Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Del rimanere o diventare umani

Mare luogo di svago, mare pietra di scandalo. Bambini che sguazzano in acqua mentre le madri, abbronzate, sono lì sul bagnasciuga a controllarli. Bambini fra le onde, lì dove il mare non offre riparo, dove non c’è appiglio, dove il fiato e i muscoli non bastano per farcela, lì dove le bocche e gli occhi delle madri sono offuscati dall’onda gelida e indifferente – lì dove qualcun altro è necessario, per sopravvivere. Molti sono già andati o stanno per andare al mare, magari nei pressi di quelle stesse località che da tempo sono teatro di sbarchi, luoghi che, ultimamente, sono diventati approdi negati. Come ogni anno, da sempre, fra coloro che lì si recheranno ci sarà anche il sottoscritto, perché lì affondano radici e affetti ancestrali che, al di qua di ogni sforzo della memoria, hanno preso in carico il mio corpo e il mio stesso essere per curarlo, sfamarlo, pulirlo, consolarlo…lì, in quei luoghi, qualcuno che adesso è anziano fino al confine ultimo con l’assenza, mi ha donato la mia stessa umanità.

Siamo nel bel mezzo una vera e propria inondazione di messaggi, di un torrente di parole, di discorsi, immagini e, ancora, analisi approfonditissime e macabre prese di posizione. Questo post non ha la pretesa di contribuire al dibattito. Mancano l’autorevolezza, i mezzi, gli strumenti e soprattutto le adeguate capacità per tenere insieme tutti gli argomenti attualmente in circolazione. Questo post ha una funzione propedeutica, nasce dal tentativo/esigenza di fare un poco di ordine, così da poter maturare la speranza di poter comprendere non solo dove si è giunti, ma anche perché si è giunti fin qui.

Rimanere umani, si ripete. Questione scottante, bruciante fino all’ustione. Se ne parla molto – per fortuna – alle volte lo si fa senza un’adeguata indignazione, altre con grande trasporto, ma non sempre in modo convincente e con i giusti argomenti. Rimanere umani, formula evocativa. A pensarci bene, se si va a smontarla e a lavorarla analiticamente, dentro vi si scorge una premessa che andrebbe esplicitata: dire “rimanere umani” significa affermare che non bisogna lasciarsi sfuggire ciò che in fondo già si è, ossia umani, capaci da sempre e naturalmente, per essenza, di essere socievoli, solidali, disposti a mettere da parte le proprie esigenze per far largo alla domanda di aiuto e soccorso dell’altro, chiunque esso sia – anzi, a prescindere da chi esso sia.

La Storia, purtroppo, smentisce questa convinzione. Inutile andare a ripescare gli orrori che lastricano il cammino dell’uomo, ci sono i libri di storia, per questo. Ma lasciando da parte i grandi eventi e ricorrendo alla memoria a breve termine, tornano subito (dovrebbero tornare) in mente il clamore, lo sdegno, il senso di colpa collettivo suscitati dal naufragio del 2013 a largo di Lampedusa. In questo passato prossimo ci sono più di trecento morti, le bare allineate che sembravano non dover finire mai – le bare dei bambini, feretri bianchi. Di lì l’operazione Mare nostrum. Certo, non tutti erano d’accordo, anzi, ma quelle bare, tutte quelle bare, sono state una diga contro i discorsi più scellerati. Adesso? Stesso paese, stesso fenomeno migratorio, una manciata d’anni di distanza. Cosa è accaduto? Un sentire è via via maturato intorno a noi, ha preso corpo, e così lo sguardo prima solo torvo ha partorito parole, messaggi e, infine, si è fatto urlo e protesta rabbiosa. Montato fino all’inverosimile, è esploso, contaminando il discorso pubblico. Il discorso dominante ha preso altre viene e trovato nuove parole d’ordine. La retorica dei respingimenti, il continuo dispensare facce truci, parole intrise di violenza. Cosa è accaduto? Secondo l’invito a “rimanere umani” e all’idea di uomo che veicola, saremmo in preda di uno smarrimento senza precedenti, improvvisamente incapaci di far nuovamente emergere qualcosa che già è e che sarebbe sepolto sotto una valanga di rabbia, odio, frustrazione, ignoranza, disagio.

