Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ian Testa – Il primo giorno del nuovo anno

Questa volta non ha avuto nemmeno la forza per cedere all’illusione della svolta possibile, all’idea che i tempi di questa svolta sempre auspicata, agognata, rimandata, potessero essere dettati dal calendario. Ian Testa, ancora ubriaco, cammina per le strade deserte. Nell’aria gelida del primo mattino aleggia l’odore acre della polvere da sparo. La mezzanotte era stata una piccola guerra, tutta detonazioni senza bersaglio. Anche lui, a modo suo, aveva dato il proprio contributo. Con una fontana tutta luci, fumo e micro-esplosioni aveva fatto prendere fuoco ad un vaso della madre. Rideva come un bambino, allo spettacolo, la pancia gonfia di vino già alle dieci di sera, mentre i bambini, quelli veri, gli ridevano dietro, le guance rosse per il freddo. La madre, accanto a lui, gli perdonava il piccolo incendio, la puzza, la piantina mandata all’altro mondo, le piastrelle annerite, e tutto perché gli era troppo grata, poiché lui, dopo anni, molti anni, era nuovamente riuscito a riunire tutta la famiglia nella sua grande e troppo spesso vuota e grigia casa.

Dal suo stomaco affaticato si levano i fumi degli immangiabili involtini della cognata. È alla ricerca di un bar aperto. Dall’altro lato della strada un cane al guinzaglio rilascia sull’asfalto, proprio al centro del marciapiede, i rifiuti che si portava dentro. Uomo e bestia si allontanano. Ian è troppo stanco non solo per attraversare la strada, ma anche solo per incazzarsi. Un uomo in pantaloncini, maglietta termica, zuccotto e cuffie corre proprio al centro della strada, che è vuota, tutta sua. Ian aveva in mente il Rosy Bar, che infatti è aperto, come sempre. Rosy è in piedi dietro al vecchio bancone. È una donna orrenda. L’idea di bere un caffè preparato da lei gli gonfia il petto dell’aroma insopportabile della bruschetta col lardo che gli aveva proposto il padre. Ordina due caffè. Non c’è solo Rosy a fissarlo, ma pure, accanto a lui, un uomo che ha appena vuotato un caffè corretto, il naso rosso di capillari scoppiati. Ian beve i due caffè, uno dopo l’altro. Amari, come la vita, diceva da ragazzo, per fare lo stronzo.

È nuovamente fuori. Due cose interrompono l’apparente immobilità del tutto. Al suo interno, una lieve tachicardia; all’esterno, un vecchio che alza il bastone per fermare l’autobus che si è appena materializzato all’incrocio fra Via dei Rododendri e Via delle Susine. Porta fino al lago. Sono solo venti chilometri. Ian aiuta il vecchio a salire, poi si accomoda anche lui. Poggia la fronte contro il vetro gelido, che gli rimanda un volto diverso da quello che gli restituiva venti anni prima, quando era al liceo e poi all’università, e non riusciva a stare fermo. Quando saltava su autobus, metropolitane, treni – sempre un libro fra le mani, spesso una ragazza accanto. Ce n’era una in particolare, con cui innumerevoli volte aveva percorso quelle strade, lanciato in quei viali alberati che salivano su in alto, tutti curve, lasciandosi dietro, in basso, la città, che era enorme e piena di luci minute che confusamente si fondevano con l’orizzonte. Dov’era andata a finire quella ragazza? Come l’aveva persa? Anche con lei si era ripromesso molte volte di essere diverso da come era. Per diventare cosa? Forse era per questo motivo che aveva sempre fallito, perché non sapeva quale senso dare all’ipotetica trasformazione.

È una giornata di sole, fredda. Il lago specchia il cielo, incapace di vita propria, camaleontico. Cani che scorrazzano, coppie a braccetto, qualche bambino assonnato. Ian aveva sempre evitato quel posto. Non gli era mai piaciuto veramente. Però era bello. Era sempre la stessa passeggiata, lo stesso tragitto, la medesima scalinata per arrivare alla lunga spiaggia di sabbia nera. Potevano dipingere, costruite, alzare steccati, piantare alberi, costruire chioschi, avviare ristoranti, dare pezzi di spiaggia in concessione, ma era il medesimo lago. La sua forma circolare evoca sempre e ancora l’obbligatorietà del corso e ricorso degli eventi. Altro che svolta e propositi. Eterno ritorno dell’uguale, questa pare l’unica, desolante formula possibile. Rutta ancora, Ian. È il vino dolciastro e vagamente frizzante che il padre gli aveva voluto fare bere a tutti costi. E lui aveva bevuto, anzi ciucciato. Due lunghe poppate di vino rosso. Adesso torna su, premendo contro le tempie, mescolandosi ai pensieri.

