Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Luigi Malerba, Le rose imperiali

Dopo un lungo discorso folto di lusinghiere circonlocuzioni, il Primo Segretario rivelò che l’Imperatore chiedeva in realtà a Tchao Mong-ien di trovare, fra le pieghe del tempo, lo spiraglio che gli permettesse di realizzare ciò che sfugge alla vista, al tatto e alla misura, cioè l’immortalità della sua Sacra Persona.

Difficile stancarsi di ripetere che il nome di Luigi Malerba non ricorre con la regolarità che si conviene ad ogni grande scrittore. Persino qui se ne parla troppo poco, anche se non sono mancati interventi sugli splendidi Itaca per sempre, Salto mortale e Il serpente. Per quanto concerne Le rose imperiali, si tratta di un testo assolutamente atipico, tale da sottrarsi ad ogni tentativo di recensirlo – e del resto qui non se ne propongono, di recensioni. Ma è anche vero che, sfuggente come è, si sottrae persino ad una coerente tematizzazione dei temi che percorrono questa operetta al tempo stesso lieve e leggera, ed intrisa di temi abissali, grondante sangue, esecuzioni sommarie e teste che rotolano praticamente ad ogni pagina. Con lo suo stile raffinato, mai compiaciuto, e con la sua capacità di mescolare con maestria stili e registri, Malerba propone ciò che è reale come fosse finzione e viceversa. Racconto storico e scorribande fantastiche vengono fusi in storie ad altissimo potenziale morale, portando il lettore in una Cina antica e fantastica, una Cina imperiale dominata da un potere che si mostra feroce e spesso terribilmente ottuso, un potere che scuote per la sua pervasività e la sua capacità di far saltare persino limiti e confini temporali, investendo e gettando inquietanti ombre sul presente.

Cha Wong, Ministro delle Stagioni sotto l’Imperatore Che Huang-ti, aspettava con ansia il giorno in cui, compiuti gli anni settanta, avrebbe potuto ritirarsi a vita privata e iniziare le pratiche per assumere da vivo, secondo l’usanza, il ruolo di Antenato.

Pagina dopo pagina ci troviamo di fronte un imperatore che cerca la chiave per l’immortalità e che per questo esercita tutto il potere di cui dispone; un uomo che vuole farsi Dio e che quindi fa e disfa calendari e concezioni del cosmo, mette in dubbio teorie astronomiche ritenute fin lì addirittura sacre, obbliga gli scienziati di corte a presentare prove inconfutabili a favore della sfericità della terra, contravvenendo alla naturale credenza a proposito del suo esser piatta. È un libro importante, Le rose imperiali, un libro da leggere ora, un libro sottile (nel senso di breve e arguto), ironico e feroce contro il potere e la sua naturale tendenza alla tracotanza, alla sete di dominio, alla volontà di opprimere il dissenso, ad eliminare il diverso e tutto ciò che richiama alla realtà e al fatto che il potere, se non vuole ridursi a mero dispotismo, deve accettare di avere dei limiti. Si viene catapultati in sanguinose dispute sul problema di cosa sia arte e quali siano le modalità di espressione più appropriate. Si lasciano leggere con gusto le divertenti pagine sull’Arte delle Bolle di Sapone, espediente con cui Malerba – con molteplici riferimenti all’attualità – mette prima in ridicolo le distinzioni fra minimalismo, con i “soffiatori dal fiato corto“, e massimalismo, con i “soffiatori dal fiato lungo“, e poi giunge ad una brutale critica rivolta ad ogni arte che sia collusa con il potere, priva di ogni autonomia, mercificata e tutta tesa a seguire gusti dominanti: “Sull’onda della improvvisazione, chiunque poteva spacciarsi come artista soffiatore e esibirsi in pubblico. Vennero così innalzati alla gloria dell’Arte delle Bolle di Sapone rozzi e ambiziosi giovanotti, ragazze procaci e perfino vecchi Funzionari in pensione“. E ancora, si trovano scrittori chiamati a celebrare, con la loro arte, la grandezza dell’Imperatore, una folta schiera di Ministri e Funzionari e Consiglieri impegnati in lotte clandestine e intestine per mantenere o accrescere il loro potere o ancora, molto più semplicemente, per scongiurare il rischio di esser giustiziati senza avere neppure il beneficio di poter conoscere la natura della colpa che ha mosso la volontà sovrumana, e dunque disumana, dell’Imperatore. Architetti che costruiscono case e villaggi con il vento, incoraggiati da un potere che può così eliminare la distinzione fra pubblico e privato e controllare in modo ancor più capillare la vita dei sudditi. E ancora, guerre impossibili, condottieri stremati dalla fedeltà a cause inesistenti, a principi e ideali irrealizzabili, tutti impegnati fino all’estremo sacrificio pur di dare senso e giustificazione alla propria esistenza. Antichi scienziati che avevano sostenuto teorie invise all’Imperatore, che vengono, dopo secoli, simbolicamente decapitati. Scienziati viventi, incolpati per aver scritto addirittura un trattato sugli insetti.