Eppure nella storia del pensiero esistono altre idee e ben altre definizioni di uomo, rappresentazioni che lo dipingono con tratti diversi, più duri e, infine, a tinte fosche. Attenti a non risvegliare la bestia. L’uomo sarebbe lupo per gli altri uomini, dominato dalla volontà di potenza e irrimediabilmente e fatalmente mosso dall’egoismo e dalla ricerca del proprio piacere e tornaconto. Gli uomini si aggregano ed entrano in comunità secondo altri principi non espressi, ma operanti secondo legge di natura o giù di lì – famiglia, lingua, nazione, tradizioni e, nelle sue forme più estreme, sangue e terra. A partire da questa impostazione (anche a prescindere dalle sue derive più radicali) il presente non sarebbe altro che l’emergere della vera natura dell’uomo, non sarebbe altro che la ribalta liberatoria di una natura, di un’essenza che, a dispetto del progetto della Civiltà e della moralizzazione dei popoli, non può che emergere ciclicamente grazie ai “provvidenziali” nei momenti di crisi – basti, ancora una volta, andare a sfogliare qualche libro di storia.

Ma ce n’è almeno un’altra ancora di definizione possibile, e questa rigetta ogni ricorso forte alla nozione di essenza o natura ultima ed immutabile la cui manifestazione può essere più o meno velata o ostacolata. Secondo questa posizione l’uomo non custodirebbe una essenza o umanità data una volta e per tutte, bensì una natura estremamente elastica e plastica, tale da essere modellata a partire dal contesto storico, politico, economico. L’uomo sarebbe dunque modellato, ma non stravolto dagli eventi, poiché non vi sarebbe una sua naturale conformazione – e dunque nulla da stravolgere. Ed ecco che, alla luce di quest’ultima prospettiva, il fenomeno in atto non sarebbe una perdita di identità dettata da una visione distorta della realtà o da un atteggiamento schizofrenico, ma il necessario “mutamento di espressione” derivante dai sempre più repentini cambiamenti del contesto in cui ci troviamo immersi. Stesso volto, diversa espressione, passata da una comprensiva ed apprensiva (umana) ad una più dura, a tratti truce e persino cinica e spietata.

Dunque, la capacità di essere umani è andata perduta? È, al contrario, finalmente incarnata? O, da ultimo, la sua attuale manifestazione sarebbe l’unica possibile data la condizione attuale?

Non so rispondere. Queste timide considerazioni, ripeto, servono (inizio a dubitare di aver preso la strada giusta) solo a fare un poco di ordine e nulla più. Le analisi onnicomprensive, definitive, nette, sono altrove. Trovarle è semplicissimo, sono di pubblico dominio. Alcune di queste autorevoli analisi le condivido, ma mi sono reso conto che non sapevo bene il perché di tale assenso, e queste poche righe nascono esattamente da tale consapevolezza. Nessuna delle tre “idee di uomo” – e dunque della sua capacità di entrare in relazione con l’altro uomo – che ho estrapolato dal dibattito in corso può essere rigettata, così come nessuna delle tre può ergersi a chiave di volta per risolvere l’intera questione, pena un riduzionismo ed un dogmatismo che fanno cadere nel pregiudizio – del resto la natura del pregiudizio sta proprio nell’esprimere un giudizio prima di aver veramente vagliato ciò che è oggetto del giudizio stesso.

