Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Una mamma al mare – L’ospite – Rovesci

Qualche anno fa c’era già una strana atmosfera, per strada, sui mezzi pubblici. Aleggiava nei luoghi di lavoro, intorno a tavole apparecchiate, vibrava dalle televisioni accese, esalava dall’inchiostro dei quotidiani. Persone insospettabili covavano idee. Forse neppure loro lo sapevano bene a cosa si riferissero, e infatti queste idee erano giusto spillate ed annacquate per mezzo di sguardi e brevi frasi confuse che rigettavano la chiarezza come uno specchio in cui non volevano cogliersi, schiacciati dalla vergogna. Erano solo parole pasticciate, azioni piene di falle. Era difficile rilassarsi persino d’estate, in spiaggia o in acqua. Nessuno sapeva fare il morto a galla, semplicemente nessuno se lo concedeva. Forse perché ce ne erano già troppi, sparsi un po’ ovunque, lì dove il mare è più profondo. Neppure i sorrisi dei bambini riuscivano a dissolvere un disagio generalizzato che, però, faticava ancora a trovare un canale possibile – non il giusto canale, ma un canale quale che fosse.

Quattro anni fa, o forse cinque?, due sorelle, con i rispettivi figli, avevano piantato l’ombrellone accanto al mio. I bambini, si sa, non si fanno troppi scrupoli – sono naturalmente spinti all’incontro. Gli adulti, tutti spigoli, devono farsene una ragione. Ma capita che adulti che mai entrerebbero in relazione, possano incontrarsi. E può anche darsi che da tale incontro nasca qualcosa. Ecco, una di quelle due donne, con le sue parole, mi era riuscita ad offrirmi un semplice, manicheo, chiarissimo quadro della situazione. Grazie a lei è venuta fuori l’idea de L’ospite, racconto che, sempre più, mi pare aderire a quella/questa atmosfera – ne riporto la parte finale.

La rabbia montava, tornava la paura. Non potevo tollerare un altro fardello, dopo che uno era appena scivolato dalle spalle della mia famiglia già stremata. Adesso camminavo veloce, io che avevo assicurato al corpo dell’ospite degna sepoltura nella fredda terra. Ero sul punto di correre, mi preparavo all’urlo ed alla violenza. Mio padre aveva lasciato entrare uno straniero nella sua casa, io, nella mia, non lo avrei permesso. Nel corpo teso di mio fratello, che potevo riconoscere nella distanza, era annidata, scintillante e pronta ad esplodere nel crepuscolo, la voglia di cacciare via, di pestare i piedi a terra ed alzare la polvere. Mi chiedevano di respingere ed allontanare e far montare la tempesta e la violenza anche mia moglie e mia sorella. Solo mia madre era assente, fosse asserragliata in casa, la schiena contro la porta sbarrata. Ma per fare quello che mi chiedevano e che io stesso volevo, dovevo prima avvicinarmi e guardare negli occhi. Alle mia spalle il mare si era ormai tramutato in una enorme chiazza nera. Mi avvicinavo, pieno di rabbia, ma più mi facevo prossimo, più il mio coraggio veniva meno e la mia visione delle cose era come distorta. Cosa stava accadendo? Dove era andato a finire tutto il carico di odio che per anni avevo gelosamente custodito in me? Perché guardavo con severità mia moglie che pestava a terra i piedi e invece del vecchio che voleva entrare nella nostra casa riuscivo a cogliere solo lo sporco antico e secco che s’era raggrumato nelle unghie spezzate? Perché invece di dare il segnale a Gabriel per dare inizio al linciaggio, posavo lo sguardo sugli stracci bagnati e stracciati di quella donna e non riuscivo a coglierne il ghigno palese, la malizia e il ventre dilatato dai cattivi pasti? Perché vedevo solo il bambino addormentato che quella donna teneva fra le braccia? Perché ne coglievo la smisurata fame, mentre ero incapace di pensare alla fame che avrebbero avuto i miei figli e nipoti una volta costretti a rinunciare a parte del loro cibo? Perché non riuscivo a vedere altro che quei due bambini sporchi, attaccati alla gonna lurida della madre e prestavo attenzione ai loro capelli sporchi, alle unghie rotte, ai denti scheggiati, alle scarpe aperte e ai piedi storti e non riuscivo a vedere, in loro, lo spettro di coloro che una volta cresciuti, senza ringraziarci, ci avrebbero picchiati e derubati e, forse, scacciati dalla nostra stessa casa? Perché non riuscivo a prestar fede allo spettro dello stupro? Perché, loro che erano così piccoli e magri e deboli, diventavano sempre più alti e maestosi e forti? Cosa produceva una tale, sconvolgente, distorsione della realtà? E perché io, ancora pulsante dello sforzo che tutto mi aveva impegnato in quegli ultimi due giorni, divenivo così piccolo e le mie spalle si curvavano sotto un fardello del tutto nuovo? Perché il capo mio si chinava al loro cospetto, fuggendo lo sguardo sperduto, intimorito e sprezzante che veniva da coloro che avevano il mio stesso sangue?

Vedevo io forse per la prima volta quello che molti anni prima aveva veduto mio padre. Erano reali solo gli occhi chiusi del più piccolo fra quegli sconosciuti, ne coglievo le labbra pallide, scollate, segno di un sonno inquieto, pieno di orribili visioni. Perché perdeva di senso la paura che era negli occhi dei bambini nelle cui vene scorreva il mio stesso sangue? Perché erano ridotta a nulla l’ira di mia moglie e quella stessa rabbia e rancore contro mio padre che avevo nutrito per tanti anni? Come mio padre molti anni prima aveva affondato lo sguardo nelle pieghe della carne dell’ospite, incontrando la sporcizia che avvince il mondo, così io adesso scansavo mia moglie e con una disperazione che conoscevo per la prima volta spalancavo la porta della mia casa, lasciando entrare questi sconosciuti. Era già nella stanza che era stata dell’ospite, mia madre, l’unica che veramente sapeva. Aveva già preparato delle pesanti e polverose coperte e a terra c’erano dei vecchi materassi ingialliti dal tempo.

