Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Thomas Bernhard, Il soccombente

In sostanza, diceva, non vogliamo essere uomini ma pianoforte, per tutta la vita vogliamo essere pianoforte e non uomini, sfuggiamo all’uomo che è in noi per diventare pianoforte in tutto e per tutto, ma in questo siamo destinati a fallire anche se non vogliamo crederci. Il sonatore di pianoforte ideale è colui che vuol essere pianoforte, e infatti ogni giorno mi dico appena sveglio, voglio essere lo Steinway, non voglio essere l’uomo che suona lo Steinway, voglio essere lo Steinway, lo Steinway in sé.

Se Goethe muore era un testo dedicato al problema della morte e della libertà, Il soccombente è fondamentalmente un romanzo sul problema dell’arte, sul ruolo dell’artista e, più in generale, sulla possibilità di realizzare se stessi. Alla base de Il soccombente c’è una micidiale triangolazione. Due giovani e promettenti pianisti e poi lui, Glenn Gould, qualcosa di più di una promessa, un genio. Tutto inizia a Salisburgo, quando Wertheimer e il suo amico, che qui funge da voce narrante, si recano a Salisburgo per seguire le lezioni di pianoforte tenute da Horowitz e lì incontrano il giovane Glenn Gould che già allora, prima dell’imminente celebrità, era già un interprete unico al mondo, il migliore in senso assoluto. I due giovani pianisti fanno esperienza della sua unicità e questa esperienza li schianta. Ma è soprattutto Wertheimer a rimanere scioccato da questo incontro e da questo momento la sua carriera di virtuoso del pianoforte (e con questo la sua stessa vita) finisce. La campana a morto della sua vita è suonata da Glenn Gould che esegue le celebri Variazioni Goldberg di Bach.

Radicalismo pianistico” e “invasamento per l’arte” sono alla base della figura di Glenn Gould e dunque dell’idea di artista per come emerge da questo romanzo. Ma tale radicalismo è presente anche nei suoi due compagni di corso, che non appena lo ascoltano suonare capiscono: “Se incontriamo il primo di tutti, dobbiamo rinunciare“. Nessuna via di mezzo, nessun compromesso. L’arte esige che l’uomo abbandoni la propria umanità, sacrificando (o celebrando) la propria esistenza sull’altare dell’arte. Traspare una visione romantica (forse eccessiva, figlia di altri tempi, molto europea – di stampo germanico) dell’arte, una visione che si nutre della scissione e contrapposizione che separa arte e vita. Non vi sarebbero dunque mediazioni possibili? Non per il pianista canadese, ma neppure per i suoi due giovani amici. L’arte rifiuta ogni mediazione, mira sempre all’eccelso e in quanto tale sfida il tempo, è assetata di celebrità, ha lo sguardo fisso nell’oscurità del tempo a-venire, brama l’immortalità, non si cura del presente e della vita stessa, che è costantemente messa a repentaglio da tale disperata ricerca.

Ma che cosa sono l’arte e l’artista per colui che non riesce a produrre “grande” arte e che, pertanto, non raggiunge lo status (di per sé vacillante) di artista? Eccoci sprofondare nelle tenebre dell’invidia e della disperazione, nel vuoto del senso. L’invidia è il guardar di traverso l’altro, è lo sguardo ostile di chi non può reggere apertamente il volto (e cioè i talenti, le qualità e la vita stessa) altrui, senza temere di crollare in una disperata domanda di pietà e, contemporaneamente, lasciarsi prendere dalla furia distruttiva. L’invidia nasce lì dove l’ammirazione diventa lacerante, poiché si salda alla consapevolezza di non aver accesso a quella fonte di ricchezza che fa mostra di sé. L’invidia è ovunque, la sua carica distruttiva è enorme, e altrettanto enorme è il carico di dolore che malamente cela.

Ma chi può essere veramente certo che la propria vocazione artistica sia pura e incondizionata (si perdoni il linguaggio fatto di espressioni e termini rubati qua e là) e che abbia un’origine quasi divina? Chi può legittimamente affermare che in tale spinta non vi siano anche moventi ulteriori, meno puri, assolutamente umani, troppo umani (mi permetto di rubare a piene mani)? Che farsene di tutti quei sentimenti che accompagnano il lavoro dell’artista? Rabbia, frustrazione, solitudine, paura, vendetta, impotenza? E che dire di quella sconfinata voglia di “barricarsi in casa“, magari in una stanza o chissà dove?

Non è stata l’arte, né la musica, né la voglia di suonare il pianoforte, è stata solamente l’opposizione contro i miei che mi ha indotto a dedicarmi alla musica […] nel caso di Glenn le cose non sono andate diversamente, e nemmeno nel caso di Wertheimer, il quale si è dedicato agli studi artistici e dunque musicali con l’unico intento di irritare suo padre…Glenn diceva la stessa cosa in modo ancor più radicale: Quelli odiano me e il mio pianoforte. Io dico Bach, e a quelli vien subito da vomitare, diceva Glenn.