È indubbia, nell’uomo, la presenza di una naturale capacità di guardare l’altro uomo negli occhi, ma questa capacità non è ancora il segno indubitabile di quell’umanità cui si fa appello, poiché gli uomini da principio si incontrano per mezzo di un senso di appartenenza che si fonda su somiglianza e per opposizione al diverso. Questa non è “umanità”, poiché tale naturale disposizione fonda in realtà gruppi contrapposti secondo la logica “amico-nemico” (famiglia, gruppo etnico, patria, popolo e così via, sono le parole d’ordine). Del resto, i discorsi manichei, i discorsi delle “anime belle“, non solo non considerano come la disposizione al male e all’egoismo siano parte dell’uomo, ma neppure sono disposti a riconoscere che il loro stesso discorso diventa dogmatico (e dunque violento) nel momento in colloca tutto il male nel campo dell’altro e rastrella tutto il bene per collocarlo nella propria parte. Questa posizione è speculare a quella che criticano, è (a qualcuno di questi piacerà questa espressione) priva di dialettica e pertanto non sta facendo altro che confermare ciò che (giustamente) critica. Questo avviene tutte le volte che ci si colloca all’interno di una opposizione in cui è previsto che qualcuno assuma la parte del mostro – questo ovviamente non esclude che alcune posizioni emerse siano indiscutibilmente “mostruose”. 

Lo insegnano anche le fiabe: non si va dal mostro per dirgli che è un mostro, ma per fargli comprendere che mostro in realtà non lo è. Lo insegnano, le storie: quando un mostro viene ucciso, viene uccisa la mostruosità. Ma per dire veramente al mostro che non è un mostro bisogna che l’eroe rinunci alla propria pretesa purezza. Ben conscio di non avere strumenti per dire e pensare, cerco di riassumere.

La vita si umanizza nel tempo. Non si nasce umani, ma si viene resi umani e poi si deve lottare per rimanere tali. Voglio cadere in (un’apparente) contraddizione: si impara ad essere umani diventandolo. Lo si diventa grazie a quelli che ci sono intorno e che si prendono cura di noi. Ma è subito dopo che inizia il tormentato, faticoso e lungo percorso per umanizzare l’altro al di là della stretta cerchia di quanto è noto, simile. Questo lavoro prevede l’incontro così come lo scontro e i suoi esiti dipendono in buona parte da quanto ci riserva il destino o il caso, il luogo di nascita, la famiglia che ci è toccata in sorte, le condizioni economiche e sociali in cui siamo calati. Senza deresponsabilizzare, ma aprendo un nuovo spazio di libertà ed autodeterminazione, bisogna però sempre tener presente che molti sono i fattori in grado di compromettere il buon esito di questo percorso – che tale capacità di “essere umani” venga compromessa, abbandonata o mai veramente cercata. Questa umanità è dunque frutto di difficili acquisizioni, repentini scivoloni e ri-partenze da zero. Per rimanere umani, dunque, si deve prima diventarlo.

Un ultimo appunto. Ma che ci fanno considerazioni del genere in uno spazio che (almeno all’apparenza) si tiene a riparo, se non a distanze siderali da questioni di stretta attualità, e in modo particolare dalle vicende politiche? Qui si parla solo di Letteratura – cercando in tutti modi di non cadere nella più cupa banalità. Ma non è forse compito della Letteratura quello di svegliare l’uomo dal torpore e, svegliandolo, di donare tridimensionalità e consistenza a se stessi e all’altro? Non è questa consistenza un primo barlume di umanità da coltivare? La Letteratura, che però non può permettersi di cadere in un insopportabile paternalismo o moralismo, ha il compito di rompere le facili identificazioni, di smontare visioni consolatorie della realtà e dell’uomo che la abita. Svegliare di soprassalto, all’improvviso e per mezzo dell’incontro dell’umanità che dall’altro (anche quello del racconto) trasuda…far vomitare anche una sola, semplice frase, magari mentre si è al mare, in questo mare che può assumere molti volti, volti a noi sconosciuti, espressioni capaci di gettare nell’orrore chi ne è in balia. 

