Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ian Testa – Viaggio al termine dell’estate

Sogni

Le prime piogge di fine estate, violente, sconvolgono le giornate. Il vento forte strappa le tende, rovescia i vasi e gli stendini ancora carichi di costumi da bagno. Finiscono prima, le giornate. Non lo vuole, Ian Testa, questo nuovo anno alle porte. Il tempo non si ferma, però, non si cura della sua sete di ore e giorni necessari per comprendere. La borsa gonfia di carte è già sulla scrivania, di traverso, traboccante lavoro arretrato per cui non si sente sufficientemente intelligente, né determinato come in passato. Passerà. Il tempo modella e fa passare le cose. Brutti sogni, uno dopo l’altro, infestano le sue notti. Sogna la moglie sorridente, il volto di sempre, il resto del corpo coperto di fango e pietre o forse intonaco, che si sgretola e cade a terra scivolando dalle maniche della camicia e dal risvolto dei pantaloni. La moglie cade a pezzi. La facciata cade, va in rovina, svelando altro. Cosa? Notte dopo notte, le anime dei figli e della moglie, sempre in sogno, gli si presentano come luci soffuse cinte da argini di stoffa. No, sono dei lampadari, smontati e lasciati a terra, sul pavimento. Ian li guarda dall’alto in basso, pensando che non emaneranno luce ancora a lungo, perché staccati dai fili della corrente che penzolano dal soffitto nudo. Notte dopo notte, Ian fa brutti sogni, si sveglia per bere caraffe d’acqua e controllare le finestre, che tutte siano ben chiuse, ma per proteggere cosa? Poco o nulla c’è da rubare. Ogni notte un sogno nuovo. La moglie lascia l’anello su di un tavolaccio di legno, dimenticandolo fra altre cianfrusaglie, e a ben vederlo quell’anello è ormai solo un vecchio bullone arrugginito, rovinato e inservibile. Ian si alza tutte le notti e va a stendersi sul divano. Dormire gli costa una incredibile fatica, anche se notte dopo notte cede al sonno. E sogna. È bloccato fuori dal portone del palazzo dei vecchi genitori. È sera tardi e la moglie è dentro, oltre il portone dai vetri doppi attraversati da pesanti barre di metallo antiscasso. La fissa, lei che sta clandestinamente incontrando un altro uomo, solo che questo uomo sembra molto più giovane di lui. Li osserva, si avvicinano e stanno per baciarsi, poi un rumore rompe il silenzio e tutto si ferma. Quel rumore è lui che irrompe nella scena, infrangendo il sogno e mettendo fine al sonno. Si sveglia. Si alza dal letto in preda alla confusione e ad una cupa apprensione, incapace di cogliere l’assurdità del sogno. Non riesce a capire se quello che ha sognato fosse realmente accaduto, se era la rappresentazione di una confessione della moglie che lo aveva inseguito nel sonno o se era parto della sua mente e del suo spirito sfiancato, negli ultimi tempi, da qualcosa di cui non riusciva a cogliere la vera natura. Ian si stende sul divano, un piede nel sogno e l’altro, incerto, nella veglia. Non sa decidere, imbrigliato nelle immagini e oppresso dal carico di emozioni che gli riversano addosso. È veramente accaduto? Ian non riesce a dire di no, da principio. Poi si scuote, no, non è accaduto veramente. È stato il frutto di immaginazione, di fantasmi notturni. L’androne della scena era quello della vecchia casa dei suoi genitori, non è parte della sua, della loro casa casa. Pare acquietarsi, ma non del tutto, non con il cuore, incapace di sapere immediato, vuoto di fiducia, che ha la natura del lampo e dell’intuizione. Non così ha superato il dubbio che l’aveva preso alla gola, bensì con la logica ha sciolto il nodo. L’ha fatto attraverso la mediazione e con troppa lentezza, e così il nodo aveva avuto il tempo per farsi cappio e lasciarlo col fiatone. Passato pare il pericolo, ma non la paura e il dubbio che ancora possa accadere. Si addormenta, questo sì, ma presto si sveglia perché non è un buon sonno quello in cui viene catapultato in un treno che corre veloce e vuoto di passeggeri, a parte lui che lo attraversa in tutta la sua lunghezza senza riuscire a trovare posto, lì dove ogni posto è libero. Si sveglia. Si muove per casa, controlla porta e finestre, sbarra tutto. Non aveva mai avuto paura dei ladri, prima. Ma cosa potranno mai portargli via? O forse è già stato derubato di qualcosa? In un sogno si era trovato le tasche piene di soldi falsi, si era ritrovato rovinato, sul lastrico, nulla tenete. Chi glieli aveva rifilati, quei soldi, fregandolo a quel modo? È buio e nel buio molte cose si muovono.

