Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ian Testa – di piccioni e sensi di colpa in una domenica mattina

Era già da qualche giorno che Ian aveva notato un certo movimento sul balcone della cucina. Prima un merlo, col becco stretto su ramoscelli foglioline e muschio, poi un piccione che saltellava sulla ringhiera. Era uscito sempre fuori, facendoli volare via. Poi, una domenica mattina presto, Ian apre la finestra per uscire in balcone a bere il suo caffè e per salutare la primavera che lenta si allargava sulle cose del mondo.

Appena mette fuori un piede è un tutto un fruscio d’ali. Qualche goccia di caffè, per il lieve spavento, cade a terra. Due piccioni, all’inizio macchie in movimento davanti ai suoi occhi presi alla sprovvista, vanno a posarsi sul cornicione del tetto del palazzo di fronte. Sembrano interdetti, proprio come Ian, che si volta verso il vecchio mobiletto di legno costruito dal precedente inquilino e proprietario dell’appartamento e che Ian non aveva ancora trovato il tempo e la voglia per mettersi a smantellarlo e portarlo all’isola ecologica di quartiere. Lascia la tazzina sul tavolo in cucina e va ad aprire lo sportellino di compensato. Ci rimane secco, Ian. Sospira e getta uno sguardo al cornicione del palazzo di fronte, verso i due piccioni che non gli staccano il loro ottuso sguardo di dosso.

Dentro al mobiletto, da mesi chiuso e dimenticato, fra le altre cose era stata abbandonata una vecchia pentola per cucinare le verdure a vapore. Dentro alla pentola erano state disposte con cura foglie e ramoscelli, il tutto sistemato in quello che è proprio un bel nido, anche se non ancora compiuto. Non ci aveva mai fatto caso prima, Ian, ma adesso che si sporge dalla ringhiera, nota che, nel lato che dà verso l’esterno, il mobiletto è aperto nella parte bassa. Ian Testa entra in casa, infila dei guanti e prende un sacco nero. Evitando di incrociare lo sguardo dei piccioni che saltellano nervosi sul cornicione del palazzo di fronte, prende la pentola e la mette nel sacco.

Il silenzio della domenica viene troncato di netto dal grido di dolore di una lastra di compensato che Ian ha appena spaccato in due con un calcio. I due piccioni si alzano in volo per lo spavento. Con il compensato Ian chiude la fessura del mobiletto, andando ad erigere un muro lì dove i piccioni avevano trovato un accesso per creare il proprio nido. Appena finisce chiude tutto e rientra in casa.

Bevendo l’ennesimo caffè, lui che è sveglio già alle cinque, alle otto è ancora lì ad osservare la coppia di piccioni. Uno dei due spicca il volo e va a posarsi all’estremità del balcone, lì dove trova il compensato a sbarrargli l’accesso. Non capisce. Del resto non è altro che un piccione. Vola via, torna indietro. Vola e torna ancora. È sempre lo stesso a portare avanti la penosa ricognizione. L’altro rimane accovacciato sul cornicione. Ian si domanda se, fra i piccioni, il compito del nido gravi tutto sulle spalle del maschio. In tal caso, questo piccione che aveva promesso un nido da sogno, adesso dovrà pur spiegare alla femmina, forse pronta a deporre le uova, che non hanno più una casa, che ha fallito. 

La moglie di Ian entra in cucina. Si versa un po’ di caffè – Se ne faranno una ragione. Ian fa cenno di sì e beve un sorso di caffè. Lascia scivolare lo sguardo sui tetti, spicca un salto e va a posarsi su un altro tetto, quello del palazzo in cortina. Lì un’altra coppia di piccioni si muove sulle tegole rossastre. È la prima volta che Ian pensa ai piccioni come ad esseri che possono muoversi in coppia, dandosi da fare, insieme, per creare qualcosa – E se ce ne fossimo accorti più tardi? E se ci trovavamo le uova o i piccoli? Ian guarda la moglie, che si è messa a lavare i piatti e non gli risponde.

