Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Identità dignità istituzioni

Uno degli assetti sociali fondamentali nella società moderna è che l’uomo tende a dormire, a divertirsi e a lavorare in luoghi diversi, con compagni diversi, sotto diverse autorità o senza alcuno schema razionale di carattere globale. Caratteristica principale delle istituzioni totali può essere appunto ritenuta la rottura delle barriere che abitualmente separano queste tre sfere di vita.

Nulla di più attuale in questo periodo, a 40 anni della riforma Basaglia, che riprendere in mano il giustamente famoso saggio Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza del sociologo Erving Goffman. Salutato dallo stesso Basaglia come un testo che “ha spalancato le porte delle istituzioni totali, smascherando l’ideologia scientifica – religiosa, custodialistica, pedagogica – che copre la realtà violenta comune a tutte“, questo saggio del 1961 è stato fin dal principio accolto come una ricerca anti-psichiatrica. Asylums è dunque un discorso critico sulle istituzioni totali, ma anche una ricerca sul rapporto che viene a crearsi fra il singolo e queste stesse istruzioni, nel tentativo di farne emergere lo sforzo per (ri-)costruire un’esistenza a partire dalle limitazioni imposte e per elaborare strategie complesse per preservare il proprio sé, anzi il sentimento di sé e della propria dignità, rivendicando la propria irriducibilità alle pretese totalizzanti delle istituzioni totali. In questo senso leggere quest’opera significa perdersi in un viaggio infernale passando per gli ingranaggi di quelle istituzioni totali che progressivamente svuotano l’individuo della sua identità, conditio sine qua non della vita in questi veri e propri luoghi di detenzione. Qui si consuma la cesura fra l’uomo che ormai vive da internato e la sua storia personale, con tutto quello che era stato prima del momento fatidico in cui un individuo con problemi viene ritenuto indegno di vivere in società.

Fra le diverse istituzioni passate in rassegna (orfanotrofi, prigioni, istituzioni religiose, collegi e campi di lavoro) l’attenzione si concentra sugli istituti psichiatrici e sul percorso che porta il singolo a diventarne parte, dando il via a quella serie di pratiche volte ad imprimere dei cambiamenti forzati al sé dei malati.

La recluta entra nell’istituzione con un concetto di sé, reso possibile dall’insieme dei solidi ordinamenti sociali su cui si fonda il suo mondo familiare. Ma, non appena entra…la recluta è sottoposta ad una serie di umiliazioni, degradazioni e profanazioni del sé che viene mortificato.

Inizi così la lunga catena di privazioni cui il sistema ricorre a partire dall’idea che siano funzionali alla guarigione del malato: separazione dal mondo esterno, impossibilità di ricevere visite, di poter rivendicare lo status sociale precedente. Questo passaggio, che segna una vera e propria “morte civile“, implica la rinuncia ad ogni forma di proprietà privata, così come di ogni segno distintivo in vista di una completa spersonalizzazione del degente. In tale contesto la vita dell’internato non può porre barriere fra sé e il sistema, neppure sotto forma di borbottio o di espressione facciale, pena una qualche forma di sanzione. La situazione tragica dell’internato si fa lancinante lì dove le sue rimostranze, proteste e resistenze rispetto al tentativo di umiliare il suo sentimento di sé vengono prese e ridotte a sintomi ed ulteriori prove della malattia. L’insopportabile contraddizione sta dunque nel fatto che la volontà dell’internato di fuggire alla propria condizione sarebbe non espressione della sua libertà e del suo disagio, ma, al contrario, conferma di una giusta reclusione e, dunque, della sua malattia. In tale ottica, distorta dal punto di vista totalizzante e dunque violento dell’istituzione, viene di fatto negato il legittimo disagio e la disperazione che segue al passaggio dalla condizione di malato mentale ad escluso a livello sociale.