Notturno

1. Il tempo non passa. Il tempo non trapassa. Il tempo se la spassa. Spassandosela erode e consuma le cose, polverizzandole e disperdendole. 1.1. Nulla può resistere all’agire spassoso e spassionato del tempo. 1.2. Spassandosela, il tempo non prova passione o compassione per le cose che corrompe. 1.3. Il divenire delle cose ha necessariamente in sé qualcosa di patetico, implica un patire, una sofferenza che si può presentare con maggiore o minore grado e intensità.

2. L’uomo è quell’essere in cui è acuito il sentimento di sé, o autocoscienza. 2.1. Lo spasso del tempo ha pertanto su di lui effetti sconvolgenti. 2.2. Il tempo muta la relazione che l’uomo intrattiene con sé, con i propri fini e i propri simili. 2.3. Se ogni relazione ha di per sé la natura dell’amore (2.3.a. L’amore per sé si manifesta come autocompiacimento, letizia e ben-essere. 2.3.b. Rispetto ai fini si manifesta come determinazione, volontà, idealità. 2.3.c. Rispetto ai simili si dà come amicizia, amore parentale, passionale e così via), allora questa passione è contraddittoriamente e dolorosamente soggetta al divenire, all’erosione, al decadimento. 2.4. L’amore è soggetto al tradimento. Questo rapporto è di senso rovesciato (rispetto a 2.3.). In senso non generativo, bensì corruttivo, si manifesta come autocommiserazione o tristezza (-2.3.a.), dubbio, apatia, cinismo (-2.3.b.), odio (-2.3.c). 2.5. In questo rapporto contraddittorio l’uomo perde necessariamente la propria innocenza. 2.6. Se l’innocenza è l’incapacità di nuocere, la sua perdita comporta l’acquisizione di una nuova abilità, far del male (a sé, ai propri fini, agli altri – vedi 2.3.a/b/c). 2.7. Non solo per lo spasso del tempo (vedi 1. e 1.1.), ma anche per la natura stessa dell’uomo (vedi 2.) il dolore sembra condizione dell’umano in quanto tale.

3. L’autocoscienza e l’acuto sentimento della caducità delle cose (vedi 2. e 2.1.) porta l’uomo ad erigere costruzioni (o relazioni) nel disperato tentativo di contrastare il tempo, ma il tempo (cui tutto è soggetto) influenza il suo stesso agire, determinando la mutevolezza del suo giudizio su di sé, i valori, gli altri. 3.1. L’uomo, a partire da tale condizione, tende naturalmente ad abbattere quanto (altrettanto naturalmente ha) edificato o a subire l’azione distruttiva di un suo simile. 3.2. L’operatività del tempo e la conformazione della natura umana possono portare gli uomini – nel tempo, per disperazione, difetto di energie o chiarezza di idee ed intenti – a rinunciare all’edificazione di qualsiasi cosa, rinunciando a sé, ai fini, agli altri. 3.3. Tale stato è denominato disperazione (ma può essere designato con altri termini) ed è apparente rinuncia ad amore.

4. Il nulla (che non è o è sempre qualcosa) è il rovescio dell’essere, il vuoto del pieno, l’angoscia della letizia, la stanchezza della forza. 4.1. Il tempo polverizza, sgretola, ma non nullifica. Tutto quanto in qualche modo è stato non può essere ridotto a puro niente – si dà sempre un residuo. 4.2. Pertanto nel buio e nella disperazione del non-senso qualcosa brilla, poiché se qualcosa è effettivamente stato, allora su questo lo spasso del tempo non ha alcun potere, o presa. 4.3. Il tempo non ha potere sugli errori commessi, sui torti subiti, sul bene ricevuto o donato. Tutto questo si deposita nella memoria e nel corpo, determinando il rapporto che l’uomo intrattiene con sé. 4.4. Qualcosa permane, a metà strada fra essere e non essere. 4.5. Questo qualcosa agisce, le sue vie sono molteplici. 4.6. Origine e fine del “qualcosa” si toccano lì dove il tempo, ritornando su se stesso, se la spassa con sé, in sé, per sé. L’erosione muta di segno, il tempo passa, qualcosa trapassa, qualcosa di nuovo può finalmente darsi. Lo spasso, non più distruttivo, è finalmente e nuovamente ri-creativo (nei suoi molteplici significati).

