Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

La vocazione di Boccioni per l’arte – Taccuini futuristi

19 febbraio 1907. Questa mattina, a letto, leggendo Carducci, ed osservando la sua lenta e meravigliosa evoluzione poetica pensavo alla mia miseria, alla mia mancanza di visione netta, di metodo, di tutto. Poi ho sperato che questo studio sparso oggettivo disordinato possa essere una preparazione. All’ideale d’arte che si va per quanto ancora debolmente maturando in me.

Iniziati nel gennaio del 1907 e portati avanti fino al 1915, prima che l’artista muoia al fronte durante la Prima guerra mondiale cui aveva preso parte come volontario, questi diari di Umberto Boccioni, sono uno splendido documento che dice molto, tanto, sotto molteplici punti di vista. Illuminano non solo il contesto storico e la temperie culturali del periodo che immediatamente precede la Grande guerra e di cui l’uomo Boccioni è figlio, ma anche, e soprattutto, sono una testimonianza viva su cosa sia l’arte e sul rapporto con l’arte, sul problema della chiamata, sulla vocatio possibile, sull’esser chiamati dall’arte e, dunque, sulla produzione artistica come risposta alla chiamata dell’arte o, in termini meno romantici, al desiderio d’altro.

Domani o dopo ricomincerò a lavorare. Ma vorrei trasformarmi, trasformarmi, in alto in alto in alto! Continuo a non lavorare e a non esserne molto addolorato!

L’ideale dell’io, il sognato, il fantasticato deve abbattere e rimodellare l’io reale, e il dolore diviene metro di misura della vocazione per l’arte. Una vocazione che si fa giudice ed emette sentenze inappellabili: la vita, quella reale, quella quotidiana, non è degna d’esser vissuta di per sé, poiché in sé è solo ed unicamente un ingombro, un intralcio. Boccioni uomo si muove, viaggia, non è mai fermo, mai pago…va da Milano a Venezia, e spesso si lancia oltre i confini nazionali, ma non è questo a misurarne il movimento che cerca, quello autentico, che non è movimento nello spazio, misurabile oggettivamente, ma quello dello spirito, movimento qualitativo – l’unico che possa dare vera sostanza, di ritorno, al movimento nello spazio: “Sono vuoto non godo non soffro non sogno”. Solo l’arte sembra riempire, e senza produzione l’uomo si svuota, poiché non sa rispondere alla chiamata, facendo sì che il desiderio, privo di vera tensione, collassi su se stesso.

Mi sembra non tanto di aver fatto progressi tecnici, per quanto esistano, secondo le vedute comuni, quanto aver progredito nel fermo desiderio, nella brama ardente di rendermi cosciente dell’idea prima che deve generare la mia visione. Questo mi porta a concludere che finora non ho fatto nulla.

Molte cose emergono sul Boccioni uomo – giovane irrequieto – che fatica ad entrare in relazione con gli altri, che fatica a costruire rapporti duraturi, tutto teso com’è a trovare l’oggetto della propria vocazione, qualcosa su cui lavorare, qualcosa da macinare, da superare. Ci sono i problemi con le donne, la difficoltà di desiderare o di amare. Vi sono riferimenti a Nietzsche, allo sforzo di superare se stessi. L’arte pone il soggetto a se stesso come compito e strumento. Strumento da affinare in vista dell’arte. Essere per se stessi sovrani e sudditi. Obbedire a leggi e, al tempo stesso, essere legislatori, in una piena coincidenza fra chi comanda e chi deve obbedire – questo è quanto deve essere realizzato. L’autenticità della vita si realizza con la sua intensità, partorendo una netta – forse romantica – contrapposizione fra arte e vita, il tutto in un’ottica anti-borghese, che non risparmia nulla. La famiglia, le convenienze umane, la prudenza, il buonsenso, sono categorie oggetto di un disprezzo che è il sintomo di un’epoca di crisi delle certezze.

…Voglio riprendere la mia energia! Da domani fino al giorno della partenza lavorerò sempre! Non voglio che si debba dire che ho la capacità di fare e che non ho forza di fare. Coraggio!! mi convinco sempre più che il bisogno di dimenticare me stesso mi fa vedere il lavoro come una liberazione. L’ozio mi fa passare sull’anima goccia goccia il veleno della mia miseria scottando orribilmente le ferite aspirazioni.