Era il padre a portarlo sempre a quel lago, quando era bambino. Lo portava la domenica mattina, presto, e lo lasciava correre da solo o, sempre solo, lo invitava a prendere a calci un pallone. Si voltava a guardarlo, ma il padre leggeva il giornale. Si alzava dalla panchina solo quando lui si avvicinava alla pedana di legno che dalla spiaggia si allungava sull’acqua. Per lui era la lingua legnosa e tutta schegge di una creatura altrimenti sepolta sotto la sabbia e in cercava dell’acqua, anche se sporca, stagnante, melmosa. Gli pareva enorme, ai tempi, e lunga fino ad arrivare al centro del lago. Muoveva passi lenti, incerti, sentiva qualcosa come il mal di mare. Ian si ritrova per l’ennesima volta davanti a quella pedana. Non sono più di dieci metri. Piccola, angusta, traballante. Se la ricorda ancora quella mattina di tanti anni prima, quando il padre aveva trovato il coraggio per chiedergli se era un buon padre – Dimmi che sono il padre migliore del mondo. Così aveva supplicato, ma lui non aveva trovato il coraggio per rispondergli. Non aveva detto la verità, e cioè che non era stato granché, come padre; né aveva trovato la forza per mentire. Adesso che ci pensa gli vengono i brividi. Ora che pure lui è un uomo e non si sente troppo sicuro di sé, pensa che gli servirebbe sentirsi dire di essere un padre cazzuto. Doveva proprio attraversare un periodo di merda il padre, ai tempi, per arrivare a tanto. Ian spera che il padre abbia cancellato dalla memoria quel momento, quella domanda, il suo silenzio.

Poggia un piede sulla pedana, che scricchiola. Sale anche con l’altro. Perché non aveva mentito al padre? Muove un passo, barcollante. Perché stamattina era uscito presto? Prima che tutti si svegliassero? Muove ancora un passo. La lingua legnosa adesso sembra nuovamente lunghissima, come quando era bambino. Gli viene da vomitare. Non vuole ritrovarsi ad elemosinare l’approvazione dei figli. Muove ancora un passo. Cerca di non guardare la superficie dell’acqua, che lo manda in confusione. Non vuole ritrovarsi con una moglie che va avanti a pillole. Ancora tre o quattro passi. Rischia di perdere l’equilibrio. Non vuole ingrigire, giorno dopo giorno, nel caos della metropolitana. Arriva alla fine della pedana. Tira un respiro profondo. Nulla si muove. Non c’è praticamente nulla da vedere o sentire. Ci sono gli alberi di sempre, l’acqua di sempre, il cielo di sempre, i soliti gabbiani sperduti, le anatre pigre, delle boe che segnalano poco o nulla. E adesso?

L’unica svolta che gli è concessa, al momento, è di fare dietrofront e cercare un modo per tornare a casa.

2 commenti su “Ian Testa – Il primo giorno del nuovo anno

  1. Renza
    gennaio 4, 2019

    Mancava da un po’ il nostro Ian. E ci conforta (?) vedere che nulla è cambiato: è sempre lui, in bilico tra vita e disperazione della vita. Vince sempre e ancora la vita, e così ci auguriamo che continui. Ma anche un po’ meno di disperazione non sarebbe così male… Malgrado tutto e malgrado tutti, un buon 2019 a Ian.

    • tommasoaramaico
      gennaio 4, 2019

      Vero. Era un po’ che mancava, ma, del resto, Ian può essere tollerato (può esserlo?) solo in piccole dosi. La vita, che è desiderio (anche frustrato, ma sempre vivo), non fa difetto in questo “personaggio” che pare non volersene fare una ragione. Di cosa non è poi così importante, credo. Buon 2019 a te.

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 2, 2019 da con tag , .

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