Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Appunti sparsi – Scritto con le feci

Lollo si separa dalla propria immagine riflessa allo specchio. Si separa dai capelli spettinati, dai piedi scalzi e dalle unghie mordicchiate, dalla canottiera bianca e i pantaloncini verdi. Si separa dai suoi cinque anni e dal silenzio che avvolge la casa, rendendola spettrale. Lentamente attraversa il corridoio chiuso nella penombra del primo pomeriggio fatto di serrande abbassate per difendere l’appartamento dal sole di luglio, dall’urlo delle cicale, dal silenzio del mondo strangolato dai potenti raggi del sole. Tocca la parete, i polpastrelli delle dita corrono lungo la carta da parati plastificata che, ruvida com’è, gli fa il solletico e gli assicura che tutto quello che lo circonda è reale e non un sogno. È reale lui, così come lo sono il suo corpo, il telefono, i pochi libri impolverati, i panni sporchi buttati a terra, in bagno. Montagnola maleodorante. Passa davanti alla porta accostata della camera da letto. Si ferma. Lento, senza far rumore, la apre quanto basta per infilare dentro la testa e guardare la madre stesa, il volto perso fra i cuscini. Sono mesi che sta stesa a quel modo, a meno che non sia obbligata ad alzarsi per andare a lavoro o per mangiare. Come può essere così stanca? Più dorme, più è stanca. Lollo non capisce, ma ha capito che non deve chiedere nulla, se non vuole rischiare di finire nuovamente in balia dell’ira della madre. Non l’aveva mai conosciuta prima e il dolore nel corpo non era stato nulla rispetto al dolore morale, alla pena che aveva provato per sé e per la madre, che era rossa, urlante e sfigurata. Un essere orribile. Non era mai stata orribile, la madre – Non piangere, mamma, svegliati, solo questo aveva detto – Sei scema, forse aveva detto anche questo, pentendosene, ma era così agitato che si era lasciato scappare un’accusa che non sapeva di aver formulato dentro di sé – Sei stata tu a far andare via papà, aveva detto. E lei si era scatenata. Una pena enorme sente Lollo solo a sfiorare l’evento col pensiero.

Reprime l’impulso di chiamare la madre e si allontana dalla camera da letto. Si infila in cameretta, cammina sui giocattoli sparsi a terra, carboni ardenti che premono sulle piante dei piedi rese nere dai pavimenti sporchi. La mamma non pulisce da un po’ di tempo. Lollo cerca qualcosa che possa attirare la sua attenzione, ma è come se fossero tutti rotti, inservibili. Prende un soldatino, ma lo lascia cadere a terra. Grandi battaglie campali aveva organizzato col padre. La mamma non era mai stata brava a giocare, né a raccontare storie. Il padre le inventava e lui ascoltava e faceva domande e il padre lo ascoltava sempre con grande attenzione, prima di rispondere. Lollo sente male alla pancia. Saltellando esce dalla cameretta e va in cucina, dove si versa da bere. Nel lavandino una montagna di piatti sporchi. La nonna era tempo che non veniva a casa. Non voleva più vedere la mamma, non la sopportava. Capita che i nonni lo passino a prendere per portarlo a dormire da loro. Vanno al parco, mangiano pizza e dolci, guardano i cartoni e parlano. È divertente, ma non è la stessa cosa di prima, soprattutto non gli piace tanto l’odore delle loro lenzuola. Lollo picchia col tallone sul pavimento mentre pensa alla barba del padre. L’acqua gli va di traverso. Tossisce quasi fino a vomitare. Prende un biscotto secco, abbandonato sul tavolo su cui una banana sta maturando fino a marcire. Siede a terra e mentre mangia un biscotto segue il lavorio delle formiche che in una fila ordinata e caotica al tempo stesso, trasportano briciole di pane e porcherie varie dal tavolo fino alla finestra che dà sul terrazzo.