Ad un tratto la casa inizia a tremare. Sono i bambini, che fanno irruzione in cucina. Il più grande va dalla madre, il più piccolo si aggrappa alle gambe di Ian – Papà, latte e poi biscotti, e sorride. Ian gli scompiglia i capelli castani e lucidi – Hanno lavorato sodo, però. La moglie apre il frigorifero per prendere il latte – Ian, non ti fissare. Sono piccioni, se la caveranno.

Ian prende il figlio in braccio – Sì, hai ragione, se la caveranno, le risponde. Eppure sono ancora lì. Guardano, ottusi, e non sembrano in grado di farsene una ragione.

19 commenti su “Ian Testa – di piccioni e sensi di colpa in una domenica mattina

  1. Alessandra
    maggio 12, 2018

    Dalla parte di Ian. Meglio dispiacersi per qualcosa, anche se è tardi, piuttosto che non dispiacersi affatto. Lo scrupolo, il dubbio, il morso della coscienza (piccolo o grande che sia), sono quelli che ancora ci salvano dal cinismo che dilaga ovunque.

    • tommasoaramaico
      maggio 12, 2018

      Già, e cogliere la pervasività del male, la sua capacità di annidarsi nelle azioni più semplici. Direi che questo Ian naufraga in un mare di minuziosissime indagini.

  2. Alessandra
    maggio 13, 2018

    OT: possiamo quindi, d’ora innanzi, immaginarti con tanto di barba e baffi? 😉 (complimenti al piccolo – o alla piccola – ritrattista)

    • tommasoaramaico
      maggio 13, 2018

      Come sai, tengo molto (forse in modo eccessivo e controproducente) alla distinzione fra il piano del reale e dell’immaginario, ma in questo caso non ho potuto resistere. Questo ritratto è così “vero” (ma anche realistico) che si è immediatamente imposto come il miglior modo, per me, di presentarmi. Il giovane ritrattista ha da sempre manifestato un certo estro ed è, fra le persone reali, il mio principale interlocutore…

  3. Guido Sperandio
    maggio 13, 2018

    Un racconto minimalista, il pensiero a Carver e quindi subito a Cecov è d’obbligo. Nel senso dei contenuti scelti. Poi chiaramente ciascuno svolge a misura del proprio essere. Io sono un tifoso del minimalismo. Ogni tanto dò un’occhiata a caso su un qualche racconto di Carver o Cecov.

    • tommasoaramaico
      maggio 13, 2018

      Qualcosa di ridotto all’osso, ossia alla parte più dura, forse ottusa e banale, della quotidianità, lì dove si annida, credo, la chiave per un primo accesso al senso e, come scriveva Alessandra nel suo bel commento, al dubbio. Per i riferimenti, come si suol dire, sfondi una porta aperta. Carver e soprattutto Cechov, sono sempre lì, pronti per essere sfogliato e riletti…

  4. Ivana Daccò
    maggio 14, 2018

    No commenti. Odio i piccioni e mi sento in colpa.
    Un racconto molto bello!

    • tommasoaramaico
      maggio 15, 2018

      Grazie. Il piccione è uno dei grandi oggetti d’odio. È un’ostilità generalizzata. Il piccione è una fastidiosa sintesi di ottusità e caparbietà…dai bambini che li rincorrono per farli volare via, passando per i ragazzi che cercano di prenderli a sassate, fino al disprezzo degli adulti, i piccioni paiono indegni di rispetto, eppure…

      • Guido Sperandio
        maggio 15, 2018

        Verissimo!!!! 🙂

      • Ivana Daccò
        maggio 16, 2018

        Eppure…è proprio vero. Ma al momento sono impegnata a non dar di matto se in casa entra una cimice e, avvicinandosi l’estate,, a controllare la possibilità di un attacco isterico se mi imbatto in una falena. Non parliamo dei pipistrelli!
        Non sarebbe un grande problema se non fosse che d’abitudine spreco grandi dichiarazioni in favore del rispetto dovuto al mondo animale;
        A Monaco di Baviera vendono dei grossi neri corvi di plastica da posizionare sulle ringhiere dei terrazzini: sembra spaventino i colombi che, così, se ne stanno lontani. Qui da noi non si trovano.
        Resta che il tuo racconto è davvero bello! . .

