Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Il presidente Schreber ed io

Vengo ora a parlare della mia sorte personale. Io sono stato malato di nervi due volte, ambedue le volte in seguito a una fatica intellettuale eccessiva: la prima volta in occasione di una candidatura al Reichstag…la seconda quando assunsi la carica di presidente di Corte d’Appello a Dresda.

Per chiunque volesse una rassegna dell’importanza di Memorie di un malato di nervi nella storia della psichiatria, della psicoanalisi, ma anche, perché no, nella letteratura, può trovare una gran quantità di testi illuminanti – a portata di mano, in appendice alle Memorie stesse, c’è la bella e densa Nota sui lettori di Schreber di Roberto Calasso, dove si può leggere di Freud e della sua non mascherata ammirazione per il presidente Schreber, ma anche di Lacan, Canetti, Benjamin. Qui, come sempre, ci si guarda bene dall’avanzare grandi pretese e ci si limita ad un immediato e forse meno rassicurante corpo a corpo con un libro davvero unico nel suo genere, un libro complesso, inquietante e profondissimo. Ciò che sorprende, in questa opera voluminosa e ambiziosa, è l’idea di sistema che rimanda fin dalle primissime pagine. Il lettore, ingenuamente, si aspetta di trovarsi di fronte ad un ininterrotto vaneggiare su carta di uno psicotico e a questo malignamente si predispone; e invece si trova di fronte ad una teologia, una gnoseologia, una demonologia e ad una complessa dottrina dell’anima. L’autore di queste Memorie, il presidente Schreber, sa di essere un malato di nervi e lo dichiara apertamente (del resto queste Memorie sono indirizzate al suo amato/odiato medico curante, il dott. Flechsig), ma altrettanto granitica è in lui la convinzione che la malattia non sia solo un ostacolo da superare e dimenticare al più presto, ma, per quanto dolorosa, una via di accesso a questioni di fondamentale importanza per la religione, la conoscenza della natura di Dio e delle sue proprietà, così come per l’immortalità dell’anima e la sua salvezza. Insomma, il fine più proprio di questo testo è di dare un contributo all’intera umanità: “Per me è incrollabilmente sicuro che io, sotto questo riguardo, dispongo di esperienze, le quali – una volta che la loro giustezza sia universalmente riconosciuta – avranno su tutto il resto dell’umanità un effetto quanto mai fecondo“.

Figlio di un illustre e rigidissimo pedagogo che lo aveva utilizzato come vero e proprio campo di battaglia per applicare le proprie idee, Daniel Paul Schreber, ebbe una prima crisi, positivamente risolta, fra il 1885 e il 1886, e una seconda, più devastante, iniziata nell’ottobre del 1893 con un pensiero curioso: “dovrebbe essere davvero molto bello essere una donna che soggiace alla copula“. Di qui l’esplosione della psicosi paranoica, un’insonnia ingestibile, un portentoso stato di agitazione, idee deliranti e ipocondriache, voci che risuonano e che insultano e prescrivono azioni assurde, odori di putrefazione, ma, su tutto, una nuova e potentissima luce che squarcia il velo delle apparenze, aprendo al sovrasensibile e ad una nuova visione del mondo, di Dio, dell’anima, che viene travolta e resa estatica da molteplici miracoli. Il caso Schreber pone pressanti interrogativi a chiunque, nel leggerlo, abbia la buona volontà di abbandonare una posizione di privilegio, rinunciando a porsi come lettore razionale e “normale” di pagine che sarebbero semplicemente il prodotto di una mente malata, di un uomo distrutto dalla follia e per cui si può al più provare compassione. Difficile, però, mantenere una posizione del genere, poiché in queste Memorie brilla l’intelligenza acuta di un uomo di grande spessore culturale, animato da interessi eterogenei, vasti e multiformi. La cosa che più sorprende, in questo testo, è la razionalità interna al discorso, la logica e la coerenza di fondo che la sostengono, fino a farne un quasi-sistema – certo, tale sistema poggia su postulati indimostrati ed indimostrabili, ma tale è il destino di ogni sistema.

