Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Philip Roth, Nemesi

…tutto quel che faceva, lo faceva bene fin dalla prima volta. Ed era sempre contento. Sempre pronto a scherzare. Perché allora è morto? Dove sta la giustizia?

– Da nessuna parte, disse Mr Cantor.

– Fai solo la cosa giusta, la cosa giusta, la cosa giusta e la cosa giusta. Mille volte la cosa giusta. Cerchi di essere oculato, di essere ragionevole, di essere premuroso. E poi succede questo. Qual è allora il senso della vita.

– A quanto pare non c’è, rispose Mr Cantor.

– Sarebbe questa la bilancia della giustizia? domandò il poveruomo.

– Non lo so, Mr Micheals.

– Perché la tragedia colpisce sempre le persone che meno se lo meritano?

– Non so rispondere, replicò Mr Cantor.

Con Nemesi si conclude questa piccola rassegna dedicata ad alcuni dei romanzi (forse) meno importanti di Philip Roth (qui), ma comunque fondamentali poiché dedicati al problema della scelta, della libertà e del confronto dell’uomo, con le sue limitate capacità, con il mondo e con tutte quelle forze che lo circondano e da tutte le parti minacciano di distruggerlo. Se si pensa ad Everyman, Indignazione e L’umiliazione, Nemesi sembra maggiormente centrato sul problema del male, della sua origine, provenienza e funzione. Unde malum? Qui il problema del male viene affrontato attraverso una delle più gravi epidemie di polio che, nell’estate del 1944, colpisce gli Stati Uniti, patria della libertà, della democrazia, del benessere. In quel momento gli USA sono impegnati nella Seconda guerra mondiale e il destino di milioni di ebrei d’Europa è segnato dallo scandalo della “soluzione finale” di sterminio pianificata dal nazionalsocialismo.

Al centro la figura di Bucky Cantor, giovane ebreo-americano che vive nel quartiere ebraico di Newark. Orfano di madre, allontanato da un padre dedito al gioco, Bucky è cresciuto da nonni amorevoli che lo hanno educato a non tirarsi indietro rispetto alle proprie responsabilità, di vivere nel timore di Dio e mirando sempre all’onestà. Bucky, pur non desiderando altro, non è potuto partire per la guerra per la severa miopia che lo accompagna, e quindi si getta anima e corpo nella gestione di un campo giochi estivo per i bambini che non avevano ancora lasciato la città peri luoghi di villeggiatura. Il ventitreenne Bucky non vuole altro che far bene il suo lavoro, aiutare i bambini a crescere, a migliorare nello sport e portare calma e tranquillità fra i genitori in ansia per la loro salute, dopo che il numero di casi di polio inaspettatamente si impenna.

Mano a mano che si diffonde, la polio presto si carica di valenze ulteriori. Vanno bene e sono certamente razionali i richiami alla calma, alla pulizia e al buonsenso. È vero che non bisogna diffondere il panico fra i genitori e, su tutto, tutelare la serenità dei bambini. Ma di questa polio non si sa nulla, non si conoscono le cause, non si sa di dove venga, sono ignoti i meccanismi di contagio. È la paura, ad un tratto, a sembrare il terreno fertile per il suo mortifero proliferare: “I nostri figli ebrei sono la nostra ricchezza…perché sta attaccando i nostri figli ebrei?“. Nessuno sa nulla, ma una cosa pare certa, la paura rende schiavi, sembra portare a scelte sbagliate, a diffondere il male nel quartiere ed oltre, nel mondo. È un rimando di sottofondo quello che risuona. Gli ebrei-americani cadono uno dopo l’altro a causa di un morbo che cupamente rievoca il devastante – uncinato – virus nazionalsocialista che sta sterminando gli ebrei d’Europa e dell’est. Il giovane Cantor da principio appare solido, sicuro di sé e della presenza di un ordine superiore che governa tutte le cose. Perfettamente in linea con l’educazione ricevuta dal nonno, affronta il mondo e le sue avversità a viso scoperto e senza timore, mosso dall’intima convinzione che in tutto sia rintracciabile il Bene. Le sue convinzioni però iniziano a vacillare quando la polio, che si sta allargando a macchia d’olio, tocca il suo campo giochi. Fra i vari ragazzi che ne fanno le spese c’è Alan Micheals, uno dei ragazzi in assoluto più promettenti del campo. Bucky ne è sconvolto. Nel caldo asfissiante che incombe sulla città, Mr Cantor assiste alla funzione in cui il rabbino chiede ai fedele di lodare la bontà e l’onnipotenza di Dio. Ma come è possibile lodarLo se ha permesso tutto questo? Come è possibile difenderLo dalle accuse che naturalmente si levano da cuori e menti che difficilmente riescono a mantenersi nel solco del timore e del tremore che Dio dovrebbe suscitare nell’infinita Sua potenza?