E infine la Grande guerra fa calare il silenzio sull’arte. Le pagine si fanno meno fitte, cadono le connessioni logiche, la punteggiatura, ogni riguardo verso un lettore forse tenuto in considerazione nei tempi di pace. Con la guerra questi Taccuini futuristi assumono nuova sostanza e nuovi contenuti, lamentele, fini. Si direbbe che la vita, quell’elemento tanto disprezzato vi fa irruzione in modo clamoroso ed inaspettato – si parla di fame, di freddo, del rumore, il timore e lo sconforto, tutto misto a esaltazione, di quella stessa vita di cui avrebbe fatto arte, se non fosse rimasto ucciso, poiché la morte è la realtà della vita.

Ciò che emerge, in fondo, è il cruccio, una domanda fondamentale che giorno dopo giorno risuona…e non si tratta solamente di domande del tipo: “sono in grado?”, “ho le capacità”, ma, piuttosto: “è questa mia vocazione autentica?”, “è questo mio desiderio puro o nasconde altro? È spurio, tarlato, falso, infondato?” e, ancora: “da dove viene questo desiderio? quale luogo del mio spirito fa da cassa di risonanza?”, “questo dolore che accompagna l’inattività, il fallimento, l’incapacità di realizzare l’idea è idealità o ferita dell’io?”. Boccioni esprime magnificamente questa ferma volontà di rispondere a tutte queste domande. Rispondere, però, non mediante convinzione astratta, ma con granitica azione – mediante un agire che non è dato una volta e per tutte, ma che deve rinnovarsi per non tramutarsi in un patire, in una passione che contrasta col desiderio. Boccioni rifugge da un patire che rischia di farsi passività, sofferenza pura di chi scivola in basso. Sente, annusa tutto il pericolo che si nasconde dietro la serenità d’animo, l’esser in pace con se stessi…sa che tutto questo porta con sé il rischio di allontanarsi irreparabilmente dal proprio desiderio, di non esserne all’altezza. La vocazione per l’arte, in fondo, non è mai solo risposta alla domanda, ma interrogazione di questa stessa domanda.

Dentro di me c’è sempre un profondissimo malcontento. Mi sembra di non essere (anzi non lo sono certo) né energico e amoroso verso l’arte. Non so distruggere qualunque preoccupazione che non sia quella dell’Arte…Ed è vero io posso fingere, scherzare, esagerare, di qualunque cosa ma quando si tratta di un mio lavoro cioè di una mia preghiera alla Gran Madre mi sento piccolo vile, misero e accetto tutti gli attacchi come meritati. Li merito? Sono sincero? Posso dire non aver mai lasciato un lavoro con la coscienza di aver fatto tutto quanto potevo?

4 commenti su “La vocazione di Boccioni per l’arte – Taccuini futuristi

  1. Ivana Daccò
    aprile 20, 2019

    “…L’incapacità di realizzare l’idea è idealità o ferita dell’io?”
    La domanda eterna; la domanda che porta, con il suo solo venir posta, al fallimento. La domanda che deve venir rimossa. Che viene rimossa nell’atto artistico. Necessariamente.
    L’esito, poi, avrà o non avrà vita al di fuori del suo “creatore”, una vita propria, come un figlio.
    La domanda che non può non esserci, senza che questo porti con sé il porla come un aut aut. e non piuttosto un vel…vel.
    Un libro che chiede di essere letto

    • tommasoaramaico
      aprile 21, 2019

      Questi taccuini sono una vecchia lettura. Pur pieni di difetti, non mi stancano. Per questo, ciclicamente, dedico loro un pomeriggio, non di più. La loro freschezza non si esaurisce, perché inesauribili (e cioè non pacificabili) sono le domande che pone. È una lettura che consiglio, sempre che se ne riesca a trovare copia.

      • Ivana Daccò
        aprile 21, 2019

        Si trovano. Amazon. Poche copie ma anche in ebook

  2. Pingback: La vocazione per l’arte ai tempi di internet | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 20, 2019 da con tag , .

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