D’altro canto difficilmente si potrà scoprire in me, dato il contenuto complessivo del presente lavoro, qualcosa come una “debolezza di giudizio”[…] chi invece volesse intendere sotto il concetto di “esperienza sana” semplicemente la negazione di ogni cosa sovrasensibile, sarebbe esposto, secondo il mio parere, a sua volta piuttosto all’obiezione che egli [il dr. Kraepelin] si lascia guidare soltanto dalle rappresentazioni banalmente razionalistiche dell’Illuminismo del XVIII secolo…

Schreber rivendica una razionalità altra, più alta, così come rivendica la bontà di sensazioni, percezioni e catene di pensiero da cui la sua psiche è stata investita, ma a suo avviso non travolta. All’ingenuo razionalismo proprio dell’Illuminismo, Schreber contrappone un razionalismo più maturo e consapevole, metafisico e teologico. Cosa è la ragione e dove può giungere? Può fedelmente superare i limiti dell’esperienza sensibile e attingere al soprannaturale portando progresso nel sapere e nelle cose spirituali? Può giungervi donando credibilità persino alla follia, obbligandoci a distinguerla dalla mera demenza (che a sua volta detiene un sapere tutto da scoprire)? Follia e visione sarebbero pertanto capaci di condurci alla verità secondo altri sentieri? Mi permetto del resto di aggiungere che la stessa produzione letteraria è, in fondo, una sorta di “delirio controllato”.

Ma quali conseguenze derivano da tale nuovo accesso alla verità? Anime in preda a forze distruttive, animali parlanti, estinzione del genere umano, debolezze e difficoltà di Dio stesso, incapace di far fronte agli attacchi di anime malvagie, ma, soprattutto, quella che Schreber definisce una “coazione ininterrotta a pensare“. La mente è bersaglio di segni, presagi e messaggi che devono essere raccolti ed ordinati attraverso un incessante lavorio del pensiero teso a mettere tutto a sistema per giustificare il mondo e per rinvenire un qualche ordine in esso. Quanta volontà di verità è presente in tutti i tentativi volti a mettere ordine fra le cose che ci circondano e che internamente ci abitano? Quanta componente di paranoia, di ossessione vi risiede? Quando grande deve essere il senso di squilibrio, il sentimento del caos in tutti quelli che vivono nel bisogno di fare continuamente ordine fra le cose, gli oggetti, i pensieri. Tutto questo è parte integrante di ogni sistema filosofico, così come sostiene la visione del mondo di Schreber. In questo senso certe manifestazioni più o meno apertamente patologiche dell’agire e del pensiero altro non sarebbero se non una forma di terapia, un tentativo di auto-guarigione e di controllo del disordine intrinseco alla realtà. Quale separazione può veramente esservi fra le elucubrazioni di Schreber e le mille accortezze che circondano quotidianamente l’evacuazione, la sessualità, l’approccio agli eventi esterni, le reazioni alle spinte che provengono dall’interno? Si tratta di gradi e sfumature, ma questo è noto da tempo, e solo da una posizione di malafede si può affermare il contrario. Quanti amano vantarsi delle proprie capacità attentive, così come della capacità di concentrarsi sui dettagli o di saper condurre e portare avanti una coerente catena di pensieri? Tanti, forse noi stessi. Si paragoni tutto ciò a quanto il presidente Schreber, non senza un pizzico di autocompiacimento, scrive di sé.

Ogni attività umana intrapresa nella mia vicinanza, di cui io sia spettatore, ogni contemplazione della natura in giardino o dalla mia finestra eccitano in me certi pensieri…vengo indotto in misura incomparabilmente superiore che non altri uomini a riflettere sul motivo o lo scopo dei relativi fenomeni […]. La costrizione di portare alla mia coscienza il nesso di causalità di ogni evento, per ogni sensazione e per ogni rappresentazione mentale, mi ha indotto a penetrare nell’essenza delle cose per quanto riguarda tutti i fenomeni naturali, per quanto riguarda quasi tutte le manifestazioni dell’attività nell’arte, nella scienza…una penetrazione superiore a quella che di solito raggiunge colui il quale non ritiene di dover sprecar fatica a riflettere sulle esperienze comuni della vita quotidiana.

Quale godimento può essere connesso all’esercizio del pensiero e al suo “penetrante” lavoro. E che dire del piacere connesso alla bella scrittura, quando la penna corre veloce sul foglio, oppure il sentimento di potenza che suscita un ragionamento stringente, quando tutto torna – ma di queste cose ho più o meno scritto a proposito de Il libro dell’Es di Georg Groddeck. Ma, più grande di tutti, spicca il sentimento connesso all’idea di essere il centro, la ragione, il fine e l’origine di tutti gli eventi. Chi è veramente immune da tale tendenza? Nessuno può fare a meno di coltivare, ovviamente in segreto e come basso-continuo dello spirito, l’idea di essere il centro della realtà. E del resto non tradisce tale intima convinzione l’idea, altrettanto universale, che il mondo senza di noi sia letteralmente inconcepibile? Insopportabile come la festa cui non siamo stati invitati o a cui rischiamo di arrivare in ritardo o, ancor più drammaticamente, da cui dobbiamo andarcene troppo presto – incubo da ingenue cenerentole. Non è forse una follia pensare come legittima tale pretesa centralità? Certo, si tratta sempre di gradi ed intensità di pensiero/sentimento e giudizio, ma quali assonanze evoca tutto ciò.