…non aveva osato rivoltarsi a Dio per avergli preso il nonno, quand’era ormai in tarda età. Ma per aver ucciso Alan con la polio a dodici anni? Per l’esistenza stessa della polio? Come poteva esserci il perdono di fronte a una tale folle crudeltà? …bersi la menzogna ufficiale secondo cui Dio è buono e strisciare ai piedi di chi assassina i bambini a sangue freddo.

Poi, d’un tratto, Bucky molla tutto, lascia il campo, abbandona i ragazzi, affida l’anziana nonna ai vicini di casa e lascia la città per andare a rifugiarsi in un campo estivo di Indian Hill sulla riva di un lago, raggiungendo la sua ragazza. Il clima è mite, l’aria pulita, la polio qualcosa di lontanissimo. Ma la sensazione di questa nuova vita dura poco o nulla poiché questa nuova realtà non riesce a fargli dimenticare i ragazzi di Newark morti di polio o resi invalidi a vita, così come non riesce a fargli dimenticare che lui, Bucky Cantor, è fuggito, abbandonando gli altri e comportandosi da vigliacco. Lo spettro di cosa penserebbe di lui il nonno lo porta a disperare di sé.

Verrebbe da dire che questo giovane all’apparenza virtuoso, timorato ed integerrimo, dovrebbe essere punito – per questa sua ignobile fuga, nonché per la sua diretta accusa nei confronti di Dio. Bucky Cantor pecca di superbia. E forse è quello che verrebbe da pensare nel momento in cui, alla fine, il giovane realmente si ammala di polio. Il lettore se lo aspetta e, ovviamente, questo accade. Verrebbe naturale – pensare al castigo – perché è propria della nostra natura la necessità di trovare una causa, un motivo, una ragione ad ogni avvenimento. Del resto una tragedia diventa sopportabile solo grazie ad una spiegazione, una motivazione. È l’assoluta casualità del male e del dolore, a far impazzire l’uomo, scriveva Nietzsche. Ciò che terrorizza è la pura e semplice constatazione che il male è. Punto. Bucky non si ammala di polio perché è un peccatore, così come il piccolo Alan si ammala, e muore, a dispetto della sua innocenza e purezza.

Le vie sono due: o la vita è giusta (nel senso di buona, sensata, ordinata) e il male esiste per insindacabile volere divino o come giusta punizione per una colpa, oppure il male è parte integrante e non-integrabile della realtà, qualcosa di ineliminabile e non razionalmente comprensibile. In entrambi i casi non è questione di sapere, bensì di fede in una spiegazione della realtà.

Dio non ce l’ha una coscienza? Dov’è la sua responsabilità? Oppure lui non conosce limiti?

Cosa o chi tradisce, Bucky, nel momento in cui abbandona il campo di Newark per andare a rifugiarsi a Indian Hill? Tradisce la propria fede in Dio o se stesso? E la malattia che lo colpirà sarà un castigo divino, oppure malattia e tradimento coincidono, nel senso che la malattia (morale) è di fatto un tradimento di sé? Oppure, più brutalmente, tutto questo semplicemente accade casualmente, senza poggiare su di un piano generale, senza la funzione di garanzia di un regista trascendente – senza fine o scopo? E dunque, il senso non esisterebbe se non nella misura in cui il singolo si impegna quotidianamente a costruirlo, riconoscendo cosa si cela al fondo della incredibile varietà delle sorti umane?