È un monito, Le rose imperiali. Un monito che ad una prima lettura delizia e diverte, ma che poi, a rileggerlo, riempie di inquietudine e invita a guardarsi intorno e a concentrare l’attenzione sul potere, sulla sua natura e sull’influenza che esercita su chi lo detiene. È un avviso a tenere gli occhi aperti, ma è pure una chiara esortazione alla resistenza – almeno intellettuale – contro ogni abuso e ogni tentativo di imporre un pensiero dominante, pratiche feroci, linguaggi e discorsi violenti. Invita a soffermarsi su chi detiene il potere e a comprendere non solo come limitarlo, ma anche come non farsene sedurre, contagiare, ammaliare, poiché ogni assenso ingrassa quello stesso potere, che presto vorrà abbattere tutti i vincoli, tutte le distinzioni, tutte regole e, infine, divorarci…noi che in qualche modo abbiamo contributo a crearlo. Bisogna guardarsi bene dall’Imperatore, tanto dal suo assenso, quanto dal suo dissenso, perché se vi è un uomo, o degli uomini di tal fatta, allora non è piccolo il rischio di sentire uno strano prurito al collo. Ecco, quello è il prurito della mannaia che vuole affrontare il colpo e privare una volta e per tutto della testa. L’unico, devastante e inesorabile tarlo dell’Imperatore, è d’esser Imperatore e niente più. Di qui la sua inesorabile ferocia, il suo disperato, sanguinario tentativo di esser più che Imperatore.

Un Imperatore triste e silenzioso diffonde un’ombra di tristezza su tutto l’Impero…Da molte settimane gli Appartamenti imperiali rimanevano al buio anche durante il giorno perché l’Imperatore voleva stare al buio…aveva manifestato laconicamente di desiderare il silenzio…la tristezza dell’Imperatore era ormai passata al ruolo di Problema di Stato…tormentato dal problema della immortalità…

2 commenti su “Luigi Malerba, Le rose imperiali

  1. Ivana Daccò
    ottobre 5, 2018

    Credo di non aver mai letto Malerba, e mi chiedo come mai. Credo di avere in casa suoi libri (che appartenevano a mia madre), Molto interessante il libro che proponi, e uno spunto certo per riempire un vuoto importante.

    • tommasoaramaico
      ottobre 6, 2018

      Purtroppo il tempo non è, né mai sarà sufficiente per leggere tutte le belle opere a disposizione. Alle volte è il caso a farci incontrare un autore. Per quanto mi riguarda, ho incontrato Malerba durante una miracolosa estate di una quindicina di anni fa in cui sono stato letteralmente rapito da autori che non avevo letto prima e che mi avevano aperto un mondo. Mi riferisco, oltre che a Malerba, a Celine, Gadda e Manganelli. Spero ancora di non essere diventato troppo vecchio e di poter scivolare nuovamente nella condizione del lettore estatico.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 5, 2018 da con tag , , .

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