Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

La vocazione per l’arte ai tempi di internet

La rete spande luce, offre luce. Offre, dunque, la possibilità di essere visibili. La rete dà la possibilità di venire-fuori ed essere conosciuti, potenzialmente da tutti, per quel che si fa e che si ha da proporre. Questa è cosa buona, indipendentemente dal fatto che in giro vi siano cose molto buone ed altre decisamente brutte. Ognuno, in cuor suo, sceglie dove andare. Questa opportunità, mai esistita prima nella storia della cultura, questa possibilità di poter-dire apre tuttavia ad altre considerazioni. Sono ovviamente smisurate e tutte fondamentali, poiché non si può far finta di non vedere come il fatto che tutti parlino non permetta di sentire nulla se non un incredibile rumore in cui tutto ribolle in modo indistinto (a parte le voci già riconosciute). Qui mi interessa un solo aspetto della questione: la rete è specchio dall’attuale curvatura (o distorsione) che sta assumendo l’idea della vocazione per l’arte, vocazione che non significa, qui, niente altro che fedeltà ad un desiderio.

Per certi motivi del tutto irrilevanti rispetto al discorso, qualche giorno fa mi sono trovato a fare un giro sul web alla ricerca di alcune informazioni. Mi capita di rado, lo ammetto, e dunque è stata grande la mia sorpresa nell’imbattermi in qualcosa che mi subito parso un enorme cimitero. Passando da link a link mi sono perduto in un labirinto fatto di pagine abbandonate, di siti scheletro, blog marcescenti, in un arcipelago di silenzi ed enormi lande desolate intorno alle quali vengono edificate, in ogni momento nuove case che, a questo punto verranno preso abbandonate. Una sorta di grande bolla culturale che non è altro se non un silenzioso crack della vocazione per l’arte.

Tutte queste macerie, come le strade che portano all’inferno, sono fatte di buoni propositi, anzi, di propositi altissimi, di vere e proprie dichiarazioni di appartenenza e fedeltà senza (apparenti) limiti. Ripeto, sono qui a scrivere di e in un posto che mi rendo conto di non conoscere quasi per nulla. Si parla della rete, del suo essere in perenne movimento, del proliferare di iniziative e di inesauribili energie, ma meno spesso si parla di chi, in questo enorme spazio, si lancia e presto muore, abbandona. Perché? Quale nutrimento viene tanto precocemente a mancare? Dipende dall’obiettivo che si insegue, certo, ma anche della molla, del cominciamento delle cose, poiché è la combinazione di questi elementi a determinare di cosa necessita chi dichiara la propria vocazione per l’arte – nei molteplici modi in cui può essere testimoniata – racconti, recensioni, disegni, bozzetti, poesie, fotografie e via dicendo.

Probabilmente sono i cattivi obiettivi e, dunque, delle motivazioni malsane a produrre tanto le clamorose dichiarazioni, quanto le più o meno patetiche marce indietro. Poiché i cattivi propositi che non trovano la giusta attenzione vengono presto schiantati, soffocati, sbugiardati. Mentre, al contrario, la vera vocazione, quella dichiarata, è autentica solo se ha sufficiente energia per affrontare e superare i momenti di magra, di invisibilità, di siccità di sguardi e d’occhi. Perché come il cammello o il cactus, che gelosamente custodiscono il nutrimento per affrontare i periodi di siccità, così il sacro fuoco della vocazione permette di attraversare il silenzio e la mancanza di sguardi attenti. A tal proposito mi penso al troppo malamente citato Raymond Carver, di cui spesso non si ricordano i periodi di dolorosa inattività, delle fatiche legate alla paternità, al lavoro, alle difficoltà economiche, preferendo guardare al sintomo (l’alcool), piuttosto che alla causa ultima, e cioè a quella cosa granitica che è comunemente chiamata vita e che spesso gli impediva di coltivare la scrittura. Spesso si parla (malamente) del suo stile, senza guardare alla rabbiosa determinazione che lo spingeva a scrivere anche poche righe, con l’intento di non far spegnere il sacro fuoco del desiderio…