Era colpito da quanto le vite divergessero, e da quanto ognuno di noi sia impotente contro la forza delle circostanze. E Dio che parte aveva in tutto ciò? Perché Lui piazzava una persona con un fucile in mano nell’Europa occupata dai nazisti e l’altra davanti a un pasticcio di pasta alla mensa di Indian Hill? … Uno come lui, che in precedenza aveva sempre trovato la soluzione a tutti i suoi problemi nella diligenza e nel duro lavoro, ora non riusciva a spiegarsi perché quel che accade accada così.

Sono stati, nel corso della storia dell’umanità, elaborati miti, religioni, narrazioni di ogni genere. Si possono menzionare le narrazioni della filosofia, cosi come quelle proprie delle scienze umane, psicoanalisi su tutte. Cosa sta al fondo della storia, mettendola in movimento? Demoni o divinità? Demiurghi spregiudicati, divinità maligne oppure un Dio garante del senso-ordine che agisce in modo provvidenziale? Cosa muove l’uomo? Alienazione religiosa o di natura socio-economica? Le esigenze della psiche individuale o delle masse? Lo Spirito della storia, il progresso della tecnica che divora il negativo (della malattia, della povertà, della fame) conducendo l’uomo verso la felicità? O non è forse necessario abbandonare tutti questi tentativi che cercano di strutturare (e dunque motivare, spiegare, giustificare) il male, trovandogli un senso sostituendo una parola con un’altra? Magari sostituendo tragedia e fatalità con castigocasualità con necessità. In verità, questo è un nodo impossibile da risolvere, poiché la ragione umana non può scandagliare la realtà in ogni suo aspetto. In Nemesi emergono due voci, una è quella di Bucky, che in fondo tende a ricondurre il male ad un divino e maligno artefice (volto oscuro e feroce del Dio portatore di vita e luce); l’altra emerge nelle ultime pagine, ed è quella di Arnold Mesnikoff, uno dei bambini che era stato fra i più goffi e meno promettenti allievi di Bucky nel campo di Newark. Anche lui era stato colpito e segnato dalla polio, ma a differenza di Cantor è stato capace di reagire al male, pervenendo ad una visione disincantata e serena della vita. Ognuno prenderà posizione, ma bisognerebbe essere sufficientemente onesti per ammettere che tutti questi sono tentativi di disperati, umanissimi – umani, troppo umani – per orientarsi nel mondo e nel male di cui è intriso.

A volte si è fortunati e a volte non lo si è. Ogni biografia è guidata dal caso e, a partire dal concepimento, il caso – la tirannia della contingenza – è tutto. È al caso che ritengo Mr Cantor si riferisse quando vituperava quel che lui chiamava Dio.

5 commenti su “Philip Roth, Nemesi

  1. Maria
    marzo 24, 2018

    Come scriveva un autore, nelle tragedie non bisogna chiedersi “dov’è Dio?”, ma “dov’è l’uomo?”.
    Inoltre, una persona cristiana risponderebbe anche che, se c’è così tantl male nel mondo, è perché questo non è il regno di Dio, ma è governato da Satana…

    • tommasoaramaico
      marzo 24, 2018

      L’impossibilità di trovare un orientamento mi sembra che emerga anche dal tuo commento. Passare da Dio all’uomo e poi ancora dal mondo ad un principio negativo….difficile trovare un punto fermo. Grazie per il commento.

      • Maria
        marzo 24, 2018

        Secondo me, alla fine è tutta una questione di fede… allora ognuno si affida alle proprie credenze.

      • tommasoaramaico
        marzo 24, 2018

        Concordo. Il ragionamento perfetto (nel senso di chiuso e definitivo) non esiste e dunque, quando ci si arresta, non si può far altro che prendere posizione, confidando che sia quella giusta.

      • Maria
        marzo 24, 2018

        Proprio così!

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 24, 2018 da con tag , , .

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