È da questo momento che diventa operativo un nuovo tipo di dispositivo, che poggia sulla consapevolezza che il sé non è qualcosa di dato ed al riparo da attacchi esterni, che il sé “non è una fortezza, quanto piuttosto una cittadella aperta“. È così che il singolo, imprigionato nella morsa dell’istituzione totale, si risolve ad operare altrimenti e non tanto rifiutando un sistema di vita imposto, quanto, piuttosto, ribellandosi ad una “identità imposta”. Da questa ferma opposizione, il più delle volte sotterranea, fioriscono adattamenti secondari, strategie e vite sotterranee. Riuscire ad ottenere più cibo o il favore di qualcuno dello staff, assicurarsi un rifornimento di libri gialli o di caffè oppure ottenere un incarco, un lavoro da cui ricavare un qualche vantaggio personale, come lavorare in cucina (e dunque poter mangiare di più e meglio) o al magazzino dei vestiti (e poter apparire dignitosi). Alcuni riescono persino ad arrivare a farsi assegnare una stanza singola e ad arredarla con oggetti personali, spesso proibiti. Oggetti tanto proibiti quanto fondamentali in quanto “essi possono rappresentare un’estensione del sé e della sua autonomia”. Ma questa indefessa ricerca di dignità può assumere forme ancor più complesse, come in questo caso di corteggiamento.

…una volta ho visto un paziente in un reparto chiuso usare la tecnica di far cadere un po’ di soldi in un sacchetto di carta fuori dalla finestra, ad un amico libero di circolare, che stava lì sotto. Secondo le istruzioni, l’amico portò i soldi al bar interno, comprò patatine fritte e caffè e li portò ad una finestra del pianerottolo dove la ragazza, amica dell’autore del piano, li poteva ritirare.

Insomma, il meccanismo delle istituzioni totali prevede il susseguirsi di passaggi che dalla libertà portano alla fatalità. Dai problemi di adattamento nasce lo stigma di “malato mentale” e da questo, per mezzo di un salto ingiustificato, si passa al ricovero coatto e all’esclusione sociale. Il singolo, così violentemente attaccato rispetto al sé, si trova nudo e spaesato e probabilmente, così privato di tutto, non potrà che esprimere il proprio disagio, la propria frustrazione e rabbia ed impotenza distruggendo quello che si trova intorno – andando involontariamente a rinforzare la tesi e la posizione propria dell’istituzione. Le tecniche per preservare il sé dalla morsa dell’istituzione sono innumerevoli, e più il contesto è oppressivo, maggiore sarà lo sforzo dell’individuo per ritagliarsi spazi di autonomia. Eppure, più in generale e al di fuori ed al di là del discorso sulle istituzioni totali, si potrebbe affermare che è sempre lottando contro qualcosa che il sé può prendere veramente forma. Bisognerebbe quindi porsi qualche domanda, perché è vero che è grazie alle istituzioni (questa volta da intendere in senso generale) di cui facciamo parte (famiglia, lavoro…) che il sé acquista sicurezza, ma è altrettanto vero che è grazie alle resistenze che opponiamo a quanto ci circonda che allontaniamo da noi il pericolo della spersonalizzazione e riusciamo a costruirci un’identità ed un senso di noi stessi come qualcosa di irriducibile, irripetibile, non-integrabile.

Il nostro status è reso più resistente dai solidi edifici del mondo, ma il nostro senso di identità personale spesso risiede nelle loro incrinature.

6 commenti su “Identità dignità istituzioni

  1. Alessandra
    maggio 20, 2018

    Discorso interessante e complesso. Mi ribello agli standard per affermare la mia identità (che voglio e percepisco “diversa” dai parametri di riferimento), ma gli altri me lo impediscono e cercano di farmi rientrare nei ranghi, al che io mi agito, mi ribello, vado in escandescenze, e con questo atteggiamento non faccio altro che confermare agli occhi della gente comune e dei cosiddetti esperti (!!) la mia supposta devianza, con l’effetto di subire correzioni ancora più dure e forzate. Tremendo, ma vero. Mi hai fatto venire in mente anche la terapia elettroconvulsivante, di cui nel passato si abusava allegramente, e che era uno dei sistemi peggiori (a mio parere lo è ancora, seppure oggi sia diversa) per distruggere l’identità di una persona, con l’illusione invece di curarla… Ne fece esperienza Sylvia Plath, ad esempio, senza alcun miglioramento per la sua condizione psichica, e anche Hemingway… che proprio a causa dell’elettroshock perse gran parte del suo patrimonio più prezioso, “la memoria”, con la conseguenza di cedere del tutto a quel desiderio di morte che da tempo lo perseguitava.