Questa storia della vocazione ritorna su, nelle letture, come questione da approfondire, come cosa non detta in tutte le sue molteplici sfaccettature. Vocazione come produzione incessante, come per Boccioni e i suoi Taccuini (qui), ma anche vocazione come ferma volontà di non arretrare di un passo che spazza via tutte le dichiarazioni di intenti che si spengono nell’arco di una stagione o di un anno. Vocazione come risposta ad una chiamata che suona come ordine, pretesa e solo in ultima battuta come gioco e festosità, perché nel mezzo c’è una richiesta incondizionata di tempo, una pretesa di dedizione, di fede senza certezze, di cammino senza tragitto, di sforzo senza possibile sosta. Altrimenti? Beh, ci sono riviste alla ricerca di nuove voci e poi, per tutta risposta, nuove voci alla ricerca di un orecchio attento; ci sono spazi proiettati nel futuro, scrittori del futuro, luoghi di incontro e sperimentazione dove nessuno, dopo un po’, vuole più incontrarsi, dove nessuno, forse, ha mai avuto nulla da sperimentare.

Ecco il proliferare di intenti dal fiato corto; di risoluzioni che in fondo sono solo capricci; di lavoro che non si concede tempo perché manca la capacità di saper aspettare; di attese impossibili perché indisponibili ad accettare il rischio del fallimento, del poter essere spazzati via per sfortuna o per giusta causa.

Viene in mente l’ammonimento di Ray Bradbury. Non ricordo, lo ammetto, dove l’ho letto, né quando – di certo un po’ di tempo fa, da qualche parte. Cerco di riportarne il senso. Bisogna scrivere. Punto. Scrivere centinaia di storie/racconti tutti brutti non è fallire, fallire è smettere di scrivere. Questo il succo o, almeno, quello che si è sedimentato in me. Smettere significa ammettere la non autenticità del desiderio, smascherare la presunta vocazione o pretesa di aver qualcosa da dire. Dice molto, dunque, il panorama tutto intorno: è fatto di possenti dichiarazioni di intenti, che in fondo sono solo brandelli di volontà, ingrassate da un entusiasmo necessario per definizione, ma futile nella sostanza. Insomma, non basta la libertà di poter-dire a dimostrare che si ha o si avrà veramente qualcosa da dire; né tale libertà potrà mai garantire che si avrà la forza e la determinazione per farlo.

6 commenti su “La vocazione per l’arte ai tempi di internet

  1. annamariaarvia
    Mag 26, 2019

    Condivido pienamente il tuo ragionamento. La rete ha creato opportunità per tutti, anche dal punto di vista creativo. Ma al di là del talento che uno può avere o non avere, ciò che è veramente importante è la determinazione, la volontà di andare avanti anche quando sembra che nessuno apprezzi quello che scrivi. Pochi scrittori o artisti sono arrivati subito al successo, ma hanno dovuto affrontare e superare anni e anni di fallimenti.
    Emergere è comunque difficile ma la perseveranza è la chiave che può aprire la porta del successo. La vera passione è il motore di ogni attività che diventa importante.

    • tommasoaramaico
      Mag 26, 2019

      Hai perfettamente riassunto il senso di questo mio piccolo intervento. È un vero problema, un problema di fondo per tutti quelli che in questo enorme spazio virtuale cercano di mettere le radici.

  2. Ivana Daccò
    Mag 27, 2019

    Certo. La rete ha creato la proliferazione di alberi nella foresta. Come tali invisibili ai più, pure se ogni albero chiede, di essere cercato, riconosciuto. Il più grane baobab nasce seme, piantina che, forse, ha difficltà a comprendere la propria natura – magari di cespuglio.
    Anche un piccolo cespuglio, in sé, è perfetto. Non occorre essere grandi.
    L’abbandono, la rinuncia forse ha a che fare con un bisogo fragile; o equivocato. Potrebbe anche essere la rinuncia ad un mezzo: la rete, appunto; Cosa diversa dal silenzio.
    La risposta mancante/mancata è dolore, fatica, dove anche una risposta di squalifica risulterebbe vitale ma non estingue il bisogno – è troppo parlare di vocazione? Nel senso proprio di “chiamata a”.
    Poi, le storie sono tante, diverse.
    La rete sicuramente ha portato all’esplosione di possibilità, nel contempo nascondendole nella foresta.
    C’era quella cosa, era Warhol, mi pare, a parlarne, dell’essere famosi tutti per quindici minuti ciascuno. Posto che il problema consista nel raggiungere il successo..
    Il problema sta qui: il bisogno di riconoscimento è altro dalla chiamata a esprimersi creativamente. Che non rinuncia, credo.
    Scrivo, parlo, a vanvera; ma tu hai aperto un tema infinito.