5. In modo diverso, contraddittorio, opaco a se stesso, per vie incomprensibili e spesso oltremodo dolorose, e in alcuni casi fatali, tutti sono in cerca del proprio bene.

6. Se pure esiste altra e più alta saggezza, Ian Testa non la conosce. 6.1. Questo sapere lo rende umano e al momento si accontenta. Nel buio della notte coglie un lumicino.

Mattinale

Il riposo di Ian Testa finisce prima della fine della notte. Quando si rassegna alla veglia gli altri sono ancora immersi nel sonno. Per il giorno deve attendere il tempo delle cose, il movimento degli astri e dei pianeti, cose grandi e che non comprende, lui che ha l’occhio miope fisso allo spiraglio della serranda, riducendo la realtà a poca cosa. Fa giorno, infine. Ian ha già bevuto quattro caffè, quando la moglie finalmente si sveglia. La osserva, no, non perde calcinacci e fa cenno di no, quando lei gli chiede se ha dormito male, e poi di sì, quando lei gli dice che però è finito sul divano per l’ennesima volta. No, non sa perché. Sì, ha fatto degli incubi, ma no, non ha voglia di raccontarli. La solita roba, quella noiosa di sempre. L’acqua del mare che si gonfia fino a raggiungere il cielo, lui bloccato al telefono intento a chiamare qualcuno che non risponde e cose risapute. Sì, prende con piacere un altro sorso di caffè. “Ci vorrei anche del latte” le risponde quando lei gli chiede perché non la guarda negli occhi. Guarda fuori, oltre i vetri della finestra, in realtà.

7 commenti su “Ian Testa – Viaggio al termine dell’estate

  1. Ivana Daccò
    settembre 1, 2018

    6. Se pure esiste altra e più alta saggezza, Ian Testa non la conosce. 6.1. Questo sapere lo rende umano e al momento si accontenta. Nel buio della notte coglie un lumicino.

    • tommasoaramaico
      settembre 1, 2018

      È più forte di me, ma fatico a tollerare Ian Testa; non lo tollero perché, a modo suo, è più forte di me.

  2. Ivana Daccò
    settembre 1, 2018

    No, perché? Mi pare insista, giustamente, per vivere. Quando ti deciderai a lasciarglielo fare?
    Attendo il libro. Che, oviamente, a quel punto, vivrà la sua vita e non infesterà più la tua.

    • tommasoaramaico
      settembre 1, 2018

      Hai perfettamente ragione. Qualcosa ne verrà fatalmente fuori. La mia unica virtù è la pazienza.

      • Ivana Daccò
        settembre 1, 2018

        Ci conto. E ci conta, mi pare, anche Ian

  3. Renza
    settembre 2, 2018

    Scuote l’ anima sua, Orfeo, si potrebbe dire, parafrasando Saffo. I sogni di Ian Testa sono angoscianti, terribili. Quei sogni che svelano il rimestio del nostro Es, le paludi che agiscono senza il nostro consenso e che rivelano contenuti spaventevoli. Hai descritto con molta efficacia l’ angoscia e la paura di rivelare certi terrificanti contenuti che produciamo nell’ inconsapevolezza ( ?) dei sogni.
    Dovresti però suggerire a Ian, se ancora non l’ ha fatto, di leggere i primi romanzi di Paul Auster, La Trilogia di New York, pieni di situazioni angoscianti ( persone che vivono sui marciapiedi, che hanno perduto affetti importanti e si sono perse). Hanno l’ effetto terapeutico di assorbire le angosce. Auster ha dichiarato di averli scritti proprio per portare all’ esterno le proprie paure e, a mio parere, funzionano davvero.

    • tommasoaramaico
      settembre 3, 2018

      Grazie Renza. Ebbene sì, devo ammettere che Ian Testa è poco incline a lasciarsi influenzare (non è necessariamente una qualità, non sempre, almeno) e neppure la giustamente celebre Trilogia di Auster, letta qualche tempo fa, sembra aver prodotto effetti degni di nota. Ma del resto tu parli di “contenuti spaventevoli” e “rimestio” dell’es e per questo ordine di cose non ci sono strategie ultime, ma solo occasionali avvistamenti, timidi avviccinamenti e confuse comprensioni.

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 1, 2018 da .

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