Quelle donne, quegli uomini e quei bambini sono reali…

21 commenti su “Del rimanere o diventare umani

  1. Alessandra
    luglio 14, 2018

    Ecco, su questa faccenda, come anche su altre, sono proprio i discorsi manichei quelli che mi irritano maggiormente… Preferisco le persone che esitano nel dubbio, perché consapevoli della complessità della situazione e dell’impossibilità di giudicarla onestamente (e in toto) al di là dei pregiudizi e del credo politico, piuttosto che quelle ferocemente arroccate su una posizione o l’altra, con le quali è quasi sempre impossibile stabilire un dialogo equilibrato. Belle le riflessioni finali sulla letteratura, credo anch’io che possa “in certi casi” risvegliare quell’umanità, spesso scordata e sepolta, che tutti ci portiamo dentro.

    • tommasoaramaico
      luglio 14, 2018

      Grazie Alessandra, ero incerto se pubblicare o meno questo post. E lo ero proprio a partire dal contesto e dalla tempesta di parole che confonde e ammutolisce – ma dato che si vive di “discorsi” alla fine l’ho lasciato andare.

  2. Alessandra
    luglio 14, 2018

    Hai fatto bene. C’è discorso e discorso, ma nei tuoi si trovano sempre validi (e umili) spunti di riflessione. Miracolosamente privi di quella supponenza che si trova in giro da altre parti.

  3. Guido Sperandio
    luglio 14, 2018

    E qual è la soluzione pratica? La Letteratura? Cioè…?
    Chiedo umilmente aiuto 🙂

    • tommasoaramaico
      luglio 14, 2018

      Come sempre sagace. Trovare una soluzione non spetta certamente alla letteratura, ma alla politica, ovviamente – il contributo della letteratura (anche se non solo della letteratura) può essere (credo) quello di contrastare, anzi e per dirla socraticamente di “sbugiardare” i discorsi a effetto, quelli rumorosi e privi di consistenza, obbligando a ben altri “giri di pensiero” e ad un sentire altro…

      • Guido Sperandio
        luglio 14, 2018

        Temo che la letteratura (e non solo la letteratura) sia ormai compromessa vuoi in ossequio al marketing vuoi per posizionamenti personali, per cui anche i suoi protagonisti sono altrettanto protesi in discorsi a effetto. Gli abatini sono passati dalla Corte del Re Sole ai social, ai proclami supportati da pierre.

      • tommasoaramaico
        luglio 15, 2018

        Purtroppo il tuo timore è fondatissimo. Tanto clamore, anche da chi dovrebbe invitare ad una vera analisi dello stato delle cose. Non è così, è un fatto. Però esistono discorsi e posizioni meno rumorosi, ma per questo più efficaci, perché chi li fa propri lo fa per davvero, senza urla o isterie. É in questo modo e passando per piccoli numeri che cose buone – e con queste la buona letteratura – possono diffondersi. A tale proposito mi vengono sempre in mente le piccole braci estive, dove la cosa più divertente (mi accontento di poco, ma questo si era capito) è vedere come da un singolo pezzo di carbonella e “per contatto” il calore si propaghi a quelli circostanti e da quelli si diffonda ancora, secondo vie e logiche impreviste ed imprevedibili. Può sembrare ingenuo, ma in un mondo strutturato da discorsi dominanti ed impersonali, questo mi pare un piccolo spazio di libertà.

      • Guido Sperandio
        luglio 15, 2018

        Efficace la similitudine della brace, rende perfettamente e immediata la tua idea. E sì, realmente avviene come tu affermi. Ma è solo una delle tante possibilità che la brace effettivamente si espanda. A volte sì, ma a volte viene soffocata, subito da un intervento repressivo. O successivamente nel corso dell’espandersi. In sintesi, mi rendo conto che torna a riaffiorare l’eterno discorso della contrapposizione tra il bene e il male, i cui esiti, vediamo dalla Storia, sono alterni. Ma a questo punto, temo di allontanarmi troppo da quello che era lo spunto iniziale del tuo post

      • tommasoaramaico
        luglio 15, 2018

        Non credo che tu ti sia allontanato, ma solo che tu abbia (giustamente) collocato il discorso entro un orizzonte più ampio. Per il resto, ogni discorso deve affrontare la prova del nove della realtà. Questo implica il rischio della sua riduzione al silenzio o distorsione. È nella natura delle cose.