La campana della chiesa suona tre rintocchi. Lollo si alza e va in bagno. Gioca un po’ con l’acqua e bagna a terra. Non fa attenzione, tanto non c’è più nessuno a controllarlo. Presto si annoia. Va in salone. Cammina si lato, tipo granchio, pur di non incontrare con lo sguardo la scrivania del padre. Lì ci sono le sue penne, i suoi fogli, i libri, i disegni. Si gratta i capelli, forte. Lo fa perché sono sporchi e sudati, lo fa perché gli fa male la pancia, lo fa perché al momento non sa proprio cosa altro potrebbe fare. Anche se sa che non dovrebbe, si avvicina alla scrivania del padre. Sale sulla sedia, che è soffice e grande. Prende una matita ed un foglio. Inizia un disegno, ma lo lascia a metà. Un paio di lacrime increspano la carta. Forse è per il mal di pancia, forse no. Finisce il disegno. Prende il foglio e va a stendersi sul divano. Accende la televisione a basso volume. Smanetta col telecomando fino a trovare un cartone animato. C’è qualcosa che si muove, ci sono delle parole. Lollo sorride, un istante solo, però, poi smette di muoversi, respira appena e, infine, si fa oggetto fra gli oggetti.

Una donna si alza. Ha da poco compiuto trentaquattro anni, ma sente già una grande stanchezza. Chiama il figlio. Lo chiama veramente o ne pensa solo il nome? Morena ha la bocca impastata, forse non riesce più ad averne vera padronanza. Sa ancora parlare? Esce dalla camera da letto, questa volta chiama per davvero il figlio – Lorenzo…non lo sa nemmeno lei perché si mette a correre e va a cercarlo nello sgabuzzino, irrompendo e portando scompiglio fra scope, flaconi di detersivo e vecchi oggetti abbandonati che andrebbero buttati una volta per tutte. Morena corre in cameretta, lasciando aleggiare lo sguardo annebbiato sui giocattoli abbandonati a terra, svuotati di senso dal figlio. Va in cucina e solo a stento riesce a realizzare lo scempio, perché quello scempio è lei – Lollo, chiama ancora. Finalmente lo trova. È in salone, steso sul divano, addormentato. Il corpo snello pare disarticolato, le membra sciolte l’una dall’altra. Ha ancora uno scheletro? Sembrerebbe di no. C’è un foglio, a terra, sul tappeto pieno di briciole e pezzetti di carta. Sopra c’è disegnato un viso, capelli lunghi e mossi, una barba folta. Il volto di Morena è sul punto di scomparsi e andare in frantumi, per l’ennesima volta. Guarda ancora il figlio, la sua bellezza. Sospira e, sospirando, si rende conto del fetore che aleggia nel salone. Alza gli occhi oltre la figura del figlio, e vengono colpiti, i suoi occhi, pugnalati con violenza inaudita dalle strisce di merda che deturpano il divano foderato di una bella tela rosso scuro. Si avvicina al figlio e ne prende le mani, studia le dita sporche, le unghie disgustose pregne di feci. Trattiene un conato di vomito che lo fa svegliare – Che hai fatto, gli chiede – Non lo so, dice Lorenzo, che fatica ad aprire gli occhi impastati dal sonno.

Morena, il figlio in braccio, va a prendere il telefono. Fa partire la chiamata e quando rispondono avvicina il cordless all’orecchio del figlio, che ritorna in sé – Papà…

10 commenti su “Appunti sparsi – Scritto con le feci

  1. Guido Sperandio
    maggio 26, 2018

    Uno spaccato di vita… istruttivo.

  2. Alessandra
    maggio 27, 2018

    Le emozioni represse trovano a volte i canali più inusuali per venire alla luce. Per gridare il loro disagio interiore, la loro sofferenza. Con poche spennellate hai detto tutto e anche di più.

    • tommasoaramaico
      maggio 27, 2018

      Grazie Alessandra. Hai colto perfettamente le motivazioni di fondo di questo piccolo esercizio…

  3. Renza
    maggio 27, 2018

    Concordo con Alessandra. hai detto molto di più. Molta sofferenza, speriamo che la telefonata abbia aperto uno spiraglio.

  4. Ivana Daccò
    maggio 30, 2018

    Quanta fatica. Ma c’è un’apertura, c’è sempre.

    • tommasoaramaico
      maggio 31, 2018

      Mi hai fatto ricordare i celebri (nonché splendidi) versi di Dylan Thomas “The force that through the green fuse drives the flower/
      Drives my green age…”

  5. Ivana Daccò
    maggio 31, 2018

    E io ti devo ringraziare. Mi hai fatto scoprire una intensisima poesia che non conoscevo, di un poeta che, altrettanto, non ho frequentato e che ora entrerà tra i miei bisogni.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 26, 2018 da con tag , .

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