Non avevo osato incrociare lo sguardo di nessuno dei miei cari, incapace come ero di sostenere la portata delle mie stesse azioni, che andavano infliggendo loro una nuova, durissima prova. Uscito di casa, ero andato nel capanno sul retro, lì dove, anni prima, mi aveva ferito a morte la vista del corpo senza vita di mio padre. La notte inesorabile si posava su tutte le cose, mentre una lieve brezza saliva su dal mare, aiutandomi a non lasciarmi vincere dalla profonda stanchezza. Con occhio esperto e carico di responsabilità saggiavo la quantità delle cataste di legna. Ne sarebbe servita dell’altra, altrimenti quell’inverno qualcuno avrebbe sofferto il freddo.

Arrivati qui si potrebbe avere voglia di saperne qualcosa di più di Rovesci, la raccolta di racconti di cui L’ospite fa parte. Quello che ne ho scritto a proposito si trova qui.

9 commenti su “Una mamma al mare – L’ospite – Rovesci

  1. Ivana Daccò
    maggio 4, 2019

    Devo, assolutamente, prendermi del tempo per rileggerti; e leggere cose tue che mi sono perduta. A presto, spero.

    • tommasoaramaico
      maggio 5, 2019

      Grazie. Tante sono le cose da leggere, e ben più importanti di queste.

      • Ivana Daccò
        maggio 5, 2019

        Beh, cosa si rivelerà inportante si dipende da tante cose, e lo si sa solo poi 😉

      • tommasoaramaico
        maggio 5, 2019

        Eh, hai ragione.

  2. Renza
    maggio 8, 2019

    Il tuo racconto, molto bello, mi ha ha richiamato, nella sua plasticità, un polittico. Quadri di una narrazione che si evolve. Il tema dell’ ospite rimugina nel pensiero, ancora più intensamente da quando, recentemente, ho letto un romanzo di Ismail Kadarè, “ La faida”. Un testo che mi ha molto turbato ( ma non saprei precisarne tutti i motivi), e che, raccontando i dettagli della faida in Albania, precisa come la sacralità dell’ ospite( da accogliere sempre e ad ogni condizione) si allarghi anche all ‘ obbligo di vendicarne un eventuale omicidio. L’ ospite che, al momento di lasciare una casa che l’ ha accolto, venga ucciso da qualcuno ha farà scattare la faida, come se il suo sangue versato fosse di famiglia. Ogni commento sarebbe solo chiacchiera: Donatella Di Cesare ha scritto pagine decisive sul tema dell’ ospitalità e dei presunti diritti di possesso del suolo, in “ Stranieri residenti”. Ciao!

    • tommasoaramaico
      maggio 8, 2019

      Grazie. Conosco il lavoro della Di Cesare (ho passato molto tempo alla facoltà di filosofia della Sapienza), ma non quello che hai citato. Illuminante, ad esempio, è il suo il saggio sui Quaderni neri di Heidegger e sull’impasto teorico/ideologico che lega il totalitarismo (in generale) e l’attaccamento alla terra, cercando un fondamento in una pretesa comunanza di sangue. A tal proposito mi permetto di rilanciare con un saggio davvero profetico di E. Levinas, che già nel ’33 aveva offerto alla coscienza europea un lucido avvertimento con uno scritto tanto breve quanto denso, Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo.

  3. Renza
    maggio 9, 2019

    In un certo senso, ho portato vasi a Samo, citandoti la De Cesare…Ho preso nota del saggio di Levinas, di cui ti ringrazio. Il problema resta sempre, come dici in una risposta del post successivo, rendere reale ciò che è razionale. Ma oggi, mi pare anche arduo trovare il discrimine tra il razionale e tutto il resto, ciò non significa rinunciare a trovarlo, ma attrezzarsi sempre di più.

    • tommasoaramaico
      maggio 9, 2019

      Esattamente. In questo senso dicevo che bisogna diventare veri e propri “punti di resistenza”. È finito il tempo delle anime belle – non si può più pretendere di isolarsi in una qualche pretesa (e cioè vuota/astratta) superiorità. È vero, il presidio fisico produce di più, nell’immediato, di qualsiasi parola o ragionamento, ma è pur vero che questi “corpi” stanno adesso occupando le nostre periferie grazie a dei discorsi prima solo sussurrati o ringhiati, sputato fuori sulla metro, per le.scale di casa, al bar. Tutto parte con i discorsi. Il fatto è semplice: abbiamo dei discorsi (e non disdegnano le storie e i racconti) da mettere in gioco? Io credo che ci siano – sono, ad esempio, i discorsi di un ragazzo di Torre Maura (qui non vado oltre, ma sono proprio quei contesti che un po’ conosco, tanto per lavoro, quanto per la vita di ogni giorno), che purtroppo non vengono compresi dalle anime belle (quelli che hanno il megafono della notorietà) che non hanno meglio da dire, se non che non parlava correttamente in italiano (questi sì sono discorsi vuoti ed astratti, terreno della sconfitta).

  4. Pingback: Il Salone del libro e il paradosso della tolleranza | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 4, 2019 da con tag , .

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