      • Guido Sperandio
        luglio 15, 2018

        Esatto 🙂

  4. Alessandra
    luglio 15, 2018

    Non è una regola e non è detto che funzioni con tutti, ma ci sono dei romanzi che, trattando di certe esperienze umane, perlopiù difficoltose o dolorose, riescono ad arrivare nel profondo del lettore, destando risposte emotive fino a quel momento sopite. Con il ricorso a storie e casi particolari, con un utilizzo evocativo delle parole, l’opera letteraria può innescare un turbamento dei sensi, può mettere in moto il nostro apparato d’interpretazione simbolica, risvegliare le nostre capacità di associazione e provocare un movimento interiore le cui onde d’urto si fanno sentire a lungo dopo la lettura. In riferimento sempre alla “buona” letteratura, non a quella superficiale o edulcorata o faziosa, credo che in molti casi possa aiutare non solo ad ampliare la nostra comprensione del mondo, ma anche a farci diventare un po’ più empatici, più aperti e sensibili verso certe problematiche… Quindi, in definitiva, un po’ più umani. Certo non basta, non basta di certo la letteratura per risvegliare le coscienze, ma se lo scrittore è così abile da farmi calare a fondo nei suoi personaggi, al punto di farmi quasi provare le loro stesse sensazioni, se è così abile da farmi scaturire importanti riflessioni nel corso della lettura, mettendo in gioco situazioni che riescono a riflettersi -anche solo in minima parte- nella realtà che sto vivendo o che mi circonda, io ne esco comunque trasformata da quella lettura, magari non me ne accorgo subito ma qualcosa, nel frattempo, si è comunque mosso dentro di me, o meglio ancora diciamo che si è “allargato”… E questo può succedere anche con romanzi di altri tempi o ambientati in altre epoche, capaci di mantenersi sempre eterni per il messaggio che recano, per le emozioni che suscitano, come ad esempio Furore di Steinbeck e Delitto e castigo di Dostoevskij, per limitarmi a due soli casi. Perdonatemi la lunga tirata, che forse è andata troppo in là con il discorso… Mi fermo qui e taccio per sempre.

    • tommasoaramaico
      luglio 15, 2018

      Mentre leggevo il tuo commento, che è nota a piè di pagina (tutti sanno che le note sono spesso più importanti del testo da cui sono generate), pensavo proprio a Steinbeck, autore cui pensavo (anche senza esplicitare) mentre scrivevo il post stesso. La vera scrittura, così come la vera lettura portano un sommovimento, un piccolo terremoto che dal soggetto, che è epicentro, luogo in cui si perde qualche certezza. Crepa anche per gli altri. In queste crepe, in queste fessure si apre lo spazio di libertà di cui parlavo e che tu magistralmente hai esplicitato nella tua “lunga tirata”.

  5. dragoval
    luglio 15, 2018

    Sembra che ormai il ruolo che una volta era degli intellettuali, ovvero esponenti riconosciuti della cultura necessariamente critici , ovvero in grado di sottoporre a giudizio (non a processo!) la società e la classe politica che in un determinato momento storico la rappresenta, sia ormai affidato quasi esclusivamente a spazi come questo; forse perché la libertà di espressione è necessariamente, temo, una prerogativa della gratuità della stessa, dell’affrancamento da ogni obbligo contratto sulla base del do ut des .
    Dunque una scrittura come la tua, in cui l’analisi ragionata di una questione (e quale questione!) si sostituisce agli slogan e alle dichiarazioni tranchant di cui i social media traboccano, sterilizzando così sul nascere, anche con le migliori intenzioni, qualsiasi sviluppo di forme di pensiero autonome e magari dissenzienti, si rivela non tanto apprezzabile ed opportuna quanto disperatamente necessaria.

