Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Rovesci – Uomini che non sanno, né sanno di non sapere

Tommaso Mania, Tobias Iop ed Egon Freiban hanno una cosa in comune: sono uomini che agiscono mossi da desideri opachi a se stessi, uomini che mirano ad abbandonare quanto costruito negli anni per tentare di realizzare vite dai contorni incerti e contraddittori, vite diverse che neppure loro sanno bene come o quando hanno iniziato a desiderare. Sono il prodotto di cattivi ragionamenti intrisi di passioni striscianti, così come sono mossi da ambigue passioni sorrette da sistemi di pensiero che fanno acqua da tutte le parti. L’esempio più lampante è forse quello di Tommaso, Tommy Mania, al centro di Trascen-dance, racconto in cui la danza diventa strumento per una strampalata terapia di gruppo improvvisata in uno dei tanti garage disseminati in un quartiere residenziale. È, protagonista a parte, un racconto popolato di un’umanità eccentrica, alla ricerca di una qualche forma di liberazione…qualcosa del genere era stato anticipato attraverso un paio di post, Ian Testa incontra Orfeo e La domenica delle Palme. Ecco l’incipit di Trascen-dance.

Oggi è esattamente un anno da che questa storia è iniziata. Per l’occasione ci sono persino un tavolino per un frugale rinfresco, qualche palloncino appeso al soffitto, un paio di festoni di carta colorata. Il garage di Tommaso Mania è un piccolo formicaio, è così affollato che gli ospiti occupano parte della ripida rampa, su fino quasi al cancello automatico. Tommy punta gli indici contro il soffitto, sorride compiaciuto. Quasi canticchia, di certo fischietta. Non ha fatto nulla per fare andare le cose a questo modo, ma neppure ha mai veramente fatto nulla per bloccare tutta questa storia. Le cose sono semplicemente e naturalmente accadute. La voce aveva fatto il giro del quartiere, qualcuno si era incuriosito, altri si erano aggregati e alla fine qualcosa era nato, una quarantina di fedelissimi che si incontravano lì nel garage di Tommy più o meno una volta la settimana, per ballare. Tommy si lascia andare a una goffa piroetta e batte le mani. Gli altri lo imitano. Ci sono dei passi che lui stesso aveva pensato, ma insomma, ognuno è libero di fare come più gli piace, anzi, Tommy è tutto tranne uno che sa ballare. No, non sa ballare, sa solo di aver bisogno di ballare, proprio come tutti quelli che si presentano al suo garage, al 51B di via dei Gerani. Non ci sono tessere, iscrizioni o cazzate del genere, non gira un solo centesimo, lì dentro. Semplicemente si entra fino a che Tommy non decide che può bastare e poi via per un’ora, un’ora e mezza, dipende dalle giornate, dal tempo, dall’ispirazione e da quanto è incazzata Corin, la sua sexy moglie che, ogni modo, non può fare a meno di concedergli di andare avanti con quella follia. Lei si limita a controllare dall’alto, cordless alla mano, pronta a chiamare le forze dell’ordine al primo segnale di pericolo. Certo, molti di quelli che entrano nella loro proprietà sono persone conosciute da anni, assolutamente innocue, ma ci sono anche personaggi sconosciuti e mai visti prima e in generale c’è una altissima percentuale di stramboidi. Tommy guarda Corin che lo sta osservando dal sommo della rampa del garage e gli pare di decifrare quello che è nella sua mente.

Tobias Iop, al centro di Una luce purissima, non è stato in grado di superare un grave lutto e così, inesorabilmente, la morte si è allargata a macchia d’olio andando a ungere la sua intera esistenza, compromettendo il lavoro, la sua famiglia, le sue relazioni. Perso in una luce – purissima – che solo lui può vedere e da cui non riesce ad uscire per ritrovare il mondo, Tobias cerca disperatamente un varco, una via di fuga per tornare a quella realtà da cui aveva dovuto in qualche modo prendere congedo.

