Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

La domenica delle palme – ancora su Ian Testa e Orfeo

Dopo giorni e giorni di pioggia, finalmente una giornata di sole. È ancora freddo, ma il vento dei giorni scorsi è lontano, soffiato ormai chissà dove. Sono le nove e mezza del mattino, poche le macchine per strada, silenziose le persone, che camminano sole o a traino di cani sonnolenti o, ancora, in coppia, magari a braccetto. Ci sono uomini e donne che da decenni passeggiano presto la domenica al mattino. Nell’aria fresca e pulita, d’un tratto, vibra il suono delle campane, che è forte e chiaro e distinto. Nota su nota tratteggiano, almeno per alcuni, il senso della giornata. Ian Testa cammina lento verso la piazza, puntando il bar all’angolo. Manca il latte, i figli vogliono mangiare un cornetto. Nessuno è mai veramente libero di scegliere chi incontrare e chi no. Non è necessariamente un male, questo. Sulla gradinata della chiesa di quartiere c’è Orfeo. È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che lo aveva visto. Non gli va di ripensarci, ma non si può sempre scegliere di non pensare qualcosa a cui si sta pensando (qui). Orfeo spicca nella sua virilità, nel suo glorioso e al tempo stesso penoso approssimarsi ai quarant’anni. Veste un completo nero, camicia bianca, cravatta nera. I capelli, a loro volta neri e ricci, sono parzialmente domati dal gel. Oggi calza scarpe, lucide per l’occasione. Ian Testa pensa a quando, ragazzini, giocavano insieme a calcio. Esordienti, categoria b. La domenica mattina, con i compagni, stavano piegati sulle panche per passare il lucido sugli scarpini. Orfeo era già ai tempi uno fra i più alti, e anche adesso, con la sua statura, svetta su tutti, sugli uomini e le donne, sui numerosi anziani richiamati dal suono delle campane. Ian Testa si blocca e, pure se sta ancora dall’altro lato della strada, può intuirne la rasatura perfetta. In pochi gli stavano concedendo la loro attenzione, ma quando Orfeo tira fuori da una tasca un libricino e inizia a declamare ad alta voce, allora tutti ammutoliscono e si voltano. Le campane smettono di suonare e la voce di Orfeo si spande sulla piazza fino a saturarla. Nessuno può scegliere in modo assoluto cosa sentire e cosa no. Non è un male.

Celsae salútis gáudia

Mundus fidélis iúbilet:

Jesus, redémptor ómnium,

Mortis perémit príncipe.

Chi non lo conosce si spaventa. È naturale. Una donna distinta e sicura di sé e del proprio ruolo gli si avvicina. Il volto di Orfeo si fa ancora più tirato e duro e tagliente del solito. Ascolta. Fa cenno di sì, poi di no. Dall’altro del suo metro e novanta guarda la donna dritta negli occhi. La donna deglutisce. Ian, che sta attraversando la strada, può vedere distintamente anche questo. Da ragazzi, alle scuole medie, Orfeo si trovava spesso a dover ascoltare i lunghi discorsi degli insegnanti. Era già alto, più alto di loro, spesso, e già vantava una lieve peluria sulle guance e sotto al naso. Faceva di tutto per sostenerne lo sguardo, ma quando tornava al banco i suoi occhi erano sempre rossi e gonfi di punti interrogativi. Adesso non c’è un’insegnante, ma una donna della parrocchia che ha paura, che non è più tanto sicura di sé, adesso. Orfeo non la sta fissando perché arrabbiato o minaccioso, ma solo perché non capisce perché gli stanno dicendo che deve smetterla. Ian si avvicina, adesso può sentire la donna che sta chiedendo ad Orfeo di stare buono, di non urlare o cercare di benedire le persone o celebrare una funzione per strada. Orfeo fatica a capire il senso di quel discorso. Gli pare ingiusto, può vantare dei diritti, lui, che indica il proprio orecchio e alza nuovamente la voce – Io Lo sento. Questo ripete, mentre scende nuovamente i gradini che aveva salito lentamente, avvicinandosi alla cesta colma di ramoscelli benedetti, stringendo fra le dita un’ampolla. Si ferma al centro dell’isola di cemento antistante alla parrocchia di quartiere, attento a non calpestare il grande ovale che da anni Patrick il madonnaro ravviva con i suoi colori e di tanto in tanto ripagato con qualche spiccio che tintinna in un barattolo vuoto. C’è un ritratto di Gesù. Uno di quelli classici, con capelli lunghi, la barbetta, gli occhi azzurri che emanano luce. Orfeo pare sul punto di ripartire all’attacco, ma Patrick gli fa cenno di avvicinarsi. Gli mette una mano sulla spalla, per calmarlo. Orfeo continua a portare l’indice all’orecchio – Io sento la Sua voce, dice, quindi indica il cielo. Patrick fa cenno di sì, il volto scavato, tutto profondissime rughe, grigio come può esserlo il viso di chi ha una cirrosi epatica. C’erano state delle volte, da ragazzi, in cui Orfeo veniva preso sotto braccio dal professore di ginnastica, oppure dal mister, durante gli allenamenti. Era l’unico modo per farlo calmare. Una volta era stato lui, senza volerlo, a farlo scoppiare in lacrime. Aveva preso l’unico pallone giallo della cesta. Orfeo aveva iniziato a battere i piedi e non aveva smesso neppure quando lui glielo aveva lasciato, prendendosene uno normale. Orfeo non tornava indietro – Non torna indietro, dicevano i professori o il mister, subito prima di intervenire.

Ian, gli sorride Orfeo, quando se lo ritrova accanto. Per tutto il tempo di quel sorriso Orfeo torna un ragazzo. Via le urla, le ingiustificate euforie, le folli bevute, i pompieri che forzano la porta di casa, mentre lui è dentro ad urlare contro la luna piena, minacciando di ammazzarsi o a litigare con la madre morta ormai da diversi anni. Dura troppo poco, purtroppo, questo tempo, questa tregua. Orfeo, risucchiato, diventa nuovamente serio – Prima ho avuto un gran mal di pancia, poi ho iniziato a sentirne la voce. Non mi era mai accaduto prima. Adesso Mi parla spesso. Non tutti i giorni, ma spesso. Ci credi? Ian gli fa cenno di sì. Deglutisce pure lui, adesso. Lo fa all’idea di sentirle lui, quelle voci. Il suo respiro perde regolarità all’idea della paura che lo prenderebbe. Da tapparsi le orecchie e urlare e battere la testa al muro. Esperienza da cacarsi sotto – E non ti fa paura?, osa chiedere, pentendosene immediatamente. Orfeo si perde in una pausa che Ian non riesce ad interpretare, poi risponde – Solo certe volte.

Patrick, che lì è il più saggio, li interrompe, Ora basta, Orfeo, è arrivato tuo padre. E indica una panchina al centro della piazza. Orfeo stringe la mano ad entrambi, cortese e cerimonioso come sempre, quindi si allontana. Mentre cammina e dà loro le spalle sembra un uomo fra tanti, ma non lo è. Orfeo si ferma in mezzo alla strada e si inginocchia sulle strisce pedonali, gli occhi rivolti al crocifisso che svetta in alto sul campanile. Le macchine si fermano. Nessuno osa muoversi o picchiare contro il clacson. Orfeo ha iniziato a cantare. Tutto sta un po’ così, senza che nessuno ci capisca nulla, poi un ragazzo sfreccia sulla rotonda col motorino – Testa di cazzoooo, gli urla contro, e l’equilibrio si spezza. Il padre di Orfeo si alza dalla panchina per andare a recuperare il figlio. Orfeo si lascia tirare su in piedi senza opporre resistenza e va a sedersi sulla panchina vicina alla fontana, dove si concede una lunga, avida sorsata d’acqua, prima di riprendere a leggere. Tutto sembra tornato alla normalità. Il madonnaro getta uno sguardo al barattolo vuoto di monetine, tira fuori dalla tasca dei pantaloni un paio di gessetti e si rimette a lavoro. La donna che distribuisce le palme benedette torna al banchetto, cercando di abbozzare qualche sorriso.

Ian ricorda il latte ed i cornetti, così si riavvia verso il bar che prima divora e poi vomita clienti con l’alito che sa di caffè. Quando viene vomitato anche lui con alito che sa di caffè ed una bustina con i cornetti e il latte, getta uno sguardo alla panchina. Orfeo non c’è. Non è nemmeno vicino al madonnaro, così come non è sulla gradinata della chiesa o davanti al banchetto dove vengono distribuiti ramoscelli benedetti. Semplicemente non c’è. Ian Testa torna a casa portandosi dietro il suo sacchettino e un brutto sapore in bocca, di caffè bruciato, forse.

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 30, 2018 da con tag , , .

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