L’origine dell’arte è spesso – sempre? – priva di quella purezza che spesso vanta e reclama e forse è per questo motivo, per celare queste origini scabrose e inconfessabili, che l’artista spesso si impone una disciplina ferrea. Tale disciplina è funzionale rispetto alla produzione artistica, ma anche necessaria alla cura dell’idea di sé che necessariamente deve possedere chi si dedica all’arte. Sono molti i modi in cui si può definire tale atteggiamento rispetto a se stessi e ai risultati dei propri sforzi: autodisciplina, precisione, onesta, serietà, ordine. Il risultato non cambia. L’arte sembra esigere tutto, persino di rinnegare la vita, che è regno dell’ambivalenza, teatro dell’indisciplina e dell’imprevedibile, di ciò che è arbitrario. Ma chi ha le doti, il coraggio e le dovute energie per portare avanti un simile compito? La risposta di Bernhard, per bocca di Glenn Gould, è netta e priva di ogni nota consolatoria e, soprattutto, sembra estendere la propria portata oltre le “avventure” dell’artista, fino ad investire il destino dell’umanità in quanto tale.

Se guardiamo con attenzione gli esseri umani, non vediamo altro che mutilati esteriormente o interiormente…Il mondo è pieno zeppo di mutilati. Camminando per strada incontriamo soltanto mutilati.

Mutilato per eccellenza è proprio Wertheimer, definito da Glenn come il “soccombente“. Ma chi è il soccombente, in fondo? Soccombenti sono tutti gli uomini da “vicolo cieco“. Uomini deboli, incapaci di condurre se stessi, di prendersi cura di sé e divenire uomini “ben formati“. Essendo in balia dell’esistenza, questi uomini sono perennemente, e nel modo più spietato, impegnati a tiranneggiare tutto quello che li circonda. Sono quei deboli che, a partire dalla debolezza, dalla mancanza di energia e dall’egoismo, fanno di tutto per sfiancare e uccidere anche quelli che li circondano, quelli di cui non sopportano la vitalità. Il soccombente è l’esaltato che “muore di autocommiserazione“. Il soccombente – paradigma dell’uomo che non coltiva la propria umanità – è colui che per una vita intera non desidera altro che morire senza avere il coraggio per passare all’atto o di ammetterlo coscientemente. Incoerente, vile, contraddittorio, è l’uomo non ha la forza per realizzare se stesso e manca della giusta risolutezza per mettere fine ad una esistenza cui lui stesso non attribuisce la dignità di esser vissuta. Manchevole di talento in generale, perché sprovvisto di “talento esistenziale“, il soccombente è l’uomo comune e, ancor peggio, l’uomo comune che non riconosce la propria mediocrità e finge di essere ciò che non è. È proprio la mancanza di tale talento ad essere alla base di molte delle opere che invadono il mondo – sono “scritti disastrosi, pieni zeppi di errori, di sciatterie, di dilettantismo“. Queste opere, in fondo, non sono altro che sintomi della mancanza della necessaria determinazione per abbattere e superare gli ostacoli che si frappongono fra noi e i nostri obiettivi. Ma in cosa consiste, in sostanza, questa paurosa mancanza di talento esistenziale? Forse nella più pericolosa forma di ignoranza e cioè nella mancata comprensione di se stessi e dei propri particolari talenti, comprensione faticosa e pertanto troppo spesso barattata con soluzioni a buon mercato che spingono a prendere in prestito di ideali-feticcio, astrazioni esangui che vengono dall’esterno e che dispensano dalla faticosa e necessaria ricerca della propria autenticità. Via complessa, tortuosa, piena di pericoli, ma, in fondo, l’unica ad essere veramente percorribile. Il peccato coincide dunque con l’oblio della propria unicità in vista di un’adesione impossibile ad un’idea già data.

Wertheimer non era capace di vedere se stesso come un essere unico al mondo, mentre in effetti è così che ciascuno di noi può e deve concedersi di vedere se stesso se non vuole cadere in balia della disperazione…non necessariamente dobbiamo essere dei genii per poter essere e per poterci riconoscere come esseri unici al mondo…

4 commenti su “Thomas Bernhard, Il soccombente

  1. Guido Sperandio
    novembre 9, 2018

    Mi è piaciuta molto l’espressione “talento esistenziale”, contiene tanto, se non tutto. 🙂

    • tommasoaramaico
      novembre 9, 2018

      Hai ragione. L’espressione “talento esistenziale” ricorre una sola volta nel romanzo, ma io credo che sia la chiave di volta per comprenderne il senso e, di più, per comprendere il mezzo per eccellenza per darsi un’esistenza ben fatta. Ben vissuta.

  2. Ivana Daccò
    novembre 13, 2018

    Il terribile equivoco. Mentre ti leggevo, e ora che ho riletto, pensavo a quant’è bello essere lettori, e ascoltare la musica che altri suonano, e quant’è bello scrivere per sé, o per pochi, le piccole cose,e magari cantare, va bene anche un po’ stonati e con la voce roca delle sigarette fumate, accompagnandosi al piano, o con la vecchia chitarra, e pochi accordi.
    Non c’entra niente, un tema enorme, ma è quello che mi scorreva nella mente leggendoti..
    Avevo tralasicato di acquistare questo libro. Mi ricredo.

    • tommasoaramaico
      novembre 14, 2018

      O forse è la cosa essenziale. Del resto si parla della necessità di maturare un talento esistenziale – il che è un fardello ma, al tempo stesso, qualcosa di incredibilmente liberatorio

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 9, 2018 da con tag , .

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