      • tommasoaramaico
        maggio 17, 2018

        Grazie. Difficile riuscire a ripensare il nostro rapporto con le altre forme di vita che ci circondano!

  5. Renza
    maggio 15, 2018

    Non direi minimalistico, il racconto. C’ è tutta la filosofia del rapporto con gli animali, oggi molto in auge ; c’ è il problema morale del rapporto con l’ altro; c’ è il problema del bene e del male..
    Jan naufraga in minuziosissime indagini e si dibatte nel dubbio. Jan, però, da filosofo, sa che ogni dubbio deve essere sciolto e che la scelta rappresenta la condizione umana più alta. Scegliere significa rinunciare alle opzioni che si hanno davanti a favore di una sola. Scegliere è doloroso ma inevitabile. .

    • tommasoaramaico
      maggio 15, 2018

      Ogni affermazione (di sé) è di fatto una negazione (dell’altro). Domanda: può esserci scelta, presa di posizione, senza che ci sia violenza? Difficile a dirsi. Ian rimane imbrigliato in questo dilemma. E però, come scrivi, c’è sempre la necessità di scegliere. Grazie per il bel commento.

    • Guido Sperandio
      maggio 15, 2018

      x Renza.
      Concordo, condivido la tua analisi che anche apprezzo molto per chiarezza ed esaustività. Il termine da me usato (minimalismo) è certo confutabile come bene dimostri, ma confidavo in una interpretazione estensivo, conscio di spendere un termine in questo caso approssimato. Questo per necessità di sintesi e rapidità data questa sede. Ho considerato il tema e il respiro e i tempi del flash, però ho anche precisato: «Nel senso dei contenuti scelti. Poi chiaramente ciascuno svolge a misura del proprio essere.»
      In quel «ciascuno svolge a misura del proprio essere» e quindi riferito allo Ian, c’è lo spazio per tutte le ottime considerazioni da svolte.
      Sì, forse sono stato forse troppo minimalista!!!!… dici? 🙂

      • tommasoaramaico
        maggio 15, 2018

        Mi piace quando questo spazio diventa un mezzo per mettere idee e posizioni a confronto…

  6. Renza
    maggio 15, 2018

    Ma no, Guido, simpatico interlocutore che leggo sempre con piacere qui e in altri luoghi. Il fatto è che l’ esigenza di sintesi e rapidità – come giustamente dici- mi ha reso perentoria. In verità, è Ian che non si lascia sfuggire alcuna occasione per trarre da situazioni minimali ogni possibile riflessione ” massimale”.
    Per questo ci piace molto, vero?

    • Alessandra
      maggio 16, 2018

      Occhio con i complimenti Renza, che Guido poi si gasa… e nel prossimo post quintuplica i commenti. A noi fa sicuramente piacere, io e Tommaso ci abbiamo ormai fatto il callo e lo sopportiamo con benemerita pazienza 🙂 bisogna poi vedere se negli altri luoghi dove abitualmente bazzichi saranno dello stesso parere, visto che adesso ti seguirà ovunque (scherzo naturalmente, e preciso a scanso di equivoci: sai bene che non la penso così, carissimo Guido, you’re always a welcome guest)

      • Guido Sperandio
        maggio 16, 2018

        x Alessandra
        Come mi piace sentirmelo dire in inglese, mi fa sentire globalizzato. Non ti credere quella tua frase sono stato capace di tradurla.

  7. Guido Sperandio
    maggio 16, 2018

    x Renza, bis.
    1) Sei molto cara 🙂

    2) Affermi: «è Ian che non si lascia sfuggire alcuna occasione per trarre da situazioni minimali ogni possibile riflessione ” massimale”.»
    Ecco, in due righe hai detto (In verità) una grande verità! Hai colto il modo operandi di Ian, dando una chiave di lettura pragmaticamente utile. Sic!

    A presto, dovunque nel web ci si incontri 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 12, 2018 da con tag , .

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