    • tommasoaramaico
      Mag 28, 2019

      Tema enorme. Il bisogno di riconoscimento è ciò che contraddistingue l’umanità dell’uomo. Tale bisogno insaziabile è abilmente usato e distorto. Da ciò nasce l’erronea equitazione fra successo e riconoscimento. Equazione che porta, a mio avviso, un carico di sofferenza senza precedenti. La pervasività fi tale fenomeno va bel oltre le cose “profane”, ma tocca anche il processo creativo per eccellenza (escludo ovviamente la generazione di figli), e cioè la produzione artistica, generando fenomeni che vanno dal patetico all’incredibile, passando per il ridicolo…ma senza risparmiare sorprese disseminate ovunque, lì dove l’incontro è frutto del caso.

  3. Guido Sperandio
    Mag 27, 2019

    Si scrive per mille motivi, testimonianze attendibili di secoli stanno lì a comprovarlo. Internet ha evidenziato questa molteplicità, l’ha resa palpabile. Internet dà la misura della quantità e varietà di voci. A corredo delle varie infinite motivazioni di base, sta – ma non unica!!!! – l’attesa di una condivisione e quindi una risposta. Dove, anche sulla misura della quale, sono certo vari l’aspettativa a secondo del soggetto.
    Per concludere, è un discorso molto personale, da caso a caso. Poi, se il persistere nonostante l’assenza di qualsiasi riscontro sia auspicabile se si voglia aspirare al successo… innanzitutto che prove si hanno che si vero? Basta l’esempio noto di qualche caso? Lo sappiamo perchè noto ma gli altri che mai emergeranno? Inoltre, come sopradetto, uno scrive solo per avere successo?
    Non abbiamo appena detto che i motivi sono tanti?

    • tommasoaramaico
      Mag 28, 2019

      Hai ragione, non si scrive per il successo, per fortuna, ma è altrettanto vero, mi pare, che l’esplosione di dichiarazioni di intenti e di nette smentite, abbandoni e passi indietro, metta in luce proprio questo fenomeno. Come tutti quelli che invecchiano procedo lentamente e diffido di tutto quello che corre e i paroloni, in generale, non mi sono mai piaciuti. Io sono per il piccolo artigianato, da sempre.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il Mag 25, 2019 da con tag .

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. Alcune immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimosse. L'autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Cookie Policy

Questo blog è ospitato su piattaforma WordPress.com con sede e giurisdizione legale negli USA. La piattaforma fa uso di cookie per fini statistici e di miglioramento del servizio. I dati sono raccolti in forma anonima e aggregata da WordPress.com e la titolare del suddetto blog non ha alcun accesso ai dettagli specifici (IP di provenienza, o altro) dei visitatori.
Il visitatore può bloccare tutti i cookie (di qualunque sito web) tramite opportuna configurazione dal menu "Opzioni" del proprio browser.
Questo blog è soggetto alla Privacy Policy della piattaforma WordPress.com.

Blog che seguo

Squadernauti

scritture, letture, oltraggi

Tre racconti

Storie brevi e voci nuove

Federico di Vita

Quel che scrivo in giro

Il Blog di Roberto Iovacchini

Prima leggo, poi scrivo.

scriveresenzaparole

leggere oltre le storie

VERDE RIVISTA

protolettere, interpunzioni grafiche e belle speranze

ALESSANDRO RAVEGGI

autore, editor e studioso

DILIBRIEALTRO

Il sito che parla di libri e fa parlare i libri

Filosofia e storia

Blog di aiuto per lo studio di queste due materie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: