Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Il problema del reale #1 – Alain Badiou

…nel nostro mondo, la vita è dissipata. In quanto la vita non è più abitata, orientata, dal progetto di realizzare il proprio reale, essa è inafferrabile, informe, disorientata, una vita di distrazione in distrazione, è una vita smarrita, una vita che ha la pretesa di attribuire un valore capitale alla propria frantumazione. Ed è una vita che perciò è tormentata dall’assenza di ogni verità.

Con Alla ricerca del reale perduto di Alain Badiou inizia una serie di post dedicati al problema del reale, di ciò che è e che ci circonda, di ciò che appare o suscita il sentimento del reale. Nulla di sistematico, ovviamente, ma più una serie di appunti che potrebbero forse assumere un senso via via che si aggiungeranno l’uno all’altro. Una cosa in fieri, insomma. La ragione di questa serie di post nasce per almeno un paio di ragioni. Una, per adesso, è meglio che rimanga sotto traccia – semplicemente non è interessante se non per me, almeno al momento; l’altra, invece, credo/spero possa essere di un qualche interesse,e e viene da un senso di urgenza, da un luogo non meglio precisato dove si fa sempre più spesso pressante non tanto un pensiero o una riflessione, bensì un’esperienza, che poi è una sensazione diffusa e difficile da definire – un senso di distanza. Non dovrebbe essere, credo, un’esperienza così eccentrica quella della percezione di una mancanza di realtà, che la vita reale arranchi (e che non sia, in fondo, poi così reale). Una vita che si trascina, come depotenziata rispetto alle possibilità che per definizione le sono inerenti. Non è, forse, così fuori dal comune la terribile sensazione che la storia sia qualcosa che accade altrove, lontano da noi, in un altro luogo, magari da leggere e riconoscere fra le pieghe di un giornale o in un servizio che passa alla televisione. Essere fuori dalla storia, dalla realtà, queste due sottili ma incombenti stati d’animo, a tratti, si rivelano con maggiore forza, dirompenti. Per chi ne è immune, poi, o vive eroicamente questo problematico contatto, oppure questa tangente esistenziale forse l’ha persa per sempre o da sempre.

La realtà assumerebbe, dunque, una doppia e contraddittoria valenza. Da un lato pare svanire, allontanarsi fino a confinare con l’ineffabile, privata di consistenza ed intensità; o, ancora, mostra una natura strisciante, così complessa e raffinata da risultare non solo incomprensibile, ma addirittura non intercettabile se non in modo vaghissimo – e probabilmente solo da pochi uomini che nessuno conosce se non per sentito dire. Dall’altro, il reale si presenta in modo pesantissimo, duro a morire, qualcosa con cui fare i conti, ben consapevoli della sua presa totalizzante, della sua indisponibilità a lasciarsi modificare – Guarda in faccia la realtà, bello. In entrambi i casi ne viene fuori che l’uomo non è libero. La realtà o sfugge e, quindi, non è modificabile, oppure è una presenza che satura l’esistenza e che pertanto non lascia margine di azione. O ancora, tanto grande da essere inimmaginabile. Il punto, qui, si traduce inevitabilmente in una domanda: esiste un margine di libertà, una fessura, o crepa, che permetta di accedere al reale per comprenderlo e modificarlo? Senza questa speranza – convinzione di fondo – tutto sarebbe perduto…

Il discorso di Badiou parte da una considerazione molto precisa, e cioè che il reale sia in fondo qualcosa di “intimidatorio”, qualcosa di oppressivo e da cui non si possa prescindere, in modo tale che ogni aspirazione “ideale” che voglia prescindere dalla considerazione del reale-imposto sia in fondo velleitaria, vacua, oziosa, se non addirittura pericolosa: “appena diagnostichiamo questa carenza, questa mancanza idealista di una prova del reale, è il reale come imposizione che ritorna… Si contrapporrà alla mania idealizzante…utopia criminale, ideologia disastrosa, fantasticheria arcaica…alla quale si contrapporrà un vero reale, autentico e concreto: la realtà dell’economia del mondo, l’inerzia dei rapporti sociali, la sofferenza delle esistenze concrete, il giudizio dei mercati finanziari“. Come rompere questa trama – del reale – da cui pare non ci si possa liberare? Badiou suggerisce alcune strategie e percorsi per aggirare il reale qualora si manifesti nella sua forma più oppressiva e al tempo stesso sfuggente ed ambivalente. La prima assunzione è lapidaria e consiste nell’idea che il Reale non sia mai veramente quello che ci si para incontestabilmente davanti agli occhi: così come non può essere desunto dall’astrazione del concetto (come nei più arditi sistemi filosofici) o incontrato senza mediazioni per mezzo del sentimento (nell’angoscia del singolo rispetto alla propria condizione), il reale è ciò che viene smascherato nel bel mezzo della finzione. È l’evento del reale in seno all’apparenza. In secondo luogo, il reale appare come ciò che non si presta ad essere formalizzato, è ciò che non può essere colto entro la formalizzazione, ciò su cui non si ha presa e che, al tempo stesso, rende possibile ciò che, al contrario, è padroneggiabile. Il reale accessibile (ciò che ci circonda e di cui si fa esperienza) è possibile grazie al reale inaccessibile: la porzione di mondo reale in si vive e di cui si fa buona esperienza è possibile solo grazie al mondo che sta all’orizzonte, grazie alla totalità dei fenomeni del mondo, a quello sfondo che, al contrario, sfugge alla nostra presa. Ma vi è qualcosa in più: la fuga dal reale di cui si fa esperienza è possibile per mezzo di una lacerazione di questo stesso reale a partire da un’affermazione di fondo: l’impossibile è possibile. Tale affermazione rompe con la cupa e terrificante unità del reale affermando la possibilità e persino l’esistenza di ciò che è impossibile, di ciò che non si presta ad essere formalizzato. Tale discorso sul reale, che per Badiou deve essere necessariamente tradotto su di un piano politico, assume un significato assai preciso:

L’accesso reale al capitalismo non è analizzare il capitalismo, farne una scienza…l’accesso al reale del capitalismo è l’affermazione dell’eguaglianza, è decidere, dichiarare che l’eguaglianza è possibile…[ciò] infliggerà ferite al principio costitutivo della formalizzazione capitalistica del mondo, ossia che ogni individuo ha il diritto illimitato ad accumulare delle ricchezze.

In tale contesto il mondo che si para davanti all’uomo – per come è costituito dal capitalismo e dai fini che gli sono propri – appare fondamentalmente costruito col fine di mettere l’uomo al riparo o, ancora, di estrometterlo, dal reale. Un mondo dove la finzione conduce l’esistenza a protrarsi al riparo da ogni contatto con il reale. Il reale, di fatto, è ciò che va messo di lato, sepolto ed obliato a partire da una continua chiamata all’intrattenimento, lì dove la vita, privata di ogni vera passione ed idealità, si risolve in mera sopravvivenza. È la vita che si separa dal reale, quella che rinuncia ad ogni tentativo di presa sulla storia, che non osa far nulla per imprimerle anche solo un timido fremito. È vita persa e dissipata nel lavoro (privo di forza creatrice) e nella ricerca del denaro: “ciò che conta è…il fatto che chiunque pensi più o meno che ciò che importa è avere il denaro necessario per comprare ciò di cui si ha voglia…il fatto che ognuno sia comprato da ciò che gli viene proposto in vendita”. Rinuncia al reale, ad incontrarlo, ad incidere o a farsi investire da questo, solo chi ha rinunciato può accontentarsi di ciò che può essere acquistato.

Lasciando di lato le considerazioni di Badiou, si può affermare, anche se solo in via transitoria, che il sentimento del reale non può che nutrirsi di una doppia certezza, anzi, dell’idea di una doppia consistenza. La sensazione reale che esser vissuti è del tutto diverso, alternativo ed irriducibile al non esserlo: ogni sensazione della realtà deve poggiare sulla possibilità di dirsi che la propria esistenza non può essere ridotta al nulla neppure dalla morte. Il che equivale a dirsi che si è riusciti ad incidere, anche se in modo forse infinitesimale, ma indelebile ed incancellabile sulla realtà e sul corso della storia, nel senso che ha con-corso a determinarne il corso. È l’idea di essere attraversati da una passione, che in fondo è un desiderio: il chi sono (reale) da pensare a partire dal desiderio di chi si vorrebbe veramente essere e in quale mondo veramente vivere. Ma il discorso è appena iniziato.

2 commenti su “Il problema del reale #1 – Alain Badiou

  1. Anifares
    aprile 13, 2018

    La foto del tuo post è bellissima!!!!

    • tommasoaramaico
      aprile 13, 2018

      Grazie. Umile prodotto di uno degli innumerevoli, anonimi ed alienati pendolari.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 12, 2018 da con tag , , .

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