Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Di simboli religiosi e di ciò che sta scritto

Si sa, i simboli religiosi dividono. Sono motivo di scontro fra credenti e non credenti, fra chi li vuole con forza nello spazio e nel dibattito pubblico e chi no. Sono a fondamento di odi mai veramente sopiti fra credenti appartenenti a diverse religioni, e non mancano di portare dolorose lacerazioni all’interno di una stessa confessione. Chi può dirsi depositario di verità in un campo tanto vasto e complesso? Chi può dichiararsi, in buona coscienza, in possesso delle giuste interpretazioni? Mi viene in mente un’esperienza di qualche tempo fa, quella fatta con Adrien (qui) e delle sue incrollabili certezze. Insomma, i simboli religiosi dividono, da che mondo è mondo. Lo fanno perché sono potenti, potentissimi. Poiché la loro potenza emana un campo gravitazionale esistenziale che cattura in un medesimo vortice credenti e non credenti, e dunque caratteri, culture, lingue, fini diversi, molteplici, spesso agli antipodi. Per questo motivo, nel corso della storia, la politica ne ha fatto uso massiccio, spregiudicato, spesso violento – dove per violenza intendo la riduzione del dato religioso, che tratta di questioni infinite, a quello politico, che si occupa sì di cose complesse, ma che comunque gravitano nell’ordine del finito. Anzi, spesso la politica, incapace di affrontare la complessità del reale, fa un uso distorto dei simboli religiosi per mettere una pietra tombale su quando reclama una risposta di precisa, onesta. Tant’è.

Oggi, in questo presente tutto presente, in questo presente che non lascia scampo alla memoria del passato e soffoca ogni prefigurazione del futuro, non casualmente si riapre il dibattito sull’uso politico – dunque, cinico e spregiudicato – dei simboli religiosi. In questo presente assoluto, soffocante, snervante e vuoto, l’unica via di fuga dall’allucinazione che tutto avvolge sembra essere un giusto ritorno a quanto è palpabile, a quanto è duro fino ad essere reale, umano. Una fondamentale precisazione: qui non si esprime alcuna posizione personale, nel senso di soggettiva, nel senso di mia. Non v’è professione di fede, né rigetto della religione. Sarebbe del tutto irrilevante farlo, rispetto a quanto, invece, mi pare sensato. Non è necessario aderire ad una causa per difenderla. Si tratta, qui, di una ripresa di alcuni temi. Si tratta dell’umanità dell’uomo di cui ho già detto qualcosa (qui), si tratta del problema della tolleranza e del suo campo d’azione (qui). Si tratta, insomma, di andare a vedere cosa c’è scritto veramente e se vi è coerenza nell’uso di certi simboli religiosi. Si tratta di capire se certe pratiche hanno un qualche valore o se sono solo uso violento e spregiudicato fino alla blasfemia, sintomi di una miseria intellettuale e morale senza limiti. L’ottica non è e non può più essere quella di contrapporre chiacchiera a chiacchiera, offesa a offesa. La prospettiva della dell’occhio per occhio, dente perdente non può valere, qui. Devono valere l’argomento e l’azione reale. Le azioni sono un’altra storia, qui non contano. Questo spazio è tutto parole, solo parole. Ma le parole sono materia che va trattata con intelligenza, poiché costruiscono la realtà. Il gioco in atto, nel presente, è duplice: richiamo alla vera religione e nuova proposta di rapporto con l’altro. Presentarsi nel dibattito pubblico armati di simboli religiosi per dire di essere veri credenti e con questi trovare conferma ad una politica (compreso il suo presente successo) fondata sullo schema amico-nemico (che porta con sé tutto il resto: tipo identico e straniero). Anche solo a sfogliare distrattamente i Vangeli non si può fare a meno di imbattersi in passi che dovrebbero lasciare quantomeno perplessi coloro che portano avanti tali discorsi. E sia chiaro, qui non si tratta di dire “io la penso così”, ma di richiamarsi coerentemente ad una dottrina di duemila anni, fondata su testi, su testimonianze vincolanti per chiunque usi proprio quei simboli da cui si è preso le mosse. Riporto un passo dal Vangelo secondo Marco. Perché le parole hanno bisogno di parole.

Allora gli si avvicinò uno scriba che li aveva sentiti discutere e, avendo visto che Gesù aveva risposto bene, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gli rispose Gesù: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore nostro Dio è l’unico Signore e tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento maggiore di questi”.

Gli disse lo scriba: “Bene, Maestro. Hai detto giustamente che egli è unico e che non c’è altri all’infuori di lui; che amare lui con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza, con tutta la forza e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”.

Vedendo che aveva risposto saggiamente, allora Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno osava più fargli domande.

6 commenti su “Di simboli religiosi e di ciò che sta scritto

  1. Maria
    giugno 1, 2019

    Discorso ben chiaro 🙂
    La politica dovrebbe star proprio fuori dalla vita di chi sta dalla parte di Dio.

    • tommasoaramaico
      giugno 1, 2019

      O ancora, molto più semplicemente, la politica dovrebbe tentare di fare politica. Obiettivo fra i più alti.

      • Maria
        giugno 1, 2019

        Ben detto!

  2. Guido Sperandio
    giugno 1, 2019

    È un trucco vecchio di secoli ed è incredibile come funzioni – eccome! – ancora.

    • tommasoaramaico
      giugno 1, 2019

      Già, funziona. Direi, non può che funzionare. Ma questo è già un giudizio di valore sulla nostra capacità di giudizio.

  3. Pingback: Cose di qualche anno fa – Dr. Raus | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 1, 2019 da con tag .

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