Un sospiro non è una cosa generica, non è mica come allacciarsi le scarpe o bere o ficcarsi un dito nel naso. Sospirare è fare un mucchio di cose contemporaneamente e tutte cariche di senso. Si tira dentro una bella boccata di mondo, si rimane per un istante senza fiato, preconizzando la morte, poi si caccia tutto fuori, rimanendo vuoti, nuovamente anticipando la fine esalando l’ultimo respiro. Oddio, è spirato. E oltre a queste, chissà quante altre ce ne sono, di questioni. Su viale Oberdan, al freddo, all’altezza del civico 749, alle spalle un supermarket e di fronte due palazzine gemelle impacchettate per imminente ristrutturazione, Tobias Iop sta sospirando per un mucchio di motivi. Uno di questi è che si trova, a cinquant’anni, a doversi muovere per la prima volta con i mezzi pubblici, l’altro è che al suo fianco, come lui in attesa, ci sono un barbone depravato, uno schizzato pieno di tic elegantemente vestito, una probabile bagascia e un mulatto con in spalla uno zaino che, per quanto Tobias Iop ne sa, potrebbe essere pieno di esplosivo e chiodi, bulloni e cazzi vari. E questo per non parlare di un gruppetto di adolescenti che si spintonano e fumano e bestemmiano. Loro li guarda in cagnesco, li vorrebbe semplicemente morti. In realtà guarda tutto e tutti in cagnesco e in cagnesco guarda pure il grande autobus azzurro che si avvicina barcollando sull’asfalto scoppiato in ampie isole di fango dopo le tremende piogge di quegli ultimi giorni. Con un sospiro sale e prende posto. Oh, no, il depravato e la vecchia bagascia si sono seduti vicini e subito fanno amicizia, manco si conoscono e già iniziano a farsi le coccole. Col dorso della mano Tobias Iop apre una via di fuga per lo sguardo nella condensa del finestrino. È stanco di sospirare per il lavoro perso, per i casini a casa, per il tracollo finanziario. Vuole rimettersi in carreggiata, darsi una ripulita, non vergognarsi di farsi vedere per strada. Sospira, fra le altre cose, perché a distanza di due anni non riesce ancora a pensare alla morte della figlia.

Frollo & Freiban segue invece le sorti di Egon Freiban e di Frollo, il cane che Egon aveva abbandonato. È un racconto sulla fedeltà, sulla difficoltà ad essere all’altezza delle promesse fatte, dell’idea di sé che si coltiva, degli obiettivi che ci si prefigge; ma è anche un racconto sulle contraddizioni che segnano una fedeltà eccessiva e senza residui, forse acefala, non frutto di vera scelta.

Lingua di fuori, magro, pieno di lividi ed escoriazioni, il pelo opaco, un canino saltato, la coda bassa, forse spezzata, Frollo zoppica più veloce che può lungo la SS148, chilometro 92, direzione sud. Sta seguendo un malinconico e forse malconcio istinto che sfida le macchine che gli sfrecciano di lato, i vortici d’aria creati da tir spaventosi e camion carichi di angurie. Frollo ha una paura maledetta e incomprensibile che però non ferma la sua disperata ricerca. Dove sei Freiban, dove sei?

Egon Freiban ha sbagliato vestito. È l’unico in giacca e cravatta. I colleghi di lavoro lo guardano schiumare nel suo non impeccabile completo di lino e gli sorridono, sbuffando e sventolandosi al posto suo, mentre lui, abbarbicato all’alto sgabello accanto al bancone, sorseggia una limonata e dietro le lenti scure che nascondono occhi velati da lacrimoni patetici, sta cercando la formula magica che gli permetta di smettere di sudare come un porco. Il sole lo investe anche dal basso, rimbalzando sulla superficie dell’acqua della piscina e sul lastricato chiaro e scivoloso della grande area recintata da palme nane disposte in fila su quello che è un gradone di cemento che affaccia su di un mare che non è in grado di concedere un solo sbuffo di brezza. Egon fatica a respirare e di certo non lo aiuta a darsi una calmata la vista di Ester Folsa che si muove nel suo vestito bianco. Ah, Ester! Erano ormai tre anni che era stata trasferita nella sua stessa filiale, piombando come una bomba, ufficialmente impiegata come consulente ai prestiti. Avevano per due anni lavorato gomito a gomito, separati solo da una paretina di cartongesso, ma da qualche mese, da quando era diventata direttrice della filiale, aveva completamente cambiato atteggiamento. O la cosa era iniziata già da prima? Egon Freiban sa solo che per quella donna ha mandato in malora il proprio matrimonio e che da quasi un anno viveva imprigionato in un monolocale di trentaquattro metri quadrati a stretto contatto con Frollo, il terrier che aveva portato con sé con la forza la sera in cui era stato costretto a lasciare casa. Non voleva quel cane, eppure l’aveva preso lo stesso, facendo piangere per la disperazione Jasmine, la figlia. Era più addolorata per la separazione dal cane che non da lui, e a pensare a quella scena Egon ancora batte i piedi a terra e digrigna i denti. Ma quello è il passato. Per più di due settimane Egon Freiban aveva pensato giorno e notte a questo piccolo viaggio di lavoro con gratifica e alla presenza di Ester Folsa che, fra le altre cose, odia selvaggiamente i cani. Solo che non se lo era immaginato così, e adesso si sente decisamente a disagio lì sul bordo piscina.

2 commenti su “Rovesci – Uomini che non sanno, né sanno di non sapere

  1. Renza
    settembre 30, 2018

    Sempre efficaci, questi racconti, filtrati dalla tua capacità umana di osservare e di tradurre in scrittura autentica tante vite desolate ( ma quante desolazione c’ è in ogni vita…). Bravo.

    • tommasoaramaico
      settembre 30, 2018

      Il problema non è il dolore, forse, ma, come dici, la “desolazione”, la terra bruciata e la solitudine in cui questo dolore si accresce e si eleva all’ennesima potenza. Ma, aldilà di tutto, grazie per il tuo apprezzamento.

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 29, 2018 da con tag , , .

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