    • tommasoaramaico
      luglio 16, 2018

      Grazie. Hai posto l’accento su quanto possa essere decisiva la parola non monetizzare, né monetizzabile, poiché sempre più spesso pare che anche quelle voci che negli anni avevano costruito una loro autorevolezza siano entrate in un circuito in cui vige l’equazione parola-moneta. Forse non può essere altrimenti. Forse solo il discorso “affrancato da ogni obbligo” può permettersi certe libertà: darsi e pretendere tempo, essere analitici, aperti e non conclusivi – il grande rischio da correre sta nel portare avanti un discorso bolla-di-sapone, bello ma destinato a scoppiare, puff…

    • Alessandra
      luglio 16, 2018

      Bellissimo commento, condivido ogni parola.

      • Alessandra
        luglio 16, 2018

        Mi riferivo a dragoval (ciao Valeria, un abbraccio!), ma concordo anche con le parole di Tommaso 🙂

  6. Ivana Daccò
    luglio 16, 2018

    Tommaso ci ha proposto una riflessione importante. La prova sta nella ricchezza dei commenti. Ora, ho un bel po’ di cose su cui riflettere.

    • tommasoaramaico
      luglio 16, 2018

      Grazie Ivana. Ripeto, un post è soddisfacente solo quando i commenti contribuiscono a spiegarlo, approfondirlo e persino stravolgerlo.

  7. Renza
    luglio 20, 2018

    Non è semplice commentare questo tuo post, molto bello, ricco di interrogativi , dubbi e non di verità infatti solo ora cerco di buttare giù qualche riflessione.
    La perdita dell’ umanità è una china pericolosa, spaventosa. Di fronte alla quale occorre essere decisi, esibire delle certezze : i diritti umani non possono arretrare. Il diritto alla vita, alle cure, all’ istruzione sono universali perché un diritto o è universale o è un privilegio. C ’ è un saggio molto importante uscito da poco di Luigi Ferrajoli , Manifesto per l’ uguaglianza, Laterza, completo, chiarissimo dove il concetto di uguaglianza è sviscerato in tutti i suoi aspetti perché egli, da filosofo del diritto qual è, sostiene quel principio è non soltanto un valore politico fine a se stesso e la principale fonte di legittimazione democratica delle pubbliche istituzioni ma soprattutto un principio di ragione. Essere umani dunque è un obbligo democratico.
    La letteratura e non la politica. Certo, la seconda non risolve i problemi, ma ne crea di fittizi per mantenere se stessa. La prima è fonte di conoscenza, di empatia ma…il problema è che convince chi è già convinto!
    Ho riletto, dopo il tuo post, Esame di coscienza di un letterato, il testo di Renato Serra. Uno scorcio diverso dal tuo : la sua, una difesa della letteratura in tempo di guerra; il tuo, un richiamo ( alla letteratura). Sempre ad essa, tuttavia, ci si rivolge….

    • tommasoaramaico
      luglio 20, 2018

      Cara Renza, non conoscevo il testo che hai citato, ma data l’urgenza del tema sembra essere una lettura importante. È tristemente vero quello che dici: la letteratura spesso convince chi già lo è è così rischia di risolversi in un arido gioco di specchi, un esercizio di narcisismo. Tuttavia, il ruolo della letteratura (di certa letteratura) mi pare sempre e comunque imprescindibile – poiché nella sua capacità di “offrire” l’uomo pianta una spina nel fianco del lettore e questo, prima o poi, dovrà prendersi cura di questa ferita, è cioè della sua stessa umanità. Come sempre, grazie per il commento.

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 14, 2018 da .

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