    • tommasoaramaico
      maggio 20, 2018

      Il post originale era almeno tre volte più lungo (e prolisso). Perché? Perché la materia è così complessa e piena di esempi da non venirne più fuori. Tanti, tantissimi uomini, comuni e non, hanno offerto testimonianze di esperienze degradanti e disumane. In questo senso un post del genere ha diritto di cittadinanza in questo spazio prevalentemente dedicato alla letteratura, perché la letteratura (per quel poco che ne capisco, e per come la intendo) è rivendicazione dell’umanità dell’uomo, del suo desiderio e della sua visione del mondo…e tutto questo è precisamente quello che emerge da ogni pagina di questo saggio da leggere e rileggere. Grazie (come sempre) per il bel commento.

  2. Bloguvi
    maggio 20, 2018

    Una breve serie di spunti evocati dal tuo ragionare intorno al tema delle istituzioni totali. Un ragionamento più che condivisibile, nella forma e nel contenuto.
    Alda Merini: “Sono le circostanze della vita a rendere folli” cui sembra far eco Giorgio Caproni:”Si muore d’asfissia,/ è noto, per difetto / d’ossigeno. Lo si può anche, / e forse più dolorosamente, / per mancanza d’affetto.” Le istituzioni totali sono l’antitesi del rispetto affettuoso dell’altro. In più: le persone folli sono – in una cert’ottica – persone sapienti e come tali terrorizzano chi ne teme le logiche alternative. E poi vi sono le carceri dove il “deviante” ha dichiarato – inconsapevolmente – un proprio bisogno (Winnicott, sulla devianza adolescenziale). E non sono per nulla aiutate a scoprire che altre strade possono essere percorse. Come suggerisci, l’istituzione totale ha il solo obiettivo di annullare il sé. Giocando anche la carta del Tempo: nel carcere di San Vittore, tutti gli orologi a muro sono guasti e fermi. Lo scandire il tempo che passa è impedito, ai detenuti come agli agenti penitenziari, anch’essi a loro modo prigionieri dell’istituzione totale. Grazie per una riflessione che mi ha portato e mi porta a trasformare il ricordo in memoria.

    • tommasoaramaico
      maggio 20, 2018

      Lì dove l’individuo non è interpellato in prima persona, la violenza prende il sopravvento. È valido tanto per le istituzioni totali, ma anche per quelle non considerate tali (lì dove i giovani vengono educati o nei luoghi di lavoro e, soprattutto, in seno alla famiglia). Come sottolinei, è la mancanza di affetto, di cura, a creare terreno fertile per il disagio e la devianza. Sembrerebbe non andare di moda, ma è sempre più necessario, anzi urgente, decidersi a tornare ai fondamentali, a quel bagaglio di affetto che nutre l’esistenza di ognuno di noi. Grazie a te per il bel commento.

  3. Renza
    maggio 27, 2018

    Un bell’ intervento che richiama alla mente il libro di Goffman, perso nel tempo…. Le istituzioni totali, i manicomi ed è vero, molto nomi si affacciano alla memoria. Il potere coercitivo delle istituzioni totali, aberrante, crudele. Non posso però fare a meno di cercare di guardare il presente, il nostro presente in cui la istituzioni, totali o meno, stanno dissolvendosi, in cui lo Stato sta arretrando. Ora abbiamo uno Stato “leggero” che non esercita più potere ma che non tutela né si prende cura. Siamo dunque più liberi? Mah, Byung Chul Han ( in Psicopolitica, Figure Nottetempo) pensa che oggi vi sia un potere benevolo che guida secondo il suo profitto, in maniera subdola, duttile, intelligente e si sottrae ad ogni visibilità. E gli uomini si sottopongono da sé al rapporto di potere.
    Ho messo molta carne al fuoco, scusami, ma la complessità è una giostra che gira, impazzita.

    • tommasoaramaico
      maggio 27, 2018

      Non conosco il testo cui fai riferimento (ora mi metto in cerca di informazioni), ma certamente no, non siamo più liberi. Il rovesciamento (perdona le brutte parole che sto per usare) non dialettico impresso alle istituzioni e alla società in questi ultimi 50anni ha portato a nuove e subdole forme di controllo e coercizione. Credo ci sia qualcosa di irrisolvibile in queste problematiche e, in ultima istanza, a proposito del problema della libertà.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 20, 2018 da con tag , , , , , .

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