Tutto quanto accade viene riferito a me. Altre persone troveranno naturale pensare a un’immaginazione morbosa da parte mia; so benissimo che proprio l’inclinazione a riferire tutto a se stessi, a mettere tutto ciò che accade in connessione con la propria persona è un fenomeno frequente nei malati di mente. Ma nel mio caso le cose stanno all’inverso…io sono diventato l’uomo in sé, l’unico uomo intorno al quale tutto ruota.

Nella sua appartenenza non univoca al genere maschile, nel suo esser donna attraverso miracoli incredibili che fanno palpitare e lievitare il suo petto fino a farvi scorgere seni femminili, il corpo di Schreber è, come lo è quello delle donne, “disseminato di nervi di voluttà“. Grazie a questa nuova conformazione del corpo può fare esperienza di momenti estatici che, al contrario, sono negati all’uomo, in cui i “nervi della voluttà si trovano soltanto nelle parti sessuali“. Non illumina, forse e ancora una volta delle idee ricorrenti sul legame profondo e generatore di angoscia a proposito della voluttà e del desiderio femminile? Quasi banale e meccanico, ma in ogni caso riconoscibile nell’uomo attraverso il fallo, che è una sorta di antenna erogena, nella donna, al contrario, l’esercizio della voluttà pare disperdersi nel corpo, facendosi inafferrabile. Lasciando da parte Eva, le streghe, i veli e tutte le paranoie che hanno tormentato e reso feroci gli uomini nel corso della storia, non sta dicendo, fra le altre cose, il presidente Schreber, che la voluttà femminile è per l’uomo qualcosa di sacro? Qualcosa che al tempo stesso attira e riempie di terrore poiché, fuor di metafora, è letteralmente infinito? La soluzione di Schreber è estrema, ovviamente.

Non intendo mai un desiderio sessuale rivolto ad altre persone […], bensì devo rappresentare me stesso come uomo e donna in una persona, che copulo con me stesso, compiendo certe azioni con me stesso che mirano all’eccitazione sessuale…

Uomo e donna fusi in un’unica persona a partire da un’idea di completezza e compiutezza che ricorda il mito platonico degli androgeni, svelando la straripante volontà di potenza di un uomo che vuole farsi Dio. Schreber si sente il vero pilastro di quell’Ordine del mondo che Dio stesso, con le sue forze, non sarebbe in grado di garantire. Si assiste dunque ad un rovesciamento incredibile, alla dipendenza del Creatore dalla creatura, all’esplosione di una certezza incrollabile che, forse, si annida in ogni uomo, ne sostiene i pensieri, le azioni, le scelte, il sentimento stesso della realtà. La domanda (traducibile in molti e diversi modi) che risuona al fondo dell’esistenza di Schreber (e forse qui spicca la sua lucida, coraggiosa, spericolata follia) si impone nella sua assoluta tragicità.

…che cosa ne sarà di Dio nel caso della mia scomparsa…

4 commenti su “Il presidente Schreber ed io

  1. Guido Sperandio
    ottobre 20, 2018

    Veramente molto interessante. Ottimo lavoro, hai reso edibile una materia, un libro, un autore che ignoravo, e al quale ogni caso, avrei guardato con diffidenza. Non è facile da trattare, e invece sei riuscito a coinvolgere.

    • tommasoaramaico
      ottobre 20, 2018

      Grazie Guido. Vero, un libro di difficile lettura, nonché scomodo, simile ad un divano sgangherato e su cui non si riesce a tenere una posizione senza sentirsi presto a disagio…ma incredibilmente affascinante una volta che si accetti la sfida.

  2. Ivana Daccò
    ottobre 21, 2018

    Ricordi lontani, del caso, della diatriba Freud-Jung. Ricordi molto vaghi. Certa di non averlo letto, mi ritrovo tra il desiderio di affrontarlo e un desiderio di fuga.
    Conseguenza di una interessantissima recensione.

    • tommasoaramaico
      ottobre 22, 2018

      Come ho tentato di far emergere, è un libro unico nel suo genere. Sfugge da tutte le parti. Richiede grande attenzione.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 20, 2018 da con tag , .

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