli bambini che incontriamo nel mondo vero e che sono, dovrebbero essere davanti ai nostri occhi? Perché, in fondo, chi ha guardato un altro uomo almeno una volta negli occhi, se lo ha fatto veramente, allora quell’uomo ha in sé l’antidoto contro la violenza, contro ciò che è disumano, contro tutti quei discorsi tesi a costruire il nemico, a creare fantasmi, a generare mostri. Ho cercato di parlarne in modo diverso (qui), ma Uhlman lo mostra in modo splendido nel finale de L’amico ritrovato perché sì, alla fine Hans ritroverà Konradin. Ma come? Come potrà ritrovarlo, dopo averlo perduto nel momento dell’adesione al nazismo, della fiducia incondizionata ad Hitler, dopo i campi di sterminio? Ma la vera domanda, quella che distrugge, sbugiarda e confuta alle fondamenta la logica del nemico, è un’altra: lo ha mai veramente perduto, questo amico? Avrebbe mai potuto perderlo? La risposta è no.

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 8, 2019 da con tag , , .

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